Cinque libri: Elena Marinelli

Questa rubrica funziona così: cinque libri legati da un tema. Il tema e i cinque libri li sceglie l’ospite. Qui tutti gli ospiti. Vuoi partecipare? Scrivimi.

Elena Marinelli l’ho conosciuta grazie a SettePerUno, un progetto che curavo tanto tempo (tre anni) fa. Qui c’è il suo racconto setteperunico, qui scrive su Abbiamo le prove e qui c’è un suo bel pezzo su Steffi Graf.  A ottobre esce il suo primo romanzo per Baldini&Castoldi e io sono molto fiera di lei, un po’ come Pippo Baudo quando ha scoperto Lorella Cuccarini.

Cinque (parti di) libri che tento di imitare continuamente

A scuola mi hanno insegnato – lo si insegna a tutti – a non copiare. Ricordo il momento di un compito in classe in cui la maestra distribuì un foglio con due domande facili e ci intimò, scandendo le sillabe e brandendo la matita, di non copiare.
Da bambina mi attaccavo ai dettami in modo puntuale e avevo un senso della morale molto radicato: tutto ciò che mi si insegnava era giusto, avrebbe avuto un senso lampante, prima o poi, ne ero certa – coltivavo strane speranze per il futuro – e il resto no. Ciò ha portato a una carriera scolastica eccellente, allo studio rigoroso, alla secchionaggine nel senso più classico che si possa intuire, e, di conseguenza, a una insana resistenza alla copiatura. Insana, sì, perché ciò che il sistema scolastico voleva dirmi, probabilmente, era di non prendere delle cose non mie e riversarle su un foglio come fossero mie, ma soltanto se fossero diventate mie e la differenza fra imitazione e copiatura mi fu chiara molto dopo l’età della ragione.

Ad ogni modo è andata così: a un certo punto avevo deciso di ribellarmi, come avrebbe fatto un’adolescente, e iniziai a copiare, un po’ come iniziai a mangiare la Nutella, leccornia altrettanto proibita – e spesso facevo le due cose insieme: copiavo mangiando la Nutella a cucchiaiate. Credo sia per questo motivo che pensassi di poter imparare a disegnare copiando disegni altrui. Mi ci piazzavo accanto con matita e gomma e seguivo con gli occhi le linee dell’altro, mentre la mia mano disegnava di conseguenza. Il risultato furono una serie di Pocahontas sgorbie. Ero adolescente, ma capivo che bisognava iniziare dalle cose semplici. Sarei passata a Renoir col tempo, se non fossero arrivati i romanzi. Quando iniziai a copiare gli scrittori, appena diventata una lettrice emancipata dalla scuola dell’obbligo, trovai un modo veloce, pratico e per me divertente per imparare i libri, le storie, i personaggi: copiavo finché non imparavo, imparavo perché copiavo forsennatamente, per non perdere niente, per prendere tutto, perché ero convinta che se tutte quelle parole erano spese un motivo c’era.

Ma succedeva, verso la fine, che nel copiare le mie principesse morivano tutte di stenti e patimenti, senza raggiungere mai nemmeno un minimo livello di contentezza e ci trovavo gusto, soddisfazione quasi: descrizioni, strutture sintattiche, immaginazione erano diversi dagli originali. Continuai. Il mio primo racconto finito (già molto lungo, troppo lungo) prendeva le mosse da un Robinson Crusoe ambientato in città (io vivevo in un paese molto piccolo) e un Romeo Montecchi della metà degli Anni Novanta (Ciao Buz Luhrmann, grazie di tutto), era scritto al maschile, lo avevo anche firmato al maschile (con il nome più lontano da me che potessi concepire), e lo feci leggere a un amico. Gli dissi: Fai conto che non sono io, va bene? Fai conto che sia un tuo amico. Maschio. Vai. Dopo la lettura, mi rispose semplicemente: Non si capisce cosa vuoi dire, dove vuoi andare a parare, sono tutto un mucchio di frasi fatte. Dove le hai copiate? Pronunciò proprio quel verbo: copiare e io gli strappai il foglio dalle mani e me ne andai stizzita. Non scrissi più, per qualche mese, finché non lessi dei libri di cui iniziai a ricordare frasi a memoria, come se fossero un destino.

Con gli anni sono diventati dieci, venti, trenta e così via, pensieri astratti, per lo più, punti più o meno visibili di una frase o di un concetto che scrivo, o semplicemente un rifugio adoperato per ricordarmi che non c’è niente di meglio che imitare perché alla base di una eccellente imitazione c’è della fervida immaginazione. Imitare e non copiare. L’importante è imitare i migliori, anche se lo sono per una frase soltanto. Ne ho scelti cinque, di migliori, tra gli altri:

  • «Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti, e Mindy Metalman non fa eccezione, pensa Lenore, all’improvviso.» (David Foster Wallace, La scopa del sistema, Einaudi, traduzione di S. C. Perroni)

L’incipit de La scopa del sistema insegna che l’arte del racconto è nel dettaglio, spesso uno che nessuno nota perché è molto ovvio oppure molto basso e, di conseguenza, appartiene a tutti. Una mia amica molto bella ha davvero dei piedi bruttissimi, posso presentarvela quando volete: ecco che la narrazione scivola nella realtà (o viceversa).

  • «La sventurata rispose.» (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Oscar Mondadori)

Chi trova un soggetto e un predicato che insieme e da soli narrano pensieri, parole, opere e omissioni, trova un tesoro.

  • «Quando fui sola, dentro l’acqua tiepida, chiusi gli occhi irritata perché avevo parlato troppo e non ne valeva la pena. Più mi convinco che far parole non serve, più mi succede di parlare. Specialmente fra donne. Ma la stanchezza e quel po’ di febbre si disciolsero presto nell’acqua e ripensai l’ultima volta ch’ero stata a Torino – durante la guerra – l’indomani di un’incursione: tutti i tubi eran saltati, niente bagno. Ci ripensai con gratitudine: finché la vita aveva un bagno, valeva la pena vivere. Un bagno e una sigaretta.» (Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi)

Potrebbe sembrare che qui si parli di bagno e di vasca da bagno, ma non proprio. Provate a sedervi in giardino o su un balcone, su un terrazzino, all’angolo di una strada non trafficata: basta essere in una qualsiasi condizione di stasi, in cui il corpo si ferma, fisso in un punto, ma la mente no. Le due condizioni fondamentali, infatti, affinché un personaggio riesca a fare ciò che deve e infilarsi nella mente di chiunque sono: l’aver parlato troppo e la sigaretta.

  • «A nove anni Walter Henderson era convinto, e con lui molti suoi amici, che morire fosse l’esperienza più emozionante del mondo.» (Richard Yates, Undici solitudini, minimum fax, traduzione di M. Lucioni)

Non si sfugge dal ricordo che innescano queste parole, non si può. Psicologicamente parlando, non si può. Il racconto di Yates prosegue con un twist – si parla del gioco di guardie e ladri e quindi la morte è un gioco – ma non è importante. Leggiamo e abbiamo nove anni, un cappello da maresciallo in testa (o da carabiniere, o da poliziotto, è uguale), oppure scappiamo veloci saltando a destra e sinistra sperando di farla franca, con il bottino sotto a un braccio o nelle tasche, come Arsenio Lupin.

  • «Gli dissi di venire a casa. Sentivo che era sbagliato, ma anche che il pomeriggio era troppo difficile da passare. Mentre lo aspettavo inventariai le bottiglie, dal Martini al Gin, che non rinnovavo da nove mesi. Feci i conti con la cicatrice del cesareo e con il capoparto, che mi era venuto dopo quaranta giorni esatti, ma nemmeno ci avevo fatto caso. E con le panciere, con le mutande sagomate e i collant a compressione graduata. Scavai dal fondo del cassetto e mi accorsi che il fondo era lontano.» (Valeria Parrella, Lo spazio bianco, Einaudi)

Ciò che si sente deve andare di pari passo con ciò che si tocca o si vede o si annusa e possiamo registrare persino le pareti del fondo del cassetto.

#TotoStrega

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(Nella foto: qualche mese fa, sul tram 19, un po’ di arcobaleno mentre leggo La ferocia)

La ferocia di Nicola Lagioia è il romanzo più bello che ho letto nel 2014 (ci sono i testimoni: l’ho detto a Francesca Pellas qui) e poco fa è stato ufficialmente inserito tra i dodici libri semifinalisti del Premio Strega, la famosa dozzina.

Lo Strega lo seguo da sempre perché sono nata a Benevento, la città dove si produce l’omonimo liquore e dove il premio fa tappa per la prima presentazione pubblica dei dodici libri selezionati. Quando ci sono tornata con Paolo Cognetti e il suo Sofia si veste sempre di nero (selezionato nel 2013) è stata un’emozione fortissima, da farmi scoppiare il cuore.

Adesso faccio un tifo sfegatato per Nicola, non solo perché lavoriamo insieme a minimum fax e minima&moralia (e gli voglio molto ma molto bene), ma perché ha scritto un libro che ti ipnotizza e ti fa venire voglia di lasciare tutto e correre a casa a leggere. Almeno, questo è l’effetto che ha fatto a me.

E poi quest’anno ho deciso di leggere tutti i libri della dozzina: mi ha ispirato Diana D’Ambrosio di Non riesco a saziarmi di libri con #Stregathon, un modo per raccontare la sua maratona di lettura e tutti i titoli e gli autori candidati che la incuriosiscono di più.

Per adesso dei dodici selezionati ho letto solo La ferocia e Dimentica il mio nome di Zerocalcare e devo rimettermi in pari, anche perché non ho molto tempo: la cinquina dei finalisti viene annunciata il 10 giugno.

Da chi inizio?

La dozzina del Premio Strega 2015:

1.       Il paese dei coppoloni (Feltrinelli) di Vinicio Capossela
2.       La sposa (Bompiani) di Mauro Covacich
3.       Storia della bambina perduta (e/o) di Elena Ferrante
4.       Final cut (Fandango) di Vins Gallico
5.       Chi manda le onde (Mondadori) di Fabio Genovesi
6.       La ferocia (Einaudi) di Nicola Lagioia
7.       Il genio dell’abbandono (Neri Pozza) di Wanda Marasco
8.       Se mi cerchi non ci sono (Manni) di Marina Mizzau
9.       Come donna innamorata (Guanda) di Marco Santagata
10.    Via Ripetta 155 (Giunti) di Clara Sereni
11.    XXI Secolo (Neo) di Paolo Zardi
12.    Dimentica il mio nome (Bao Publishing) di Zerocalcare

(Se siete su Twitter, seguite Francesco Longo e il suo hashtag #TotoStrega per commenti, curiosità e previsioni)

Tre cose (belle)

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(Nella foto: la rassegna stampa del sabato, uno dei miei momenti preferiti della settimana insieme alla rassegna stampa della domenica, più libresca)

Stavo pensando che mi piacerebbe collezionare da qualche parte i tesori trovati online: siti che mi piacciono, progetti sfiziosi, articoli bellissimi e tutte quelle cose che sarebbe un peccato tenere solo per me. Quindi ho deciso di sfidare ancora una volta la mia famosa pigrizia inaugurando una rubrica che spero duri più una settimana (si accettano scommesse).

Tre cose (belle) da conservare che ho trovato online questa settimana:

un tumblr pieno di bellissime mappe (e qui bisogna ringraziare un tweet di Francesco Guglieri): ho una vera e propria fissazione per le mappe (non a caso questo libro stupendo è la prima cosa che vedi se vieni a trovarmi) e questo tumblr è gioia per gli occhi;

Literary Hub Daily: selezione quotidiana dei pezzi più belli sulla letteratura, sito scoperto grazie alla newsletter di Port Review, altro progetto che il mondo dovrebbe conoscere;

•  Giro d’Italia in ottanta librerie, lungo reportage di Nicola Lagioia uscito sul sito di Internazionale, una delle cose più belle (e anche un po’ commoventi) che ho letto negli ultimi mesi, da far leggere a tutti quelli che si riempiono la bocca con frasi fatte sulla cultura.

Altre cose da conservare? Come al solito si accettano suggerimenti.

Ciao, sono Valentina e ho un problema con i finali

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(Nella foto: una pagina di Cheever.)

Il mio problema con i finali dei libri è un problema serio.

Tre esempi:

Trilobiti, unica e bellissima raccolta di racconti di Breece D’J Pancake (Isbn Edizioni, traduzione di Ivan Tassi): anni fa mi sono fermata prima dell’ultimo racconto e ogni volta mi dico che prima o poi lo leggerò (forse);

– il ciclo dell’Amica geniale di Elena Ferrante pubblicato da e/o: non ho ancora comprato il quarto e ultimo capitolo perché poi so già che Lila e Lenù mi mancheranno moltissimo: per ritardare il più possibile questo distacco, ogni volta mi dico mi rileggo i primi tre e poi compro Storia della bambina perduta;

– Infinite Jest di David Foster Wallace (Einaudi Stile Libero, traduzione di Edoardo Nesi): dopo aver superato le prime cento-duecento pagine ho deciso che l’avrei letto così lentamente da non finirlo mai più, perché nessun libro prima d’ora mi aveva fatto sentire così viva/elettrizzata/divertita/altro aggettivo sicuramente più calzante ma che adesso mi sfugge (non riesco a definire questa esperienza se non come una vera avventura, a partire dal braccio che rischia la slogatura ogni volta che provo a sollevare il pesantissimo tomo).

Il nuovo libro che non voglio finire mai più è Una specie di solitudine, i diari di John Cheever (Feltrinelli, traduzione di Adelaide Cioni): l’ho iniziato in aereo andando a New York e mi sono fermata a pagina 53 perché è uno di quei libri che non puoi sprecare su un volo intercontinentale. Devi leggerlo sul divano, quando a casa non c’è nessuno; devi portartelo dietro in borsa e ogni tanto andare a sottolineare una frase o a fare un’orecchia a una pagina; devi alternarlo a un racconto di Cheever; devi leggerlo ad alta voce a qualcuno.

Credo di aver imparato ad ascoltare la pioggia nelle pause di un litigio. Significava che il litigio sarebbe terminato. Significava l’infinito.

***

C’è l’emozione dell’autunno nell’aria fredda e umida e nella luce della luna, che ritorna attraverso il campo e il frutteto, nell’odore pieno dei frutti fatti cadere dal vento, nel bel sapore di una mela; e il giorno, domani, sarà immobile, caldo, e la notte, domani, assomiglierà all’autunno; questa varietà, questo continuo e stimolante coinvolgimento dei nostri sensi e della nostra memoria. Com’è repentino l’arrivo dell’autunno col vento di nordovest e la luna piena. In realtà l’estate non esiste; l’estate è un’illusione. 

(Hanno dato un premio alla bravissima Adelaide Cioni per questa traduzione? Spero di sì.)

Cinque libri: Alessandro Grazioli

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Alessandro Grazioli è l’ufficio stampa di minimum fax e mi ha insegnato tutto o quasi quello che so del raccontare i libri e gli autori. Legge tantissimo e cita a memoria qualsiasi film o puntata dei Simpson.

Cinque libri per cui mi sono detto: “vorrei lavorare in mezzo ai libri”

Pastorale americana di Philip Roth 

La storia è un po’ assurda, ed è legata a una storia dei miei anni universitari. Il mio percorso a giurisprudenza è stato, dopo un avvio che faceva ben sperare, un po’ accidentato (per dirla bene). Presi il muro vagando sulle pagina di economia politica, materia di cui tuttora ignoro il senso, e dopo aver dato l’esame una volta di troppo, tornai a casa – in quel periodo vivevo “ospite” da mia nonna – e saltellando sul letto la commossi al punto che – per la prima volta nella mia vita – ricevetti un premio per meriti di studio: 50.000 lire (era, appunto, qualche anno fa, ed era un premio importante).

Mi rigirai la banconota tra le mani, e decisi che l’avrei usata tutta in libreria. Una giornata intera tra librerie e bancarelle e a sera non m’ero ancora deciso a scegliere quale libro meritava l’investimento. Alle sette e mezzo di sera, un po’ sconsolato, entrai in una cartolibreria e lì lo vidi, il Supercorallo appena uscito di Pastorale americana, con quella foto in copertina… Dopo essere stato tre giorni di fila a pancia in giù sul letto a leggere, decisi che non avrei voluto più scendere.

Una storia semplice di Leonardo Sciascia

La carrellata di aneddoti passa da Palermo, dove sfacciato come solo a vent’anni si può essere, mi presentai a casa della signora Sciascia (allora, vicina di pianerottolo di mia zia – ho zii e cugini anche a Palermo!). Fu così gentile che non mi lasciò sulla porta ma mi offrì tè e storie di suo marito e dopo avermi mostrato persino lo studio e la biblioteca dove lavorava, mi mise tra le mani una copia di questo suo libro, augurandomi buona fortuna.

Trilogia della città di K. di Agota Kristof

Erano gli stessi anni di Pastorale Americana, e scoprii che era molto, molto, molto, più importante della trilogia di diritto commerciale.

Una questione privata di Beppe Fenoglio

Dopo averlo letto, avrei voluto tappezzare la mia stanza con tutte le pagine, fronte e retro. Ma avevo una fidanzata, allora, che non sarebbe stata troppo d’accordo. Lei era un po’ Fulvia, io – per fortuna – sono rimasto (o almeno spero) un un po’ Milton. I libri di Fenoglio li tengo tutti da parte, edizione anastatica de La malora, nei Gettoni, compresa – e non solo per la storia della bandella di Vittorini che ha fatto scuola.

Tropico del Cancro di Henry Miller

Ci sono arrivato partendo da Kerouac, ed è stato uno degli approdi più felici del mio viaggio da lettore. Leggere come scriveva fu una specie di rivoluzione. E non mi stanco mai di rileggerlo, come non mi stanco di rileggere Il gattopardo. Ma questa è un’altra storia.
Quando non so dove fermarmi un po’, torno spesso a Big Sur. Forse ha anche a che fare con la storia che Miller buttò e riscrisse il romanzo come lo conosciamo dopo aver letto Céline. Continuo a pensare che sia uno dei gesti più significativi della storia della letteratura.

La ragazza con la valigia

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(Nella foto: Rough Trade, bellissimo negozio di dischi a Williamsburg, New York.)

Sono tornata da New York* e sto ripartendo di nuovo. Scrivo dal treno, direzione Milano: fino al 29 sono a Book Pride, una fiera organizzata e promossa dall’editoria indipendente (ai Frigoriferi milanesi, ingresso libero). Domani mattina vado a prendere appunti al convegno If Book Then di Bookrepublic e poi volo allo stand di minimum fax alla fiera (siamo a C34) e non mi muovo da lì fino a domenica. Ci vediamo?

* la prima volta a New York merita un post a parte, da scrivere con calma ascoltando un bel disco. Però posso dire subito di aver visto la libreria più bella della mia vita. (Sospiro.)

Libri in viaggio

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(Nella foto: ormai mi sono affezionata al tavolo della mia cucina.)

Parto per qualche giorno e in valigia mi porto Una specie di solitudine di John Cheever (Feltrinelli, traduzione di Adelaide Cioni) e Nel mondo a venire di Ben Lerner (Sellerio, traduzione di Martina Testa). Quando torno vi dico come è andata.

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 (La quarta di copertina di Una specie di solitudine di Cheever)

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(Ben Lerner, iniziato in treno tempo fa, ma non era il momento giusto.)

Cartoline da un festival letterario

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(Nella foto: Nicola Lagioia bello bello in modo assurdo in mostra a Libri come. Ritratto di Riccardo Musacchio e Flavio Ianniello.)

Andare a sentire gli scrittori è un po’ come andare ai concerti: quando torno a casa i dischi hanno tutto un altro sapore. Gli incontri più belli, poi, sono quelli che mi fanno venire voglia di correre a comprare non solo il libro in promozione in quel momento, ma tutto quello che ha scritto l’autore o l’autrice che ho scelto di andare ad ascoltare.

Di Libri come non dimenticherò l’intelligenza (e la bellezza) di Zadie Smith, la risata di James Ellroy e le domande di Nicola Lagioia a Emmanuel Carrère. E poi il tifo per Nadia Terranova e tutte le lacrime che mi ha fatto (ancora) versare Marco Peano.

Cinque cose che mi piacciono degli incontri con gli scrittori e le scrittrici:

  • quando raccontano i loro libri preferiti e gli autori che li hanno ispirati
  • quando leggono ad alta voce
  • quando mi viene voglia di prendere appunti per non perdere nemmeno una parola
  • quando mi fanno commuovere
  • quando non svelano il finale del libro

Quali festival letterari non devo perdermi assolutamente?

Cinque libri: Andrea Pomella

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Andrea Pomella scrive e twitta molto bene (e ha una passione sfrenata per i cappotti). C’è un suo pezzo bellissimo su minima&moralia e, se non l’hai mai letto, io ti consiglio di iniziare da qui.

Cinque libri da leggere col cappotto 

di Andrea Pomella

Mi piace il cappotto. È un indumento con una costante: è sempre abbastanza fuori moda, ma mai troppo fuori moda. È l’ideale per i sognatori scrupolosi, per quelli scampati alle bufere ma felici di aver guadagnato un riparo, per i ricchi e per i morti di fame. Il cappotto è anche il protagonista di una famosa foto di Henri Cartier Bresson che ritrae Albert Camus con il bavero alzato e una sigaretta stretta fra le labbra. Ecco, per me il protagonista di quella foto non è Camus; è il cappotto. Perciò, anche se l’inverno sta finendo, quelli che seguono sono cinque consigli di lettura, cinque libri da leggere col cappotto.

  1. Il cappotto, Nikolaj Gogol, Feltrinelli

Un impiegato si compra il cappotto nuovo, lo indossa un solo giorno, glielo rubano, e lui muore di crepacuore. Neanche volendo si può ometterlo da questa lista.

  1. Istruzioni per rendersi infelici, Paul Watzlawick, Feltrinelli

Dove si cita la guida di Dan Greenburg alle madri ebraiche:

“Regalate a vostro figlio Marvin due camice sportive. Quando ne indossa una per la prima volta, guardatelo con aria avvilita e dite: «L’altra non ti piace?»”.

Io possiedo due cappotti, uno nero e uno grigio, quando indosso quello nero, mi guardo allo specchio e mi viene esattamente quella stessa aria avvilita, e mi dico: “Dunque quello grigio non ti piace più?”

Leggete questo libro, se siete degli stremati come me.

  1. Solar, Ian McEwan, Einaudi

McEwan ne ha scritti di migliori, ma qui c’è una scena (e mi rivolgo soprattutto ai lettori maschi) che vi farà desiderare di indossare il più caldo dei cappotti. Succede che il protagonista, Michael Beard, durante un viaggio nei paesi artici, a meno ventisei e con vento forza cinque, decide di orinare all’aperto. La descrizione dell’istantaneo congelamento e della conseguente perdita del pene è terrificante:

“Qualcosa di freddo e di rigido gli si era staccato dall’inguine per scendere lungo la calzamaglia e andare a fermarsi giusto sopra la rotula. Si portò una mano in mezzo alle gambe e non trovò niente. Se la portò al ginocchio e quel coso orrendo, meno di cinque centimetri in tutto, era lì, duro come un sasso. Non sembrava affatto, o non sembrava più, una parte di lui”.

  1. Il cappotto di astrakan, Piero Chiara, Mondadori

Storia di un tale che lascia la vita di provincia sulle rive del lago nativo per avventurarsi a Parigi, dove la somiglianza con il figlio di una affittacamere lo precipita in un’avventura d’altri tempi. L’edizione degli Oscar Mondadori sembra tagliata su misura per la tasca del mio cappotto (quello nero).

  1. Alla ricerca del tempo perduto, Marcel Proust, Mondadori (Meridiani, 4 voll.)

Proust scrisse la Recherche steso sul letto, coperto da un imponente strato di coperte, e con un cappotto foderato di lontra sulle gambe. Quel cappotto è anche il protagonista di un libriccino di qualche anno fa, Il cappotto di Proust (Mondadori), in cui la giornalista televisiva Lorenza Foschini raccontava di come fosse arrivata a scovare il prezioso cimelio tra i fondi del Musée Carna-valet. François Mauriac descriveva così il suo incontro con Proust: “Rivedo quella camera sinistra di rue Hamelin, il caminetto nero, quel letto in cui il cappotto serviva da coperta”. Una delle verità meno considerate di questo mondo è che la Recherche non sarebbe mai stata scritta senza l’ausilio di un cappotto.

Caro Domenico Starnone, mi hai strappato il cuore

 

Stamattina sono arrivata in ufficio con una faccia stravolta. Sul tram ho iniziato Lacci di Domenico Starnone e quando sono scesa alla mia fermata mi mancavano solo trenta pagine.

Mi ha scombussolato: battito accelerato, aria che improvvisamente sembra mancare, la sensazione di qualcuno che ti appoggia qualcosa di molto pesante sul petto e spinge, spinge, spinge. È un libro bellissimo e tremendo sul matrimonio, la famiglia, l’attrazione, una storia che ti spoglia e ti ferisce pagina dopo pagina, silenziosamente. Leggerlo essendo sposata da pochi mesi, poi, lo fa sembrare ancora più tremendo.

Ne ho letti pochi di libri così, che li senti addosso anche dopo averli finiti.

Continuerai così per sempre, non sarai mai quello che vuoi ma quello che capita.

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