Tre cose (belle) vol.2

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(Nella foto: a pranzo da Mazzo, la più bella scoperta gastronomica degli ultimi tempi)

Non sarà la rubrica più puntuale del mondo, ma ogni volta che trovo tre cose che mi piacciono le pubblico, promesso. Per chi l’avesse persa, ecco la prima puntata.

Tre cose lette online che voglio conservare:

  • Marco Montanaro che racconta Roberto Bolaño su minima&moralia e mi fa venire voglia di ricominciare a leggerlo
  • Guida alla morte per ragazze per bene, un racconto di Marianna Crasto uscito su inutile: se non conoscete inutile, correte a scoprire cos’è e soprattutto abbonatevi
  • i consigli di Margaret Sullivan, public editor del New York Times, ai suoi studenti: voglio ricopiarli tutti e appenderli dove posso rileggerli sempre

Altre cose (belle) da segnalare? Scrivimi o segnalamele nei commenti.

Cinque libri: Letizia Sechi

Letizia Sechi è la social media manager di RCS Libri e anche un po’ il mio punto di riferimento professionale, perché sa tutto ma non se la tira. È saggia, fa ridere e non ha niente a che vedere con le classiche facce dell’editoria che si prendono troppo sul serio e confondono il lavorare con i libri con il salvare delle vite. I suoi cinque libri (più cinque) sono un modo per conoscerla meglio.

I cinque libri (più cinque) di Letizia Sechi

«Scrivi anche tu il post con i tuoi cinque libri preferiti?», dice Valentina, come se fosse una cosa da niente scegliere (solo) cinque libri. Non sono mai stata capace di stabilire il mio libro preferito, non sono brava con le graduatorie, penso sempre che ogni cosa abbia il suo momento e gli assoluti mi vanno stretti. Però sono contenta che Valentina abbia pensato a me, e allora ecco cosa vi dico, se prendete la cosa di pancia così come io l’ho scritta: con in testa il cappello di lettrice, senza nessuna pretesa letteraria né tantomeno professionale. Ovviamente barerò, consideratevi avvisati.

La storia infinita di Michael Ende

Per la mia generazione si parla dell’edizione Mursia con la copertina rigida e il testo in due colori. La ricordate? La storia infinita è l’unico libro che io abbia mai riletto: la prima volta subito dopo averlo finito, a nove anni o giù di lì, la seconda forse qualche anno dopo. Non so se è la sua influenza o se è il libro che mi calza come un guanto, ma c’è tutto quello che mi fa amare una storia quasi a colpo sicuro: il protagonista è un ragazzino, c’è una missione da compiere che richiede coraggio e buon cuore, ci sono i problemi del mondo reale, banali o no, ma affrontati con la fantasia, inventando mondi in cui ragionare del nostro sembra meno difficile. E che fantasia, in questa storia.

Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron

Fantasia in forma diversa, se volete. Perché credo che anche per essere ragazzi sarcastici, pedanti e molto brillanti ce ne voglia parecchia. Credo di preferire le storie dei ragazzi a quelle degli adulti perché gli adulti si prendono sul serio. Da ragazzi sembra chiaro che imparare a cambiare se stessi è un’esigenza, non un’opzione: te lo dicono tutti continuamente che stai crescendo (o che crescerai, o che devi farlo). Si cambia in meglio, se si cresce con consapevolezza. L’errore degli adulti è pensare che di crescere si smetta, e che non si cambi più. Io penso che non si sia più in grado di cambiare perché si perde in fantasia, in sensibilità. E perché ci si prende troppo, tremendamente sul serio. Ecco, questo libro lo mette nero su bianco proprio così: senza prendersi troppo sul serio.

Ma gli androidi sognano pecore elettriche di Philip Dick

Uno dei dolori utili di James, il protagonista di Un giorno questo dolore ti sarà utile, è il senso di solitudine. Se i libri hanno un ruolo nell’affrontare ciò che ci spaventa e se – come succede a me – la solitudine e i suoi effetti maligni rientrano tra i vostri fantasmi, Philip Dick dovreste leggerlo. Con cautela, perché qui il problema vi arriva con un pugno allo stomaco, e non ammette grandi soluzioni. Una ricerca disperata di umanità. Non è quella che ci sembra costantemente mancare nel mondo, da che esistiamo? Si trova sempre qualcuno o qualcosa da incolpare, ma guardando con coraggio il problema, si potrebbe finire per capire che aggiungere umanità nel mondo, qualunque mondo sia, sta a noi. Sarà per questo che ci spaventa tanto.

Misery di Stephen King

Scegliere uno solo libro di Stephen King è difficilissimo. I ragazzi raccontati da lui sono riconoscibili a chilometri di distanza. E sicuramente la fantasia è un elemento chiave, tornando alle cose di cui ho bisogno. E allora perché non scelgo Cuori in Atlantide? Intanto perché ho appena barato, nominandolo. E poi perché Misery è un maledetto capolavoro. Non ditemi “ma ho già visto il film”, non avete idea, non l’avete sul serio. Leggetelo. Se volete capire come si costruisce e si amministra la tensione. Se volete capire, per quanto ci è permesso di vedere, cosa gira nella testa di uno scrittore. Se volete rimanere incollati al libro finché non è finito, e che questo non vi sembri un cliché.

Tentativi di botanica degli affetti di Beatrice Masini

Non leggo quasi mai autori italiani, e ancora meno contemporanei. Sicuramente in qualche caso perdo qualcosa, ma l’ombelicalità diffusa delle storie che raccontano mi allontana. Non è certo questo il caso. Perché mai avrò letto un romanzo di ambientazione storica di un’autrice italiana contemporanea, allora? Perché, caso più unico che raro, a tenermi incollata alle pagine non è stata la trama, ma la raffinatezza dello stile, in ogni aspetto. Sembra quasi fuori moda, ma che piacere ricordarsi cosa vuol dire l’incanto delle parole usate bene. Questa bellezza mi ha permesso anche di riscoprire il desiderio della lettura lenta, il gusto del procedere con calma. Un grande lusso, con il valore aggiunto di ricordarmi che quello che ha valore è il ritmo, non la velocità di per sé.

Brevemente (barando)

La zattera di pietra di José Saramago – adoro le storie che hanno come presupposto la domanda “e se…?”. Scelgo uno dei più fantasiosi, di Saramago. Ma se lui vi piace, date una chance a Memoriale del convento.

Il persecutore di Julio Cortázar – uno sguardo incredibilmente verosimile sulla sensibilità fuori dal comune e sulle ossessioni di un musicista. Non ho mai trovato niente che le raccontasse così bene, senza scadere nel luogo comune.

Ricordi di Mike Resnick – fantascienza vecchio stile, con astronavi e altri mondi, in senso letterale. Ma con la carica empatica di Resnick è come se fossero ambientate nel nostro salotto. Una di quelle storie per cui, di tanto in tanto, fare l’editor mi manca.

Presagio triste di Banana Yoshimoto – commerciale, occidentalizzato, facile: un Giappone vendibile, insomma. Eppure la malinconia e il senso di soprannaturale di questa storia mi sono rimasti in testa.

Un uomo di Oriana Fallaci – mi piacciono le storie che parlano della realtà a patto che non siano leziose, stucchevoli cronache di vite qualunque. Questo libro, più reale del reale, è Storia, senso di giustizia, coraggio.

***

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Colpi di fulmine quando meno te l’aspetti: Ben Lerner

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Motivi per cui aspettavo l’uscita di Nel mondo a venire di Ben Lerner (Sellerio):

  • la traduzione di Martina Testa
  • le classifiche letterarie americane di fine anno che lo citavano compatte come un libro da leggere assolutamente (sono sensibile alle classifiche letterarie americane, che ci posso fare)

Cose che mi sono detta mentre leggevo Nel mondo a venire senza riuscire ad andare avanti più di tanto:

  • vado prima a New York e poi lo leggo, così entro meglio nell’atmosfera
  • sono in viaggio verso New York, meglio leggerlo al ritorno
  • sono appena tornata da New York, non posso leggere adesso un libro che parla di New York

Poi stamattina sono arrivata a pagina 135 e improvvisamente è cambiato tutto:

Se ci fosse stato un modo per dirlo senza che sembrasse una boiata pretenziosa da radical chic, le avrei voluto dire che scoprire di non essere identici a se stessi anche nel modo più destabilizzante e doloroso contiene comunque la scintilla, per quanto rifratta, del mondo a venire, in cui tutto sarà come ora ma un po’ diverso perché il passato resterà citabile in tutti i suoi momenti, compresi quelli che dalla prospettiva del nostro attuale presente sono esistiti ma senza succedere davvero.

Ero in metro e ho sentito un clic. Sono entrata nel libro e da lì in poi mi sono rilassata e ho iniziato a divertirmi. Dopo l’ufficio sono tornata a casa in tram solo per avere po’ di calma per finirlo.

Nel mondo a venire è un romanzo sul tempo, sulle cose che succedono e che forse non sono mai successe, sui ricordi, sulle storie degli altri, sulla scrittura e gli scrittori, su New York, sul guardarsi vivere. Ben Lerner racconta benissimo le ansie, i tic degli intellettuali e i rapporti sgarrupati e lo fa con intelligenza, divertendosi.

Mi è piaciuto così tanto che mi sa che mi sono un po’ innamorata. (Sospiro.)

Anche se sapevo che non sarebbe durato, mentre tornavo a Brooklyn da casa di Alena attraversando il Manhattan Bridge, tutto ciò su cui si posavano i miei occhi sembrava irrecuperabile nel miglior senso della parola: impossibile da riprodurre e riproporre, dotato di un’esistenza assoluta e conclusa in se stessa, totale. Era ancora pieno pomeriggio, ma sembrava l’ora d’oro, quel momento della giornata in cui la luce appare insita nelle cose illuminate. Ogni volta che attraversavo a piedi il Manhattan Bridge, nel ricordo ero convinto di aver attraversato il ponte di Brooklyn. È perché dal primo si vede il secondo, e il secondo è più bello. Mi voltai a guardare la punta di Manhattan dietro le mie spalle e vidi l’acciaio scintillante e increspato del nuovo grattacielo disegnato da Frank Gehry, lo vidi come un’onda verticale; abbassai lo sguardo verso il fiume e vidi passare lentamente una piccola barca; le screpolature create dalla scia della superficie dell’acqua si fondevano con le nuvole che vi erano riflesse e per un attimo l’imbarcazione mi sembrò un aereo. Ma quando arrivai a Brooklyn per incontrarmi con Alex, già cominciavo a ricordare quell’attraversamento in maniera imprecisa e in terza persona, come se in qualche modo mi fossi guardato passare sotto i cavi eolici del ponte di Brooklyn.

Cinque libri: Elena Marinelli

Questa rubrica funziona così: cinque libri legati da un tema. Il tema e i cinque libri li sceglie l’ospite. Qui tutti gli ospiti. Vuoi partecipare? Scrivimi.

Elena Marinelli l’ho conosciuta grazie a SettePerUno, un progetto che curavo tanto tempo (tre anni) fa. Qui c’è il suo racconto setteperunico, qui scrive su Abbiamo le prove e qui c’è un suo bel pezzo su Steffi Graf.  A ottobre esce il suo primo romanzo per Baldini&Castoldi e io sono molto fiera di lei, un po’ come Pippo Baudo quando ha scoperto Lorella Cuccarini.

Cinque (parti di) libri che tento di imitare continuamente

A scuola mi hanno insegnato – lo si insegna a tutti – a non copiare. Ricordo il momento di un compito in classe in cui la maestra distribuì un foglio con due domande facili e ci intimò, scandendo le sillabe e brandendo la matita, di non copiare.
Da bambina mi attaccavo ai dettami in modo puntuale e avevo un senso della morale molto radicato: tutto ciò che mi si insegnava era giusto, avrebbe avuto un senso lampante, prima o poi, ne ero certa – coltivavo strane speranze per il futuro – e il resto no. Ciò ha portato a una carriera scolastica eccellente, allo studio rigoroso, alla secchionaggine nel senso più classico che si possa intuire, e, di conseguenza, a una insana resistenza alla copiatura. Insana, sì, perché ciò che il sistema scolastico voleva dirmi, probabilmente, era di non prendere delle cose non mie e riversarle su un foglio come fossero mie, ma soltanto se fossero diventate mie e la differenza fra imitazione e copiatura mi fu chiara molto dopo l’età della ragione.

Ad ogni modo è andata così: a un certo punto avevo deciso di ribellarmi, come avrebbe fatto un’adolescente, e iniziai a copiare, un po’ come iniziai a mangiare la Nutella, leccornia altrettanto proibita – e spesso facevo le due cose insieme: copiavo mangiando la Nutella a cucchiaiate. Credo sia per questo motivo che pensassi di poter imparare a disegnare copiando disegni altrui. Mi ci piazzavo accanto con matita e gomma e seguivo con gli occhi le linee dell’altro, mentre la mia mano disegnava di conseguenza. Il risultato furono una serie di Pocahontas sgorbie. Ero adolescente, ma capivo che bisognava iniziare dalle cose semplici. Sarei passata a Renoir col tempo, se non fossero arrivati i romanzi. Quando iniziai a copiare gli scrittori, appena diventata una lettrice emancipata dalla scuola dell’obbligo, trovai un modo veloce, pratico e per me divertente per imparare i libri, le storie, i personaggi: copiavo finché non imparavo, imparavo perché copiavo forsennatamente, per non perdere niente, per prendere tutto, perché ero convinta che se tutte quelle parole erano spese un motivo c’era.

Ma succedeva, verso la fine, che nel copiare le mie principesse morivano tutte di stenti e patimenti, senza raggiungere mai nemmeno un minimo livello di contentezza e ci trovavo gusto, soddisfazione quasi: descrizioni, strutture sintattiche, immaginazione erano diversi dagli originali. Continuai. Il mio primo racconto finito (già molto lungo, troppo lungo) prendeva le mosse da un Robinson Crusoe ambientato in città (io vivevo in un paese molto piccolo) e un Romeo Montecchi della metà degli Anni Novanta (Ciao Buz Luhrmann, grazie di tutto), era scritto al maschile, lo avevo anche firmato al maschile (con il nome più lontano da me che potessi concepire), e lo feci leggere a un amico. Gli dissi: Fai conto che non sono io, va bene? Fai conto che sia un tuo amico. Maschio. Vai. Dopo la lettura, mi rispose semplicemente: Non si capisce cosa vuoi dire, dove vuoi andare a parare, sono tutto un mucchio di frasi fatte. Dove le hai copiate? Pronunciò proprio quel verbo: copiare e io gli strappai il foglio dalle mani e me ne andai stizzita. Non scrissi più, per qualche mese, finché non lessi dei libri di cui iniziai a ricordare frasi a memoria, come se fossero un destino.

Con gli anni sono diventati dieci, venti, trenta e così via, pensieri astratti, per lo più, punti più o meno visibili di una frase o di un concetto che scrivo, o semplicemente un rifugio adoperato per ricordarmi che non c’è niente di meglio che imitare perché alla base di una eccellente imitazione c’è della fervida immaginazione. Imitare e non copiare. L’importante è imitare i migliori, anche se lo sono per una frase soltanto. Ne ho scelti cinque, di migliori, tra gli altri:

  • «Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti, e Mindy Metalman non fa eccezione, pensa Lenore, all’improvviso.» (David Foster Wallace, La scopa del sistema, Einaudi, traduzione di S. C. Perroni)

L’incipit de La scopa del sistema insegna che l’arte del racconto è nel dettaglio, spesso uno che nessuno nota perché è molto ovvio oppure molto basso e, di conseguenza, appartiene a tutti. Una mia amica molto bella ha davvero dei piedi bruttissimi, posso presentarvela quando volete: ecco che la narrazione scivola nella realtà (o viceversa).

  • «La sventurata rispose.» (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Oscar Mondadori)

Chi trova un soggetto e un predicato che insieme e da soli narrano pensieri, parole, opere e omissioni, trova un tesoro.

  • «Quando fui sola, dentro l’acqua tiepida, chiusi gli occhi irritata perché avevo parlato troppo e non ne valeva la pena. Più mi convinco che far parole non serve, più mi succede di parlare. Specialmente fra donne. Ma la stanchezza e quel po’ di febbre si disciolsero presto nell’acqua e ripensai l’ultima volta ch’ero stata a Torino – durante la guerra – l’indomani di un’incursione: tutti i tubi eran saltati, niente bagno. Ci ripensai con gratitudine: finché la vita aveva un bagno, valeva la pena vivere. Un bagno e una sigaretta.» (Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi)

Potrebbe sembrare che qui si parli di bagno e di vasca da bagno, ma non proprio. Provate a sedervi in giardino o su un balcone, su un terrazzino, all’angolo di una strada non trafficata: basta essere in una qualsiasi condizione di stasi, in cui il corpo si ferma, fisso in un punto, ma la mente no. Le due condizioni fondamentali, infatti, affinché un personaggio riesca a fare ciò che deve e infilarsi nella mente di chiunque sono: l’aver parlato troppo e la sigaretta.

  • «A nove anni Walter Henderson era convinto, e con lui molti suoi amici, che morire fosse l’esperienza più emozionante del mondo.» (Richard Yates, Undici solitudini, minimum fax, traduzione di M. Lucioni)

Non si sfugge dal ricordo che innescano queste parole, non si può. Psicologicamente parlando, non si può. Il racconto di Yates prosegue con un twist – si parla del gioco di guardie e ladri e quindi la morte è un gioco – ma non è importante. Leggiamo e abbiamo nove anni, un cappello da maresciallo in testa (o da carabiniere, o da poliziotto, è uguale), oppure scappiamo veloci saltando a destra e sinistra sperando di farla franca, con il bottino sotto a un braccio o nelle tasche, come Arsenio Lupin.

  • «Gli dissi di venire a casa. Sentivo che era sbagliato, ma anche che il pomeriggio era troppo difficile da passare. Mentre lo aspettavo inventariai le bottiglie, dal Martini al Gin, che non rinnovavo da nove mesi. Feci i conti con la cicatrice del cesareo e con il capoparto, che mi era venuto dopo quaranta giorni esatti, ma nemmeno ci avevo fatto caso. E con le panciere, con le mutande sagomate e i collant a compressione graduata. Scavai dal fondo del cassetto e mi accorsi che il fondo era lontano.» (Valeria Parrella, Lo spazio bianco, Einaudi)

Ciò che si sente deve andare di pari passo con ciò che si tocca o si vede o si annusa e possiamo registrare persino le pareti del fondo del cassetto.

#TotoStrega

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(Nella foto: qualche mese fa, sul tram 19, un po’ di arcobaleno mentre leggo La ferocia)

La ferocia di Nicola Lagioia è il romanzo più bello che ho letto nel 2014 (ci sono i testimoni: l’ho detto a Francesca Pellas qui) e poco fa è stato ufficialmente inserito tra i dodici libri semifinalisti del Premio Strega, la famosa dozzina.

Lo Strega lo seguo da sempre perché sono nata a Benevento, la città dove si produce l’omonimo liquore e dove il premio fa tappa per la prima presentazione pubblica dei dodici libri selezionati. Quando ci sono tornata con Paolo Cognetti e il suo Sofia si veste sempre di nero (selezionato nel 2013) è stata un’emozione fortissima, da farmi scoppiare il cuore.

Adesso faccio un tifo sfegatato per Nicola, non solo perché lavoriamo insieme a minimum fax e minima&moralia (e gli voglio molto ma molto bene), ma perché ha scritto un libro che ti ipnotizza e ti fa venire voglia di lasciare tutto e correre a casa a leggere. Almeno, questo è l’effetto che ha fatto a me.

E poi quest’anno ho deciso di leggere tutti i libri della dozzina: mi ha ispirato Diana D’Ambrosio di Non riesco a saziarmi di libri con #Stregathon, un modo per raccontare la sua maratona di lettura e tutti i titoli e gli autori candidati che la incuriosiscono di più.

Per adesso dei dodici selezionati ho letto solo La ferocia e Dimentica il mio nome di Zerocalcare e devo rimettermi in pari, anche perché non ho molto tempo: la cinquina dei finalisti viene annunciata il 10 giugno.

Da chi inizio?

La dozzina del Premio Strega 2015:

1.       Il paese dei coppoloni (Feltrinelli) di Vinicio Capossela
2.       La sposa (Bompiani) di Mauro Covacich
3.       Storia della bambina perduta (e/o) di Elena Ferrante
4.       Final cut (Fandango) di Vins Gallico
5.       Chi manda le onde (Mondadori) di Fabio Genovesi
6.       La ferocia (Einaudi) di Nicola Lagioia
7.       Il genio dell’abbandono (Neri Pozza) di Wanda Marasco
8.       Se mi cerchi non ci sono (Manni) di Marina Mizzau
9.       Come donna innamorata (Guanda) di Marco Santagata
10.    Via Ripetta 155 (Giunti) di Clara Sereni
11.    XXI Secolo (Neo) di Paolo Zardi
12.    Dimentica il mio nome (Bao Publishing) di Zerocalcare

(Se siete su Twitter, seguite Francesco Longo e il suo hashtag #TotoStrega per commenti, curiosità e previsioni)

Tre cose (belle)

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(Nella foto: la rassegna stampa del sabato, uno dei miei momenti preferiti della settimana insieme alla rassegna stampa della domenica, più libresca)

Stavo pensando che mi piacerebbe collezionare da qualche parte i tesori trovati online: siti che mi piacciono, progetti sfiziosi, articoli bellissimi e tutte quelle cose che sarebbe un peccato tenere solo per me. Quindi ho deciso di sfidare ancora una volta la mia famosa pigrizia inaugurando una rubrica che spero duri più una settimana (si accettano scommesse).

Tre cose (belle) da conservare che ho trovato online questa settimana:

un tumblr pieno di bellissime mappe (e qui bisogna ringraziare un tweet di Francesco Guglieri): ho una vera e propria fissazione per le mappe (non a caso questo libro stupendo è la prima cosa che vedi se vieni a trovarmi) e questo tumblr è gioia per gli occhi;

Literary Hub Daily: selezione quotidiana dei pezzi più belli sulla letteratura, sito scoperto grazie alla newsletter di Port Review, altro progetto che il mondo dovrebbe conoscere;

•  Giro d’Italia in ottanta librerie, lungo reportage di Nicola Lagioia uscito sul sito di Internazionale, una delle cose più belle (e anche un po’ commoventi) che ho letto negli ultimi mesi, da far leggere a tutti quelli che si riempiono la bocca con frasi fatte sulla cultura.

Altre cose da conservare? Come al solito si accettano suggerimenti.

Ciao, sono Valentina e ho un problema con i finali

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(Nella foto: una pagina di Cheever.)

Il mio problema con i finali dei libri è un problema serio.

Tre esempi:

Trilobiti, unica e bellissima raccolta di racconti di Breece D’J Pancake (Isbn Edizioni, traduzione di Ivan Tassi): anni fa mi sono fermata prima dell’ultimo racconto e ogni volta mi dico che prima o poi lo leggerò (forse);

– il ciclo dell’Amica geniale di Elena Ferrante pubblicato da e/o: non ho ancora comprato il quarto e ultimo capitolo perché poi so già che Lila e Lenù mi mancheranno moltissimo: per ritardare il più possibile questo distacco, ogni volta mi dico mi rileggo i primi tre e poi compro Storia della bambina perduta;

– Infinite Jest di David Foster Wallace (Einaudi Stile Libero, traduzione di Edoardo Nesi): dopo aver superato le prime cento-duecento pagine ho deciso che l’avrei letto così lentamente da non finirlo mai più, perché nessun libro prima d’ora mi aveva fatto sentire così viva/elettrizzata/divertita/altro aggettivo sicuramente più calzante ma che adesso mi sfugge (non riesco a definire questa esperienza se non come una vera avventura, a partire dal braccio che rischia la slogatura ogni volta che provo a sollevare il pesantissimo tomo).

Il nuovo libro che non voglio finire mai più è Una specie di solitudine, i diari di John Cheever (Feltrinelli, traduzione di Adelaide Cioni): l’ho iniziato in aereo andando a New York e mi sono fermata a pagina 53 perché è uno di quei libri che non puoi sprecare su un volo intercontinentale. Devi leggerlo sul divano, quando a casa non c’è nessuno; devi portartelo dietro in borsa e ogni tanto andare a sottolineare una frase o a fare un’orecchia a una pagina; devi alternarlo a un racconto di Cheever; devi leggerlo ad alta voce a qualcuno.

Credo di aver imparato ad ascoltare la pioggia nelle pause di un litigio. Significava che il litigio sarebbe terminato. Significava l’infinito.

***

C’è l’emozione dell’autunno nell’aria fredda e umida e nella luce della luna, che ritorna attraverso il campo e il frutteto, nell’odore pieno dei frutti fatti cadere dal vento, nel bel sapore di una mela; e il giorno, domani, sarà immobile, caldo, e la notte, domani, assomiglierà all’autunno; questa varietà, questo continuo e stimolante coinvolgimento dei nostri sensi e della nostra memoria. Com’è repentino l’arrivo dell’autunno col vento di nordovest e la luna piena. In realtà l’estate non esiste; l’estate è un’illusione. 

(Hanno dato un premio alla bravissima Adelaide Cioni per questa traduzione? Spero di sì.)

Cinque libri: Alessandro Grazioli

Questa rubrica funziona così: cinque libri legati da un tema. Il tema e i cinque libri li sceglie l’ospite. Qui tutti gli ospiti. Vuoi partecipare? Scrivimi.

Alessandro Grazioli è l’ufficio stampa di minimum fax e mi ha insegnato tutto o quasi quello che so del raccontare i libri e gli autori. Legge tantissimo e cita a memoria qualsiasi film o puntata dei Simpson.

Cinque libri per cui mi sono detto: “vorrei lavorare in mezzo ai libri”

Pastorale americana di Philip Roth 

La storia è un po’ assurda, ed è legata a una storia dei miei anni universitari. Il mio percorso a giurisprudenza è stato, dopo un avvio che faceva ben sperare, un po’ accidentato (per dirla bene). Presi il muro vagando sulle pagina di economia politica, materia di cui tuttora ignoro il senso, e dopo aver dato l’esame una volta di troppo, tornai a casa – in quel periodo vivevo “ospite” da mia nonna – e saltellando sul letto la commossi al punto che – per la prima volta nella mia vita – ricevetti un premio per meriti di studio: 50.000 lire (era, appunto, qualche anno fa, ed era un premio importante).

Mi rigirai la banconota tra le mani, e decisi che l’avrei usata tutta in libreria. Una giornata intera tra librerie e bancarelle e a sera non m’ero ancora deciso a scegliere quale libro meritava l’investimento. Alle sette e mezzo di sera, un po’ sconsolato, entrai in una cartolibreria e lì lo vidi, il Supercorallo appena uscito di Pastorale americana, con quella foto in copertina… Dopo essere stato tre giorni di fila a pancia in giù sul letto a leggere, decisi che non avrei voluto più scendere.

Una storia semplice di Leonardo Sciascia

La carrellata di aneddoti passa da Palermo, dove sfacciato come solo a vent’anni si può essere, mi presentai a casa della signora Sciascia (allora, vicina di pianerottolo di mia zia – ho zii e cugini anche a Palermo!). Fu così gentile che non mi lasciò sulla porta ma mi offrì tè e storie di suo marito e dopo avermi mostrato persino lo studio e la biblioteca dove lavorava, mi mise tra le mani una copia di questo suo libro, augurandomi buona fortuna.

Trilogia della città di K. di Agota Kristof

Erano gli stessi anni di Pastorale Americana, e scoprii che era molto, molto, molto, più importante della trilogia di diritto commerciale.

Una questione privata di Beppe Fenoglio

Dopo averlo letto, avrei voluto tappezzare la mia stanza con tutte le pagine, fronte e retro. Ma avevo una fidanzata, allora, che non sarebbe stata troppo d’accordo. Lei era un po’ Fulvia, io – per fortuna – sono rimasto (o almeno spero) un un po’ Milton. I libri di Fenoglio li tengo tutti da parte, edizione anastatica de La malora, nei Gettoni, compresa – e non solo per la storia della bandella di Vittorini che ha fatto scuola.

Tropico del Cancro di Henry Miller

Ci sono arrivato partendo da Kerouac, ed è stato uno degli approdi più felici del mio viaggio da lettore. Leggere come scriveva fu una specie di rivoluzione. E non mi stanco mai di rileggerlo, come non mi stanco di rileggere Il gattopardo. Ma questa è un’altra storia.
Quando non so dove fermarmi un po’, torno spesso a Big Sur. Forse ha anche a che fare con la storia che Miller buttò e riscrisse il romanzo come lo conosciamo dopo aver letto Céline. Continuo a pensare che sia uno dei gesti più significativi della storia della letteratura.

La ragazza con la valigia

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(Nella foto: Rough Trade, bellissimo negozio di dischi a Williamsburg, New York.)

Sono tornata da New York* e sto ripartendo di nuovo. Scrivo dal treno, direzione Milano: fino al 29 sono a Book Pride, una fiera organizzata e promossa dall’editoria indipendente (ai Frigoriferi milanesi, ingresso libero). Domani mattina vado a prendere appunti al convegno If Book Then di Bookrepublic e poi volo allo stand di minimum fax alla fiera (siamo a C34) e non mi muovo da lì fino a domenica. Ci vediamo?

* la prima volta a New York merita un post a parte, da scrivere con calma ascoltando un bel disco. Però posso dire subito di aver visto la libreria più bella della mia vita. (Sospiro.)

Libri in viaggio

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(Nella foto: ormai mi sono affezionata al tavolo della mia cucina.)

Parto per qualche giorno e in valigia mi porto Una specie di solitudine di John Cheever (Feltrinelli, traduzione di Adelaide Cioni) e Nel mondo a venire di Ben Lerner (Sellerio, traduzione di Martina Testa). Quando torno vi dico come è andata.

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 (La quarta di copertina di Una specie di solitudine di Cheever)

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(Ben Lerner, iniziato in treno tempo fa, ma non era il momento giusto.)