Confessioni di una (ex) lettrice supersonica

 

IMG_20141011_221831

Non sono più la lettrice supersonica di una volta. Ho sempre lo smartphone in mano, mi distraggo, ma per assurdo leggo più intensamente quando sono sui mezzi pubblici e intorno a me c’è il delirio. Leggo pochissimo d’un fiato, forse perché adesso il tempo per leggere e basta mi sembra diminuito o forse perché da quando leggere è anche un lavoro per staccare guardo più serie tv. Mi piacciono i viaggi in treno perché riesco a divorare romanzi interi e a dimenticare dove sono e dove sto andando e continuo a cercare libri che mi lascino con il battito un po’ accelerato e con gli occhi diversi.

Adesso sto leggendo (sparsi tra la borsa, il bagno e il comodino):

  • La ferocia, Nicola Lagioia (Einaudi)
  • Non abitiamo più qui, Andre Dubus (Mattioli 1885)
  • Uscirne vivi, Alice Munro (Einaudi)
  • Shotgun lovesongs, Nickolas Butler (Marsilio)

Questo mese sono stata due volte in libreria (alla libreria Controvento di Telese e alla libreria minimum fax qui a Roma) e tutte e due le volte sono uscita con dei sacchetti pieni e con la sensazione di non averne ancora abbastanza. Ho smesso di usare Anobii per tenere traccia delle letture e dei desideri e spero di riuscire a farlo qui perché certe liste di libri sono un po’ delle mappe che che ti dicono dove sei e a volte ti mettono più a fuoco di una fotografia.

Max Gazzè – L’origine del mondo

Riassunto delle puntate precedenti

 

scarpepucci

(Le mie scarpe e un certo vestito bianco immortalati da Valentina Casagrande)

  • Non ho più scritto un post al giorno;
  • non ho ancora letto tutto Bolaño;
  • non ho ancora visto un film di Cassavetes;
  • non ho ancora organizzato il gruppo di lettura.

A settembre mi sono sposata. È cambiato tutto anche se non è cambiato niente e prima o poi vorrei riuscire a trovare le parole per raccontare questi mesi assurdi e velocissimi.

Adesso ho una lista lunghissima di normalità che mi mancano da un bel po’ e questo blog è al primo posto.

Adesso non ho più scuse.

Dente – Vieni a vivere

Cinque libri: Silvia Vecchini

 

(Sì, avevo detto un post al giorno. Poi sono stata risucchiata da quel buco nero chiamato Salone del Libro di Torino. Ehm.)

(Questa rubrica funziona così: cinque libri legati da un tema. Il tema e i cinque libri li sceglie l’ospite. Qui tutti gli ospiti.)

(Silvia l’ho conosciuta facendo teatro. Adesso la trovate un po’ in giro. Iniziate da Abbiamo le prove.)

di Silvia Vecchini 

C’è un posto dove sono andata tante volte e tornata ancora e dove ritornerò sempre: il teatro.

Ci sono pochi libri che ho letto tanto, riletto ancora e credo rileggerò sempre, questi:

1) Vita di Carmelo Bene, Carmelo Bene e Giancarlo Dotto, Bompiani

La vita di Carmelo Bene, non c’è nient’altro da dire. Si inizia da qui e poi si va avanti. Io ho cominciato da qui e poi sono andata avanti. Ci ho provato.

Si nasce e si muore soli, che è già un eccesso di compagnia.

2) Il funambolo, Jean Genet, Adelphi

Consigli ad un apprendista funambolo. Tutto ciò che dice Genet al suo amante, tutto, io penso che quello sia il teatro.

Al bar puoi scherzare, bere con chi vuoi, con chiunque. Ma l’Angelo si fa annunciare, devi riceverlo da solo. Per noi l’Angelo è la sera, scesa sulla pista sfolgorante. Non importa se, paradossalmente, la tua solitudine è in piena luce e l’oscurità formata da migliaia di occhi che ti giudicano, che temono e sperano che tu cada: danzerai al di sopra e al centro di una solitudine desertica, gli occhi bendati, se puoi, le palpebre sigillate. Ma nulla – soprattutto non gli applausi o le risate – ti impedirà di danzare per la tua immagine. Tu sei un artista – ahimè – non puoi sottrarti alla voragine spaventosa dei tuoi occhi.

3) Opinioni di un clown, Heinrich Böll, Mondadori

A diciassette anni ho messo insieme un monologo da questo libro. Me lo ricordo ancora a memoria, e Hans Schnier rimane a tutt’oggi uno dei miei personaggi letterari preferiti, oltre che uno dei pochi di cui mi ricordi ancora nome e cognome.

c’è un punto in cui gli individui, anche se per motivi ideologici, diventano umani

4) Il teatro e il suo doppio, Antonin Artaud, Einaudi

C’è un capitolo, Il teatro e la peste, dove Artaud dice che un attore deve parlare come un condannato al rogo attraverso le fiamme. Ogni volta che vado a vedere uno spettacolo a teatro e non succede ci resto male.

Fra l’appestato che corre urlando dietro alle proprie allucinazioni, e l’attore che si lancia alla ricerca della propria sensibilità; fra l’uomo che si inventa personaggi ai quali senza la peste non avrebbe mai pensato, e che li raffigura in mezzo ad un pubblico di cadaveri e di alienati in delirio, e il poeta che inventa intempestivamente i suoi e li affida a un pubblico abbastanza inerte o delirante , esistono altre analogie che confermano le sole verità importanti, e pongono l’azione del teatro, come quella della peste, su un piano di un’autentica epidemia.

5) Psicosi delle 4.48, Sarah Kane (Einaudi)

Si è uccisa a 29 anni con i lacci delle scarpe. Di suo ci restano solo cinque pezzi di teatro. Ogni tanto penso a quello che avrebbe potuto scrivere dopo, se non fosse morta così presto. Poi penso che quello che ha scritto è così raro che lo poteva scrivere solo qualcuno con la morte vicino. E deve andarmi bene così.

–  Hai deciso cosa fare?

–  Mi faccio un’overdose, mi taglio le vene e poi mi impicco.

- Tutto insieme?

-  così non potranno dire che era una richiesta di aiuto.

Cinque libri: Giacomo Buratti

 

(Voglio provare a far uscire un post al giorno e per non scioccarvi subito ho pensato di partire con tre ospiti. Sì, Cinque libri torna anche domani.) 

(Questa rubrica funziona così: cinque libri legati da un tema. Il tema e i cinque libri li sceglie l’ospite. Qui tutti gli ospiti.)

(Giacomo l’ho conosciuto grazie a inutile e mi fa ridere tantissimo.)

(Secondo me dovreste abbonarvi a inutile. Dovreste proprio.)

I cinque libri del due di picche, ovvero Va’ dove ti porta il cuore, basta che non l’hai letto da qualche parte

di Giacomo Buratti

Or I could make a career of being blue,
I could dress in black and read Camus,
smoke clove cigarettes and drink vermouth
like I was 17.
That would be a scream.
 
The Magnetic Fields, I Don’t Want To Get Over You

Ma perché sempre Dorothea?

Mi sono accorto che sempre più spesso ho bisogno – per finire di leggere un libro in meno tempo di quanto è servito per portarlo, come si dice, dalla mente dello scrittore a quella del lettore, attraverso il lungo lavoro di quella che chiamiamo “editoria” – ho bisogno di una domanda cui sono sicuro di voler dare una riposta. Barthes lo definirebbe “codice ermeneutico”, ma grazie a dio non è qui, quindi possiamo parlare liberamente.

Il fatto che di Barthes conosca altro oltre ai Frammenti e al fatto che fosse, sapete, francese, significa che il desiderio di rispondere a domande quali “Alla fine si sposano?” o “Lui poi muore?” o “È stata la domestica dei Castelli?” non mi basta più. Il fatto che sia tutt’altro che brillante, del resto, significa che non posso permettermi il lusso di separare completamente la pratica intellettuale della lettura da qualsivoglia coinvolgimento emotivo.

In sostanza, mi sono accorto che sempre più spesso ho bisogno di fare ricorso alla parte più meschina di me per finire di leggere un libro.

Se il romanzo è bello, è facile: mi basta morire d’invidia. Se è brutto, mi chiedo “Quanti cliché possono entrare nella stessa pagina?” o “Nessuno si è accorto che questo aggettivo non significa quello che pensa l’autore?” o “È normale desiderare che il protagonista venga travolto da un’auto in corsa prima di pagina 21?”

Sul mio comodino c’è Middlemarch di George Eliot (traduzione di Mario Manzari, BUR Rizzoli), che già è bello e quindi mi fa rosicare, in più mi permette di condividere con l’autrice una profonda e, pagina dopo pagina, sempre più malcelata antipatia per la protagonista Dorothea (già il nome, dio santo); antipatia che, dài e dài, infilza il romanzo con un trattino passato alla storia oltre che nel mio cuore:

Un mattino, alcune settimane dopo il suo arrivo a Lowick, Dorothea – ma perché sempre Dorothea? Il suo punto di vista era l’unico possibile riguardo a questo matrimonio? Io protesto affinché tutto il nostro interesse, tutti i nostri sforzi di comprensione non vengano accordati alle giovani carnagioni che hanno un aspetto fiorente, a dispetto dei tormenti; perché anch’esse avvizziranno, e conosceranno i dolori più antichi e corrosivi che noi stiamo contribuendo a trascurare. 

Amori ridicoli, usignoli che ruttano

E non trascuriamoli, questi dolori antichi e corrosivi. Non lasciamo che un’infanzia felice e priva di eventi traumatici trascorsa in una provincia priva di eventi tout court ci trasformi in persone normali. Leggiamo Nietzsche e Voltaire prima di imparare a raderci senza aver bisogno di una trasfusione più che del dopobarba. Impariamo a diventare stronzi invece che a trattare l’acne.

Avrò avuto quindici, sedici anni quando ho scoperto i Sillogismi dell’amarezza di Emil Cioran (traduzione di Cristina Rognoni, Adelphi). Cosa ne potevo capire? Potevo forse illudermi di riuscire a seguire le logiche di un apolide misantropo della Parigi degli anni ’50 meglio di quelle di Dawson di Dawson’s Creek? Avevo così tanta paura che il mio pene fosse troppo piccolo?

Eppure ancora ricordo a memoria l’aforisma sugli usignoli che si metterebbero a ruttare in un mondo senza malinconia, e quello sull’amore, di cui è ingiusto parlar male perché è sopravvissuto al romanticismo e al bidet.

“Amori ridicoli”, pensavo ascoltando C. e G. che sedevano accanto a me sul treno verso il liceo e discutevano animatamente dei pregi e dei difetti di Pacey.

Aspettare di amare non è un modo di vivere, ma nemmeno fare i pendolari

Dio è l’essenza stessa, mentre Eduard [...] non ha mai trovato nulla di essenziale né nei suoi amori, né nella sua professione di insegnante, né nei suoi pensieri. È troppo acuto per ammettere di vedere l’essenziale nell’inessenziale, ma è troppo debole per non desiderare segretamente l’essenziale.

Ah, signore e signori, triste è la vita dell’uomo che non riesce a prendere sul serio nulla e nessuno!

Eduard e Dio, la storia che chiude la raccolta di Milan Kundera Amori ridicoli (traduzione di Giuseppe Dierna, Adelphi), è il bivio al quale siamo arrivati scavalcando miracolosamente la fase esistenzialista francese.

Avrei anch’io scelto dio, “l’essenziale controparte di questo mondo inessenziale” aka la mia vita sentimentale? Se Kundera non avesse detto “triste”, probabilmente oggi sarei ancora vergine.

L’errore, poi, è stato continuare a dar retta ai libri.

Eccomi qui, in quella discarica emotiva che sono i mesi che precedono e seguono gli esami di maturità, che copio una frase da un libro sulla Moleskine, e da lì in una mail indirizzata a L. Il libro è Erano solo ragazzi in cammino di Dave Eggers (traduzione di Giuseppe Strazzeri, Mondadori) e la frase è la seguente:

Se mai amerò ancora, non aspetterò più di amare al mio meglio. Pensavamo di essere giovani e che questo significasse avere tempo per amare meglio in futuro. È un modo terribilmente sbagliato di pensare. Aspettare di amare non è un modo di vivere. 

Evito di soffermarmi sul dettaglio che è un ragazzino di diciannove anni a citare “pensavamo di essere giovani”, per concentrarmi sul fatto che il ricordo di tale citazione unito a quello di L. nuda hanno trasformato nella mia memoria questo libro (che parla di una guerra terribile e sanguinosa e usa il racconto di un sequestro come cornice narrativa) in una specie di Harmony.

Il paragone ingeneroso deve però risentire dell’influenza anche di un altro ricordo: quello molto più bruciante della fine della storia con L., per la quale, oggi come ieri, do la colpa a Laurence Sterne.

Avete presente La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo (traduzione di Giuliana Aldi, BUR Rizzoli). Avete presente che inizia con Tristram che descrive il suo stesso concepimento? [Avete presente che è del 1760?] Vi ricorderete di sicuro del momento in cui sua madre interrompe l’amplesso per chiedere al padre se ha ricaricato l’orologio. Chi se lo scorderebbe?

Bene.

Adesso immaginate un altro amplesso. Un pomeriggio caldo dei primi di settembre a Roma. Il letto a una piazza di una camera doppia in un appartamento di universitari deserto. Due appena ventenni, sudatissimi veramente più per la goffaggine che per altro.

Immaginate che il più goffo si chiami come me e che L. a un certo punto si fermi e dica:

“Che ora è?”

“Non lo so. Come? Perché?”

“Alle dieci meno cinque c’è il treno”.

Non vi verrebbe in mente Laurence Sterne? E non maledireste Laurence Sterne e voi stessi per aver pensato in un simile frangente a non altri che a Laurence Sterne? E credete che sareste capaci poi di ritornare a un’erezione completa? E avreste il coraggio di confessare che vi è venuto in mente un romanzo di trecento anni fa, mentre vi dice che non è grave? E allora, quando inizia a rivestirsi, direste o no che non vi è mai successo prima? Inventereste una scusa? Chiedereste cosa sta leggendo? Cosa potreste fare, davanti a una porta che vi si chiude in faccia?

Niente, naturalmente.

Cinque libri: Giusi Marchetta

 

(Questa rubrica funziona così: cinque libri legati da un tema. Il tema e i cinque libri li sceglie l’ospite. Qui la prima puntata.)

(Se non conoscete ancora Giusi Marchetta, procuratevi subito i suoi libri.)

Cinque libri che dovete seppellire con me

di Giusi Marchetta

1)  L’opera struggente di un formidabile genio, Dave Eggers, Mondadori

Se sarò sepolta è probabile (auspicabile) che io sia morta. Ecco, mi piacerebbe avere qualcosa vicino che abbia il potere di scaldarmi ancora il cuore. Il libro di Eggers lo farà. Guarderò (?) il sipario tirato che è la copertina, sfoglierò l’introduzione pazzesca che ricostruisce lo schema del libro, riderò della dichiarazione di copyright e del disegno di una graffatrice.

O forse non farò niente del genere (sarò morta, giusto?): mi basterà averlo vicino con quelle parti che ho letto venti volte perché erano commoventi e divertenti e sfacciate. Mi sembrerà di avere la vita vicino. Non la letteratura, la vita.

2)  It, Stephen King, Sperling & Kupfer

Sarò in un posto abbastanza spaventoso: non ho voglia di renderlo più atroce con Poe o Lovecraft. E poi sarebbe la vendetta più consona agli incubi che Pennywise mi ha inflitto al ginnasio, leggerlo come se non potesse farmi più niente. Male che vada comunque mi farà venire i brividi ancora una volta e, ancora una volta,  gliene sarò grata.

3)  I fratelli Karamazov, Fedor Dostoevskij, Einaudi

Avere l’eternità per leggere un libro significa avere il lusso di affrontare roba come Anna Karenina, Guerra e Pace. No grazie. Riprendo i Karamazov. Perché mi pare di avere una cosa in sospeso con tutti loro, di aver capito la metà di quello che mi hanno detto. Da morta invece ce la potrei fare: non ci sarà più tutto quel vocìo di sottofondo, potremo fingere in quel buio di stare in Russia. Farà pure freddo.

4)  Poesie, Eugenio Montale, Mondadori

Un Meridiano almeno, accanto al cuscino. Con un’orecchia sacrilega (sì di quelle fastidiose, che ai libri non dovrebbero farsi e men che mai ai Meridiani) in corrispondenza di un mottetto, questo:

Il saliscendi bianco e nero dei
balestrucci dal palo
del telegrafo al mare
non conforta i tuoi crucci su lo scalo
né ti riporta dove più non sei.

Già profuma il sambuco fitto su
lo sterrato; il piovasco si dilegua.
Se il chiarore è una tregua
la tua cara minaccia la consuma.

5)  Le città invisibili, Italo Calvino, Mondadori

Sarò morta: potrebbe essere una cosa lunga.

Potrei dimenticare la mia lingua. Non che ci sia niente di male, (il razzismo delle parole è assurdo esattamente come quello che riguarda le persone) ma mi piacerebbe continuare a sentire nella mia testa gli stessi giri sintattici, la melodia misteriosa di alcune pagine scritte che richiamano alcune conversazioni fatte. Ho amato in italiano e in italiano (sia pure in traduzione) mi hanno raccontato le cose più incredibili che esistono al mondo. Grazie a questo libro dal mio trono scomodo potrò interrogare un narratore ineguagliabile che mi descriva quello che ho lasciato, le città invisibili che ho attraversato in vita senza rendermene conto. A fine lettura mi sembrerà di aver fatto tanta strada. Sarà più facile rassegnarmi a restare distesa, a riposare.

N.B. Ovviamente vi diffido dall’attenervi a questa lista: il mio kindle può contenere più di millequattrocento libri. Non fiori ma opere letterarie. Grazie.

Segnalibri | John Cassavetes. Un’autobiografia postuma

 

Hollywood è come quando entri in una camera d’albergo, pensi che sia la tua, e invece non è vero.

***

Per una volta voglio credere che ci sia qualcuno che fa qualcosa non solo per guadagnarci, ma perché è fortemente, profondamente e sinceramente convinto. A me importa solo di fare un film in cui credo. Tutti gli altri, quelli che si trovano con me nella stanza, si preoccupano delle cifre, non delle persone e delle emozioni. Sono loro quelli a cui interessano solo i soldi. Non ci sono artisti nella stanza con me, solo banchieri. Sono completamente solo.

***

Nel cinema ci sono fin troppe persone che non mi stanno molto simpatiche, e neanch’io sto molto simpatico a loro. Però devo averci a che fare. Le considero come una banca. Mentre parlo con loro mi sforzo di cancellare la mia opinione personale sulla loro solitudine, il vuoto della loro vita. Mi sforzo di non giudicarle troppo severamente secondo i miei principi, che dicono che non devi mai, mai mentire, e che devi lottare per quello in cui credi.

***

Adoro questo film! (Ride.) Quindi so che sarà un fiasco. È sempre un fiasco quando ami qualcosa.

***

Sono ossessionato dall’idea che le persone siano esseri umani e abbiano dei difetti, e che sia meglio che quei difetti imbarazzanti escano allo scoperto. Così non perdiamo tempo a nasconderli. Considero la vita una lotta, e il vero romanticismo sta nel non sottrarsi a questa lotta.

Ray Carney, «John Cassavetes. Un’autobiografia postuma» (minimum fax)

(Si può parlare dei libri con cui si lavora? Forse no. Però. Questo libro mi ha fatto innamorare e io non ho mai visto un film di Cassavetes. Non ancora.)

Ti dico un fatto

 

Fino a qualche sera fa non avevo mai letto Roberto Bolaño. Poi mentre il mio fidanzato guardava la partita mi sono rintanata sotto il piumone e ho iniziato Chiamate telefoniche (comprato non ricordo quando e dove, ma grazie a questo post). Volevo finirlo subito e invece a un certo punto ho iniziato a rallentare perché mi stavo divertendo troppo. Adesso mi mancano venti pagine e ho deciso che lo finirò solo dopo aver comprato un altro libro di Bolaño. Suggeriscimi quale.

(Altri propositi libreschi per il 2014: leggere tutto Bolaño.)

E poi:

Sto invitando un po’ di persone a partecipare a #CinqueLibri. Ho una lista lunghissima di nomi a cui tengo moltissimo perché non vedo l’ora di scoprire che libri consiglieranno e piano piano scriverò a tutti. Però vorrei che partecipassi anche tu. Se ti va puoi scrivermi qui.

E poi e poi:

Volevo scrivere un post su cose di lavoro (stanno uscendo un po’ di cose belle e poi da sempre voglio scrivere di Yates) e magari con più calma lo scriverò davvero (se ci fai caso, alla fine dei miei post arriva sempre l’elenco cose di cui scriverò prima o poi e poi però non le scrivo mai, ehm). Allora ti segnalo velocemente il minimum tumblr (che è appena nato ma mi sta già facendo divertire moltissimo) e ti dico anche che lunedì 27 io e Alessandro Grazioli saremo alla libreria Giufà di Roma per fare una lezione aperta su comunicazione web e ufficio stampa. L’incontro è organizzato dai corsi di minimum fax all’interno di una giornata che si chiama #OpenMonday e trovi i dettagli qui.

Wes Tirey – The Evening Tide

Cinque libri: Nadia Terranova

 

(Questa rubrica funziona così: cinque libri legati da un tema. Il tema e i cinque libri li sceglie l’ospite.)

(Sono molto contenta di inaugurare Cinque libri con Nadia Terranova perché appena le ho spiegato l’idea mi ha detto subito di sì. Forse è anche per questo che siamo amiche.)

I cinque libri che mi hanno fatto venire l’insonnia

di Nadia Terranova

Morire. Non fosse che per fregare l’insonnia.

Gesualdo Bufalino

1) Primo Levi: l’uomo, il testimone, lo scrittore, Frediano Sessi, Einaudi Ragazzi

Un tonfo e ci svegliamo di colpo. «Che è successo?», accendiamo la luce.

«È caduto Primo Levi».

Sono le tre e venticinque.

La sera prima, dopo un’estenuante ricerca per le librerie di Roma, avevamo finalmente trovato e comprato il libro di Frediano Sessi. L’avevo lasciato sul suo comodino.

«Ma poi come t’è venuto in mente di metterlo in piedi»

«M’era sembrata una cosa bella»

«Ma infatti, dormire con la faccia di Levi che ti guarda, semplicissimo, proprio».

Non mi riaddormento mai più.

2) Robert Louis Stevenson, opera omnia

Ho cominciato a non dormire a otto anni.

«Mamma, ho sognato che venivano i pirati e mi rapivano»

«Stai tranquilla, dopo dieci minuti che ti conoscono ti riportano indietro».

3) La storia, Elsa Morante, Einaudi

Una notte insonne che ricordo con affetto: ero adolescente e in vacanza finii la Storia singhiozzando.

4) Brian the Brain, Miguel Ángel Martin, Topolin Edizioni

Nel 2002, per la laurea, ricevetti (da due persone diverse) una macchina per scrivere e i fumetti di Brian the Brain. Quella notte dalla macchina per scrivere, pesantissima e ancora poggiata sul pavimento, uscì uno scarafaggio. Sentivo che Kafka mi stava dicendo qualcosa, mi stava donando un segno sul mio futuro (tipo «Vai a zappare che è più cosa tua»). Fu allora che le terribili storie del piccolo Brian mi fecero compagnia fino al mattino.

5) Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò, Judith Schalansky, Bompiani

Leggo di notte quando non dormo, cioè spesso. Verso le sei di solito mi concedo un pisolino, finalmente riposata e grata all’autore che mi ha tenuto compagnia. Di recente, in una sola notte, sono stata su cinquanta isole, alcune delle quali hanno storie e nomi indimenticabili: Solitudine, Isola del Possesso, Ascensione. Non sono del tutto sicura che visitarle di giorno sarebbe stato lo stesso, o forse è quello che mi racconto per rimandare da vent’anni quel mezzo Tavor.

Diario di una lettrice

 

Io i libri li compro e poi li dimentico. Poi a un certo punto li prendo scegliendoli a caso e li inizio. Mi piace stare in piedi davanti alla libreria come si sta in piedi davanti a un armadio spalancato a chiedersi cosa mi metto?. Non è facile scegliere e io passo più tempo a decidere cosa leggere che a decidere cosa mettermi.

C’è il libro da comodino e quello da borsa; il libro da viaggio e quello da bagno. Da inverno, da estate, da divano, da spiaggia, da sala d’aspetto. Potrei continuare all’infinito.

Martedì ho pescato Il 49esimo Stato di Stefano Amato (Transeuropa/Feltrinelli) e ho deciso che sarebbe stato il libro da borsa-per-andare-al-lavoro della settimana. Lo sto leggendo solo durante il tragitto di andata (perché al ritorno preferisco le riviste o cose di lavoro) e secondo i miei calcoli lo finisco domani. Mi sono affezionata ai Dead Giulianos, la punk band protagonista del romanzo. Non sarà facile lasciarli andare via.

Di questo libro vi racconto solo la premessa: siamo nel 1978 e sono trent’anni che la Sicilia fa parte degli Stati Uniti. I Dead Giulianos vogliono suonare con i Ramones e ovviamente succede di tutto.

Questo è uno di quei libri di cui di immagini subito il film, con i ragazzetti un po’ sgarrupati che fanno tenerezza e che vorresti aver conosciuto al liceo. L’ho comprato alla libreria Controvento di Telese durante le vacanze natalizie (e della libreria vi racconterò poi perché merita un post a parte).

Ho la sensazione che Stefano Amato si sia divertito molto a scriverlo. Fa partire bene una giornata e ti fa sorridere mentre lo leggi.

(E poi io voglio la maglietta dei Dead Giulianos. Esiste?)

Altre letture in corso:

  • due libri da comodino che alterno e non voglio finire perché poi sono finiti e non so come fare: Diglielo da parte mia di Joan Didion (E/O) e Ballando a notte fonda di Andre Dubus (Mattioli 1885);
  • due libri da bagno che non c’entrano niente l’uno con l’altro: I Maigret vol.1 di Georges Simenon (Adelphi) e L’amore molesto di Elena Ferrante (E/O)(non mi chiedete in base a cosa scelgo un libro da bagno perché non lo so nemmeno io);
  • Giochi di società di Dorothy Parker (BUR Rizzoli) che vorrei finire una sera sul divano mangiando cioccolato fondente.

Ultimi libri del 2013:

Prima che tu mi tradisca di Antonella Lattanzi (Einaudi Stile Libero) e Il ministero della bellezza di Marco Lazzarotto (Indiana). Il primo l’ho letto durante un viaggio in pullman e il secondo sotto il piumone. Per motivi diversi sono belli entrambi e ve ne parlo alla prima occasione.

Aggiornamento propositi libreschi 2014: 

Gruppo di lettura con merenda sia. Sto lavorando per voi. Nel frattempo, se siete a Roma palesatevi nei commenti e iniziamo a contarci.

E poi:

Questo blog sta per inaugurare una rubrica. Una vera rubrica con degli ospiti. Debutta lunedì.

Nouvelle Vague – Guns of Brixton

Propositi libreschi per l’anno nuovo

 

5. Leggere più libri di saggistica. La saggistica è come la verdura, fa bene alla salute.

4. Leggere in inglese. Quando leggo testi lunghi in inglese sono lentiiissima e dopo un po’ mi perdo. Nel 2014 voglio diventare una lettrice supersonica anche in lingua originale.

3. Leggere più graphic novel. Voglio colmare questa lacuna: sono partita da questo post di Junkiepop che avevo salvato su Feedly tempo fa e ho aggiunto tutti i titoli alla wishlist. (Se avete altri suggerimenti, ditemi pure.)

2. Leggere più libri per bambini. Iniziando da Roald Dahl, che non ho ancora letto (ma che sto regalando a mio nipote, libro dopo libro).

1. Partecipare a un gruppo di lettura. Ne vorrei uno in cui ogni lettore o lettrice racconta un innamoramento letterario e poi si torna a casa con una nuova lista di cose da leggere (o, ancora meglio, si comprano d’impulso lì in libreria). (Sì, perché il mio gruppo di lettura dei sogni si incontra in libreria e parla di libri facendo merenda.) (Se esiste un gruppo di lettura così a Roma, fatemi un fischio e ci vado di corsa. Se non esiste, quasi quasi lo organizzo io.)

Innamoramenti musicali 2013 parte seconda: Cosmo