Leggere, fantasticare, crescere

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Oggi sono rientrata dalle ferie: è bello riprendere a lavorare con calma, con l’ufficio ancora un po’ silenzioso e il telefono che squilla pochissimo.

Tornando a casa ho visto un tweet della libreria Strand che mi ha fatto scoprire un intervento di Neil Gaiman sull’importanza della lettura: eccolo sul sito del Guardian (edit: l’ho trovato anche tradotto in italiano qui – forse non è una traduzione impeccabile, ma per chi non legge in inglese può essere un punto di partenza).

Copio uno dei miei passaggi preferiti:

«Fiction has two uses. Firstly, it’s a gateway drug to reading. The drive to know what happens next, to want to turn the page, the need to keep going, even if it’s hard, because someone’s in trouble and you have to know how it’s all going to end … that’s a very real drive. And it forces you to learn new words, to think new thoughts, to keep going. To discover that reading per se is pleasurable. Once you learn that, you’re on the road to reading everything. And reading is key. There were noises made briefly, a few years ago, about the idea that we were living in a post-literate world, in which the ability to make sense out of written words was somehow redundant, but those days are gone: words are more important than they ever were: we navigate the world with words, and as the world slips onto the web, we need to follow, to communicate and to comprehend what we are reading. People who cannot understand each other cannot exchange ideas, cannot communicate, and translation programs only go so far.

[…] 

And the second thing fiction does is to build empathy. When you watch TV or see a film, you are looking at things happening to other people. Prose fiction is something you build up from 26 letters and a handful of punctuation marks, and you, and you alone, using your imagination, create a world and people it and look out through other eyes. You get to feel things, visit places and worlds you would never otherwise know. You learn that everyone else out there is a me, as well. You’re being someone else, and when you return to your own world, you’re going to be slightly changed.

Empathy is a tool for building people into groups, for allowing us to function as more than self-obsessed individuals.

You’re also finding out something as you read vitally important for making your way in the world. And it’s this:

The world doesn’t have to be like this. Things can be different».

E poi, importantissimo:

«Do not discourage children from reading because you feel they are reading the wrong thing. Fiction you do not like is a route to other books you may prefer. And not everyone has the same taste as you.

Well-meaning adults can easily destroy a child’s love of reading: stop them reading what they enjoy, or give them worthy-but-dull books that you like, the 21st-century equivalents of Victorian “improving” literature. You’ll wind up with a generation convinced that reading is uncool and worse, unpleasant».

È un testo bellissimo che stamperei e attaccherei ovunque per tenerlo a portata di mano e rileggerlo ogni tanto: è il modo migliore per iniziare un altro “anno scolastico” di lavoro editoriale. :)

[E il gruppo di lettura? Ci siamo quasi. Presto novità.]

Dimmi un libro: facciamo un gruppo di lettura?

dimmi un libro

Ho deciso: voglio provare a mettere su il gruppo di lettura che ho sempre sognato. Ce l’ho in testa da un sacco di tempo e lo immagino così: scelgo un tema, ci vediamo una volta al mese e ognuno/a racconta il libro che quel tema gli/le ha fatto venire in mente. E poi, dopo una serata di risate, cose buone da mangiare e consigli appassionati, torniamo a casa con nuove storie da desiderare.

Più che un gruppo di lettura, un gruppo di letture. Incontri per chiacchierare, conoscersi e condividere colpi di fulmine.

Ho già il nome, delle idee sui temi, un logo work in progress (grazie alla sempre bravissima Emanuela Oliva) e una serie di sorprese che non vedo l’ora di preparare. Vorrei partire a settembre.

Ho un dubbio: dove lo faccio a Roma?

E soprattutto: ti piace? Vorresti partecipare?

Cinque libri: Raffaella R. Ferré

Chissà se a Raffaella R. Ferré fischiano spesso le orecchie: è una delle scrittrici che nomino di più. Consiglio sempre un suo bellissimo romanzo (l’ho fatto di recente anche qui) e quando pubblica un pezzo su Abbiamo le prove lo condivido dappertutto. Tutto è iniziato per caso qui e per lei non smetterò mai di fare un tifo sfegatato.

Cinque libri, cinque desideri, un’estate

“Chi accumula libri accumula desideri”: una massima di Ugo Ojetti che mi è sempre piaciuta tanto, forse perché, per la prima volta, qualcuno di autorevole mi dava la possibilità di pensare ai miei romanzi, raccolte di racconti, saggi e via dicendo da una prospettiva diversa da quella a cui ero abituata: sono venuta su, infatti, sentendomi rimproverare (troppo) spesso per la mole di volumi che occupavano la mia stanza, la mia scrivania, il mio comodino e qualunque altro piano più o meno stabile su cui avevo impilato libri seguendo una sola regola: che la storia narrata nell’uno desse una mano a quella narrata nell’altro. Sul termosifone (mai utilizzato) della casa in cui sono cresciuta, la Bridget Jones di Helen Fielding continuerà a far compagnia alla dolce ma poco ironica Emma, la Madame Bovary di Flaubert, e Tiziana Colarizi con la sua Storia del Novecento Italiano – un mattone da cui mai mi separerò davvero – tiene d’occhio la leggerezza calviniana della Lezioni Americane. Ma adesso, veniamo a noi. La signorina che risponde al nome di Valentina Aversano ma a cui io mi rivolgo, di solito, inviando cuoricini e foto di cani ridenti, mi ha chiesto di partecipare a questa rubrica che mi pone davanti ad una scelta difficilissima: devo scegliere, dai miei accumuli, cinque tomi e spiegare il criterio della mia decisione. E dunque, ecco a voi i miei cinque libri, cinque desideri, per un’estate.

Potete anche tenerli l’uno vicino all’altro, ovvio.

Sconosciuti in treno

Un anno stressante e la voglia di uccidere – metaforicamente – qualcuno? Ecco il libro-desiderio per la vostra estate, capace di spiegarvi con dovizia che il delitto perfetto esiste, eccome. Suspense, angoscia e la cara Patricia Highsmith che come al solito – anche se indovinate presto come va a finire oppure avete visto la versione cinematografica di Hitchcock – fa paura per il solo fatto che ha pensato davvero questa cosa.

Quella sera dorata

Un libro felice, che sa di caldo e di tè freddo alla pesca (ma non quello delle lattine, quello fatto in casa!). Credo che Peter Cameron dovrebbe versarmi parte dei proventi per tutte le volte che l’ho consigliato, regalato, comprato, letto e riletto. Non vi dico niente, fidatevi. Al massimo avvertite Peter del mio desiderio.

Sai tenere un segreto?

Sì, lo so: la mia scelta farà storcere il naso a molti intellettuali, ma la storia di Emma Corrigan raccontata da Sophie Kinsella aveva il potere di calmarmi durante gli attacchi di panico. Pensate che ci sono libri che me li fanno venire.

La vicevita

Il sottotitolo di questo libricino è “treni e viaggi in treno” e Valerio Magrelli che l’ha scritto è riuscito a raccontare anche lo sbuffare delle porte a soffietto tra un vagone e l’altro mentre fuori c’è solo campagna bruciata, 35 gradi e il desiderio di mare appena dietro la prossima stazione.

Manuale per ragazze di successo

Voglio un gran bene letterario a Paolo Cognetti e a questa sua prima raccolta di racconti, trovata su una bancarella anni e anni fa e ancora oggi così importante per me da farmi chiamare un amico, qualche pomeriggio fa, perché me lo leggesse a telefono (non avevo la mia copia accanto). Le sette donne raccontate mi assomigliano, una per una, in un modo o nell’altro: hanno come me i piedi scalzi alzati sul cruscotto rovente o una mansardina zeppa di dubbi e persone o, ancora, un lavoro da fare, presto e al meglio, perché sia giorno libero, vacanza, estate. Il desiderio? Beh: sentirsi compresi, una volta tanto. Cognetti, state pur sicuri, lo esaudisce.

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Cinque libri: Michele Orti Manara

Michele Orti Manara scrive racconti e fa il social media manager da Adelphi. A ottobre saremo insieme a questo master e se ci penso mi scappa già da ridere, perché sono sicura che ci divertiremo un bel po’.

Cinque libri/coltellino svizzero, compatti ma con dentro un sacco di roba 

Si dice che ormai abbiamo l’attention span di un criceto. Io non so se sia vero o no, ma per questa lista ho scelto solo libri brevi, al di sotto delle duecento pagine, che quindi si possono iniziare e finire in una sola sessione – ovvero il mio modo preferito di leggere un romanzo, quando è possibile.

Pronti? Via.  

Albert Camus, Lo straniero  

Qui dentro ci sono l’incipit e l’explicit più potenti che io abbia mai letto, o giù di lì. L’explicit non lo cito perché credo valga la pena di leggerlo dopo aver affrontato il romanzo, e perché sarebbe a rischio spoiler.

L’incipit, invece, è questo qui:

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so.  

Son dieci parole dieci, e da sole contengono già tutto quel che verrà dopo. Ogni volta che le rileggo, e anche adesso che le ho copiate qui, a me vengono i brividoni.  

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5

Questo è uno dei libri che secondo me andrebbero fatti leggere nelle scuole superiori, o che mi piacerebbe avessero fatto leggere a me alle superiori. Potrei dire che ha un posto in questa lista perché Billy Pilgrim è un personaggio indimenticabile, o per l’umorismo di Vonnegut anche di fronte a un evento tragico come il bombardamento di Dresda, o per il suo messaggio pacifista; tutto vero, ma il motivo principale per cui l’ho scelto è la spiegazione del perché i tralfamadoriani non considerano la morte uno stadio definitivo, un passaggio che su di me ha funzionato meglio del Dylar.

Tommaso Pincio, Lo spazio sfinito  

Perdonatemi, qui vi tocca sorbire una piccola parentesi esticazzi. Dunque, quando ho letto Lo spazio sfinito non stavo molto bene. Non vi annoierò coi dettagli, ma non stavo affatto bene. E in questo Kerouac ramingo nello spazio, nella malinconica Norma Jean dentro la casa sulla cascata, per ragioni difficili da spiegare, mi sembrava di percepire degli spiriti affini. Ora, non vorrei ricadere nella retorica un po’ stucchevole dei libri che cambiano la vita. Però è vero che spesso la accompagnano, e io a quei tempi trovavo uno sbilenco conforto nel farmi accompagnare dal Mugolio del Tutto, che secondo il Kerouac di Pincio fa così: mmmmmmmmmm.

Roberto Bolaño, Stella distante  

D’accordo, non ha – anche per banali ragioni di lunghezza – il respiro di 2666 e dei Detective selvaggi. Però a me sembra un’ottima porta per entrare nell’universo di Bolaño, e dentro c’è un personaggio in cui si condensa il male senza volto che striscia tra le pagine di 2666. Se Stella distante non vi piace, credo ci siano buone possibilità che non vi piaccia Bolaño in generale. Niente di male, intendiamoci. Solo non vi resto più amico.

Agota Kristof, Il grande quaderno 

Qui ho barato un po’, perché la Trilogia della città di K. nel suo complesso è più lunga di duecento pagine. Io però qui metto solo la prima parte, intitolata Il grande quaderno: 137 pagine in cui facciamo la conoscenza dei gemelli e li seguiamo mentre si adattano, senza troppe remore, alla crudeltà del mondo circostante. Il colpo di grazia (o di fulmine) a me l’ha dato questo passaggio – quasi da manuale di scrittura – in cui scopriamo le regole che i gemelli seguono per i loro appunti:

Dobbiamo descrivere ciò che vediamo, ciò che sentiamo, ciò che facciamo.
[…] È proibito scrivere: «La Piccola Città è bella», perche la Piccola Città puòessere bella per noi e brutta per qualcun altro. […] Scriveremo: «Noi mangiamo molte noci», e non: «Amiamo le noci», perche il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e di obiettività. […] Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe, è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti. 

(una postilla, poi vi lascio in pace: non rileggo quasi mai un romanzo; arrivato alla fine di questa lista, mi sono reso conto che tutti questi titoli fanno eccezione, perché li ho letti due o più volte; sarà che come detto son brevi, o più semplicemente che la prima lettura aveva lasciato il segno)

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Tu chiamali, se vuoi, libri-tunnel

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(Balcone + Crodino con una goccia di vodka polacca + Fred Vargas + patatine)

Sono nella fase dei libri-tunnel, l’equivalente delle serie tv che ti costringono a chiuderti in casa e vedere un’intera stagione tutta di seguito. Quei libri che quando li finisci hai la faccia un po’ stravolta, fatta. Quei libri che ti fanno dire datemene ancora, subito.

Libri-tunnel: tre esempi

1. Poco fa ho finito Annientamento di Jeff VanderMeer, primo volume di una trilogia pubblicata da Einaudi e tradotta da Cristiana Mennella, per me un mito perché è la voce italiana di George Saunders.

Perché crea dipendenza: c’è una missione segreta in un posto misterioso; non è semplicemente avvincente, è meglio di Lost.  

2. La scorsa settimana ho divorato Tempi glaciali di Fred Vargas (Einaudi Stile libero, traduzione di Margherita Botto).

Perché crea dipendenza: il commissario Adamsberg è uno di quei personaggi sgarrupati che vorresti conoscere davvero; finisci il libro e ti viene voglia di rileggere tutti i romanzi precedenti che raccontano Adamsberg e la sua squadra, ancora più sgarrupata di lui (e se non li hai mai letti ti invidio, perché davanti a te hai un sacco di bellissime storie).

3. Avevo detto che non avrei letto l’ultimo libro del ciclo dell’Amica geniale di Elena Ferrante (pubblicato da E/O) senza ripartire dal primo volume. Poi ho cambiato idea.

Perché crea dipendenza: per tutti e quattro i libri sembra di essere lì, insieme a Lila e Lenù; racconta le donne meglio di un documentario; amori e dolori mentre intorno sfila la Storia: devi sapere come andrà a finire o non riesci a concentrarti più su niente.

Vorrei un’estate piena di libri-tunnel: suggerimenti?

Cinque libri: Marianna Crasto

Marianna non la conosco di persona, ma ho letto un suo pezzo su Abbiamo le prove ed è stato un po’ un colpo di fulmine. Poi ho letto un suo racconto su inutile (già segnalato qui). Poi le ho chiesto di raccontarmi i suoi cinque libri e mi ha detto subito di sì. Adesso devo solo incontrarla al più presto.

I cinque libri di Marianna Crasto

(Valentina è una dolcissima persona: mi ha proposto questa cosa dei cinque libri e io ho risposto ODDIO OK SÌ YEAH!! <3, abusando orribilmente di punti esclamativi e segni matematici.

Mi sarei subito pentita fossi stata in lei, ma lei appunto è una dolcissima persona.) 

I miei Cinque libri li voglio intitolare Interno giorno perché ovviamente un libro è quello che c’è scritto tra le pagine ma, per me, è soprattutto le esperienze che con lui ho avuto: dove me lo sono portato, il momento della giornata in cui lo leggevo, età, posizione preferita sul letto o all’interno della stanza.

Mi piacerebbe che poteste leggere i miei cinque libri alle coordinate emotive e spazio-temporali in cui li ho letti io, perché sono state proprio le coordinate a renderli perfetti.

Mi rendo conto che è una cosa impossibile, ecco perché di solito nessuno mi chiede mai niente. Però magari partite dalle mie coordinate e trovate le vostre, che ne so, in mezzo a un cerchio alieno in un campo di grano: vale tutto.

1.

Inizi di giugno, la scuola è finita, ho 15 anni, non ho ancora mai passato un’estate a studiare. Balcone spalancato, tende svolazzanti, piante dei piedi sul copriletto di cotone ruvido. Leggo Il Signore degli Anelli (l’edizione Rusconi che non credo facciano più) per 6/7/8 ore ogni giorno, ma non accenna a finire o anche solo ad assottigliarsi. Leggo per tutta l’estate, è un miracolo, è l’intrattenimento infinito. Ho fatto l’orecchio alla pagina in cui si forma la compagnia dell’anello perché non ricordo i nomi dei personaggi e lì stanno scritti tutti in tre righe.

2.

Ho quasi trent’anni, lavoro da qualche mese, combatto con picchi d’ansia mai visti nemmeno in periodo universitario: non mi piace parlare con le persone.

Leggo Come diventare se stessi di DFW-Lipsky in due notti di fila, raggomitolata al piano terra del letto a castello. In questo punto parla di me e piango.

“Penso che essere timidi significhi sostanzialmente essere talmente concentrati su se stessi che diventa difficile stare in compagnia della gente. Per esempio, se passo del tempo con te, non riesco neanche a capire se mi stai simpatico o no, perché sono troppo occupato a chiedermi se io sto simpatico a te. È stressante e odioso, tutto quello che vuoi tu, ma io ho in me degli elementi di questo tipo di timidezza.”

La mattina dopo ho un aspetto orribile.

3.

Ci metto 40 minuti di autobus per arrivare in aula e seguire le lezioni di un master cosìcosì. Durante il viaggio la mia faccia è nascosta dalla copertina di Gang bang di Chuck Palahniuk. Gli altri passeggeri vorrebbero giudicarmi ma si trattengono, dovendo in quel caso ammettere la propria conoscenza delle gang bang.

4.

Sono in casa già da tre giorni con la febbre, e gli addominali mi fanno male a furia di tossire. Inizio a leggere i racconti di Hemingway poggiando il Meridiano sulla trapunta viola. Penso che non mi piaceranno, li inizio pensando che saranno usa e getta. Li odierò perché Ernst era un maschio ubriacone maschio l’Africa la Spagna maschio la corrida chissenefrega.

Li leggo tutti, piango per Paco che inizia cameriere e muore torero, mi viene l’invidia perché meglio di lui non si può fare, mi passa la febbre.

5.

L’ultimo giorno dell’anno sono triste ogni anno. L’ultimo giorno del 2008 leggo Altri libertini di Tondelli fino a che non arriva l’anno nuovo e mi chiedo come mi sentirò l’ultimo giorno del 2009.

“Noi buttiam giù le biciclette e saliamo a cavalcioni e dominiamo la piazza così alte e ruggenti e se alziamo gli occhi c’è il cielo neronero con tutte le stelle che luccicano e sembra proprio di stare in un film longobardo e barbaro”.

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Innamoramenti: Joan Didion

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(Nella foto: Joan Didion nell’ultima campagna di Céline)

Tra i miei libri preferiti del 2014 c’è Diglielo da parte mia. Se dovessi fare domani una classifica di preferiti 2015 ci metterei già un altro libro di Joan DidionDemocracy (E/O, traduzione di Rossella Bernascone).

Ho letto Democracy pensando questo è un libro elettrico. Che vuol dire? Magari riuscissi a spiegarlo. Sai quando non puoi smettere di leggere e pagina dopo pagina ti dici quando lo finirò mi mancherà? Così.

E poi i dettagli. Ho una passione per i dettagli.

Democracy inizia così:

La luce dell’alba durante i test nel Pacifico era qualcosa da vedere.
Qualcosa da contemplare.
Qualcosa che ti faceva quasi pensare d’aver visto Dio, disse.
Le disse.
Jack Lovett disse a Inez Victor.
Inez Victor nata Inez Christian.
Disse: il cielo era d’un rosa che nessun pittore avrebbe potuto riprodurre, c’era un esperto della detonazione che ci provava sempre, era un pittore dilettante niente male, però non c’è mai riuscito. Non è mai riuscito a catturarlo, non c’è neanche andato vicino. Il cielo era rosa e l’aria grondava della pioggia notturna, dolce e umida e sapeva di fiori, sapeva di quei fiori che ti puntavi nei capelli quando andavi a Schofield, gardenie, di mattina l’aria profumava di gardenie, anche se non c’erano molti fiori nelle isole esplosive.
Erano solo atolli, per la maggior parte.
Sputi di sabbia, veramente.

E poi a pagina 73 fa così:

Si erano incontrati a Honolulu nell’inverno del 1952. Posso descrivere con precisione come comincia l’inverno a Honolulu: si alza il vento Kona e la stagione cambia. Kona significa sottovento e questo vento si alza dal lato sottovento dell’isola e riempie di fango il banco degli scogli, riempie le spiagge di bucce d’arancia e profilattici e pezzi di polistirolo espanso, strappa i fiori dagli alberi e secca le fronde delle palme. Il mare diventa lattiginoso. Le termiti brucano sui tetti di legno. La temperatura si abbassa di poco, ma solo i turisti fanno il bagno. Al limite del mondo conosciuto c’è solo acqua, acqua come una presenza definita, acqua come la destinazione a cui, un giorno o l’altro arriverà anche l’isola, e si insedia una certa inquietudine. 
Gli uomini come Dwight Christian osservano la nuvola di vapore che si solleva dalla loro piscina e telefonano più sovente a Taipei, Penang, Jedda. Le donne come Ruthie Christian tirano fuori le pellicce che tramandano di madre in figlia senza averle mai indossate, la custodia ancora intatta, e fantasticano di viaggi sul continente. È durante quei giorni e quelle notti quando la pioggia incessante oscura l’orizzonte e il mare si alza sulla North Shore che l’assoluto isolamento del luogo si fa più profondo, e fu in una notte così, nel 1952, che Jack Lovett vide per la prima volta Inez Christian, e notò nella vena dei suoi prevedibili desideri e delle sue vanità adolescenziali, un’eccentricità, una riservatezza, una solitudine emotiva pari alla sua.
Adesso capisco. 

Più della storia d’amore di Inez e Jack, dell’America degli anni Settanta e della politica sempre sul punto di esplodere, Democracy racconta il tentativo di ricostruire le vite degli altri. È un romanzo pieno di vuoti, attese e bugie.

Mi hanno insegnato a non fidarmi delle versioni altrui, ma dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo. 
Sezioniamo gli avvenimenti.
Teniamo conto dei pregiudizi.
Calcoliamo le tendenze, le predisposizioni, le circostanze particolari che cambiano lo spettro in cui ogni osservatore vedrà una data situazione.
Consideriamo qual è l’effetto del filtro sull’obiettivo.

Voglio altri libri di Joan Didion. Nel frattempo, cucinerò le sue ricette.

#bellemagliette

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(Nella foto: io che faccio finta di fare la fashion blogger grazie a Ink Your Travel)

Le ragazze di Ink Your Travel mi hanno regalato una Travel Bookstee e una scusa per allungare ancora un po’ la lista dei desideri. Dei libri che hanno scelto per raccontare il tema del viaggio ne ho letti solo tre  (In Patagonia, Le città invisibili, On the Road) e adesso devo assolutamente leggere tutti gli altri.

Penso che inizierò dal Signore degli Anelli.

E poi, se c’è qualcosa che amo più dei libri, sono i gadget sui libri. E le belle magliette, ovvio.

Cinque libri: Liborio Conca

Liborio Conca è il Caposervizio libri del Mucchio, collabora con Repubblica – Roma e lavora con me nella redazione di minima&moralia. È una di quelle persone che fa venire voglia di leggere e sono così contenta di ospitarlo in questa rubrica che la smetto di farvi perdere altro tempo e vi lascio subito ai suoi Cinque libri.

I cinque libri di Liborio Conca

Per arrivare a cinque libri favoriti e trovare allo stesso tempo un tema unificante avevo pensato inizialmente di aiutarmi con questo criterio: Libri che ho letto due volte. Solo che erano in ogni caso più di cinque, e per scartarne alcuni sarei dovuto ricorrere lo stesso a una scelta arbitraria. Quindi sono passato a: Libri che ho letto tre volte. Ma non arrivavo a cinque.

Ed ecco l’illuminazione, dettata dal libro che sto leggendo in questi giorni, Il dossier Rachel di Martin Amis. Si dà il caso che è uno di quei romanzi che avrei voluto leggere qualche anno fa. E dunque la lista è: Libri che avrei voluto leggere tra i 16 e i 22 anni, e che consiglierei a un ragazzo/ragazza che adesso ha quell’età.

È anche un modo per rendermi utile, tutto sommato. L’effetto che vorrei suscitare nel ragazzo/ragazza è lo stesso che prende il giovane William Miller quando in Almost famous sua sorella gli fa trovare una borsa con una manciata di dischi meravigliosi all’interno. E dentro l’album degli Who un biglietto che dice così: «Listen to Tommy with a candle burning and you will see your entire future».

Lo so, con la musica è più facile.

Il dossier Rachel di Martin Amis

Per iniziare, il libro che ha fornito il pretesto alla lista, Il dossier Rachel di Martin Amis. Charles Highway, il protagonista, è un giovinastro inglese parecchio colto, snob, eccessivo, esagerato, un miscuglio di sicurezze e insicurezze descritte da un Amis altrettanto sfrontato – un Amis che sembra conoscere molto da vicino il suo Charles. Ci sono feste, musica, e un’atmosfera di elettricità perenne. Per sedurre Rachel, Charles prende appunti e stende piani d’azione. Ma quando ha a che fare direttamente con lei le sue elucubrazioni vanno in fumo, e non è detto che sia un male.

Franny e Zooey di J.D. Salinger

Questo è un libro che andrebbe piazzato vicino al comodino vicino al letto e non spostato di lì per nessuna ragione. La perfidia con cui Franny maltratta il vanesio e vacuo fidanzato Lane, con la sua accidenti di esercitazione scritta per il college (e l’ancor più perfido Salinger, che riesce a non farci stare dalla parte di Lane neanche per un secondo); Zooey immerso nella vasca, e subito dopo intento a radersi la barba, con la madre sempre tra i piedi. Di rileggere certe scene non ci si stanca mai – e queste hanno anche una specie di misterioso potere lenitivo.

Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli

L’Italia degli ultimi anni ’70, lo squallore di certe stazioni, la provincia con i suoi mimi e istrioni raccontati dalla scrittura sfrenata di Pier Vittorio Tondelli. La via italiana che dall’Emilia porta fino ad Amsterdam.

I sotterranei di Jack Kerouac

Jack Kerouac attacca con «Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora…», e poi, come se realmente fosse una session musicale, continua con i suoi angeli dei sotterranei, le strade di San Francisco, i locali aperta tutta la notte. A un certo punto arriva la lettera di Mardou, frasi a cui Leo intervalla le sue variazioni da amante disperato – ancora Kerouac che esplora la prossimità tra musica e letteratura e vita.

I detective selvaggi di Roberto Bolaño

La poesia del deserto. Oppure, la poesia e il deserto. Le strade sterminate di Città del Messico e personaggi inafferrabili tra Parigi, Vienna, Barcellona, Roma. È l’ultimo della lista, il romanzo di Roberto Bolaño, perché oltre a cantare l’irrequietezza giovanile si espande fino all’età adulta. Fino ai fallimenti, alle morti, alle piccole felicità.

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Libri con un sacco di orecchie

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C’è questo libro con un sacco di orecchie, una per ogni passo che mi è piaciuto (sì, è quello nella foto).

Mi sono detta: adesso li ricopio, poi scelgo i miei preferiti.

È stato difficilissimo.

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Molly Ringwald non era così bella da fare la parte della protagonista, ma gli anni Ottanta erano un posto strano in cui poteva capitare di tutto, anche che il capitano della squadra di football mollasse la reginetta del ballo per stare con una sfigata coi capelli rossi che si cuciva i vestiti da sola.

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Il segreto per tante cose è dimenticare, ma io mi ricordo sempre tutto.

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Io piango così di rado che le lacrime degli altri mi meravigliano, anche se non in questo caso: ora è la mia assenza di lacrime a meravigliarmi. Perché non sento le cose come le sentono gli altri? Non è che non mi importi della gente. È solo che non riesco a percepirla come reale.

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È questo il mio problema, non ho immaginazione, non so immaginare niente al di fuori di quello che conosco. Come funziona il tempo, per esempio. I minuti. L’attesa. Quanto può essere lungo un giorno. La mia più grande paura è che le cose vadano avanti all’infinito, senza mai fermarsi. L’idea che qualcosa duri «per sempre» mi terrorizza, anche se fossi in paradiso e fosse tutto bellissimo. Prima o poi dovrà pur finire. E inizierà qualcos’altro. Quando voglio spaventarmi, la sera a letto, mi ripeto in testa per sempre, per sempre, per sempre, per sempre, per sempre, finché non impazzisco.

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La mamma sembra quasi tornata ragazza, coi capelli sciolti e il sorriso sulle labbra. Guarda papà e lui si china a baciarla sulla testa. Ogni tanto scorgo qualcosa del loro mondo e non ci posso pensare che non ne farò mai parte, che non li conoscerò mai come si conoscono loro. Ci conosciamo tutti su livelli diversi, immagini che non si sovrapporranno mai.

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Il libro è di Mary Miller, si intitola Last Days of California, l’ha tradotto Sara Reggiani e lo pubblica Edizioni Clichy nella collana Black Coffee.

È bellissimo.