Dimmi un libro: facciamo un gruppo di lettura?

dimmi un libro

Ho deciso: voglio provare a mettere su il gruppo di lettura che ho sempre sognato. Ce l’ho in testa da un sacco di tempo e lo immagino così: scelgo un tema, ci vediamo una volta al mese e ognuno/a racconta il libro che quel tema gli/le ha fatto venire in mente. E poi, dopo una serata di risate, cose buone da mangiare e consigli appassionati, torniamo a casa con nuove storie da desiderare.

Più che un gruppo di lettura, un gruppo di letture. Incontri per chiacchierare, conoscersi e condividere colpi di fulmine.

Ho già il nome, delle idee sui temi, un logo work in progress (grazie alla sempre bravissima Emanuela Oliva) e una serie di sorprese che non vedo l’ora di preparare. Vorrei partire a settembre.

Ho un dubbio: dove lo faccio a Roma?

E soprattutto: ti piace? Vorresti partecipare?

Tu chiamali, se vuoi, libri-tunnel

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(Balcone + Crodino con una goccia di vodka polacca + Fred Vargas + patatine)

Sono nella fase dei libri-tunnel, l’equivalente delle serie tv che ti costringono a chiuderti in casa e vedere un’intera stagione tutta di seguito. Quei libri che quando li finisci hai la faccia un po’ stravolta, fatta. Quei libri che ti fanno dire datemene ancora, subito.

Libri-tunnel: tre esempi

1. Poco fa ho finito Annientamento di Jeff VanderMeer, primo volume di una trilogia pubblicata da Einaudi e tradotta da Cristiana Mennella, per me un mito perché è la voce italiana di George Saunders.

Perché crea dipendenza: c’è una missione segreta in un posto misterioso; non è semplicemente avvincente, è meglio di Lost.  

2. La scorsa settimana ho divorato Tempi glaciali di Fred Vargas (Einaudi Stile libero, traduzione di Margherita Botto).

Perché crea dipendenza: il commissario Adamsberg è uno di quei personaggi sgarrupati che vorresti conoscere davvero; finisci il libro e ti viene voglia di rileggere tutti i romanzi precedenti che raccontano Adamsberg e la sua squadra, ancora più sgarrupata di lui (e se non li hai mai letti ti invidio, perché davanti a te hai un sacco di bellissime storie).

3. Avevo detto che non avrei letto l’ultimo libro del ciclo dell’Amica geniale di Elena Ferrante (pubblicato da E/O) senza ripartire dal primo volume. Poi ho cambiato idea.

Perché crea dipendenza: per tutti e quattro i libri sembra di essere lì, insieme a Lila e Lenù; racconta le donne meglio di un documentario; amori e dolori mentre intorno sfila la Storia: devi sapere come andrà a finire o non riesci a concentrarti più su niente.

Vorrei un’estate piena di libri-tunnel: suggerimenti?

Innamoramenti: Joan Didion

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(Nella foto: Joan Didion nell’ultima campagna di Céline)

Tra i miei libri preferiti del 2014 c’è Diglielo da parte mia. Se dovessi fare domani una classifica di preferiti 2015 ci metterei già un altro libro di Joan DidionDemocracy (E/O, traduzione di Rossella Bernascone).

Ho letto Democracy pensando questo è un libro elettrico. Che vuol dire? Magari riuscissi a spiegarlo. Sai quando non puoi smettere di leggere e pagina dopo pagina ti dici quando lo finirò mi mancherà? Così.

E poi i dettagli. Ho una passione per i dettagli.

Democracy inizia così:

La luce dell’alba durante i test nel Pacifico era qualcosa da vedere.
Qualcosa da contemplare.
Qualcosa che ti faceva quasi pensare d’aver visto Dio, disse.
Le disse.
Jack Lovett disse a Inez Victor.
Inez Victor nata Inez Christian.
Disse: il cielo era d’un rosa che nessun pittore avrebbe potuto riprodurre, c’era un esperto della detonazione che ci provava sempre, era un pittore dilettante niente male, però non c’è mai riuscito. Non è mai riuscito a catturarlo, non c’è neanche andato vicino. Il cielo era rosa e l’aria grondava della pioggia notturna, dolce e umida e sapeva di fiori, sapeva di quei fiori che ti puntavi nei capelli quando andavi a Schofield, gardenie, di mattina l’aria profumava di gardenie, anche se non c’erano molti fiori nelle isole esplosive.
Erano solo atolli, per la maggior parte.
Sputi di sabbia, veramente.

E poi a pagina 73 fa così:

Si erano incontrati a Honolulu nell’inverno del 1952. Posso descrivere con precisione come comincia l’inverno a Honolulu: si alza il vento Kona e la stagione cambia. Kona significa sottovento e questo vento si alza dal lato sottovento dell’isola e riempie di fango il banco degli scogli, riempie le spiagge di bucce d’arancia e profilattici e pezzi di polistirolo espanso, strappa i fiori dagli alberi e secca le fronde delle palme. Il mare diventa lattiginoso. Le termiti brucano sui tetti di legno. La temperatura si abbassa di poco, ma solo i turisti fanno il bagno. Al limite del mondo conosciuto c’è solo acqua, acqua come una presenza definita, acqua come la destinazione a cui, un giorno o l’altro arriverà anche l’isola, e si insedia una certa inquietudine. 
Gli uomini come Dwight Christian osservano la nuvola di vapore che si solleva dalla loro piscina e telefonano più sovente a Taipei, Penang, Jedda. Le donne come Ruthie Christian tirano fuori le pellicce che tramandano di madre in figlia senza averle mai indossate, la custodia ancora intatta, e fantasticano di viaggi sul continente. È durante quei giorni e quelle notti quando la pioggia incessante oscura l’orizzonte e il mare si alza sulla North Shore che l’assoluto isolamento del luogo si fa più profondo, e fu in una notte così, nel 1952, che Jack Lovett vide per la prima volta Inez Christian, e notò nella vena dei suoi prevedibili desideri e delle sue vanità adolescenziali, un’eccentricità, una riservatezza, una solitudine emotiva pari alla sua.
Adesso capisco. 

Più della storia d’amore di Inez e Jack, dell’America degli anni Settanta e della politica sempre sul punto di esplodere, Democracy racconta il tentativo di ricostruire le vite degli altri. È un romanzo pieno di vuoti, attese e bugie.

Mi hanno insegnato a non fidarmi delle versioni altrui, ma dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo. 
Sezioniamo gli avvenimenti.
Teniamo conto dei pregiudizi.
Calcoliamo le tendenze, le predisposizioni, le circostanze particolari che cambiano lo spettro in cui ogni osservatore vedrà una data situazione.
Consideriamo qual è l’effetto del filtro sull’obiettivo.

Voglio altri libri di Joan Didion. Nel frattempo, cucinerò le sue ricette.

#bellemagliette

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(Nella foto: io che faccio finta di fare la fashion blogger grazie a Ink Your Travel)

Le ragazze di Ink Your Travel mi hanno regalato una Travel Bookstee e una scusa per allungare ancora un po’ la lista dei desideri. Dei libri che hanno scelto per raccontare il tema del viaggio ne ho letti solo tre  (In Patagonia, Le città invisibili, On the Road) e adesso devo assolutamente leggere tutti gli altri.

Penso che inizierò dal Signore degli Anelli.

E poi, se c’è qualcosa che amo più dei libri, sono i gadget sui libri. E le belle magliette, ovvio.

Libri con un sacco di orecchie

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C’è questo libro con un sacco di orecchie, una per ogni passo che mi è piaciuto (sì, è quello nella foto).

Mi sono detta: adesso li ricopio, poi scelgo i miei preferiti.

È stato difficilissimo.

***

Molly Ringwald non era così bella da fare la parte della protagonista, ma gli anni Ottanta erano un posto strano in cui poteva capitare di tutto, anche che il capitano della squadra di football mollasse la reginetta del ballo per stare con una sfigata coi capelli rossi che si cuciva i vestiti da sola.

***

Il segreto per tante cose è dimenticare, ma io mi ricordo sempre tutto.

***

Io piango così di rado che le lacrime degli altri mi meravigliano, anche se non in questo caso: ora è la mia assenza di lacrime a meravigliarmi. Perché non sento le cose come le sentono gli altri? Non è che non mi importi della gente. È solo che non riesco a percepirla come reale.

***

È questo il mio problema, non ho immaginazione, non so immaginare niente al di fuori di quello che conosco. Come funziona il tempo, per esempio. I minuti. L’attesa. Quanto può essere lungo un giorno. La mia più grande paura è che le cose vadano avanti all’infinito, senza mai fermarsi. L’idea che qualcosa duri «per sempre» mi terrorizza, anche se fossi in paradiso e fosse tutto bellissimo. Prima o poi dovrà pur finire. E inizierà qualcos’altro. Quando voglio spaventarmi, la sera a letto, mi ripeto in testa per sempre, per sempre, per sempre, per sempre, per sempre, finché non impazzisco.

***

La mamma sembra quasi tornata ragazza, coi capelli sciolti e il sorriso sulle labbra. Guarda papà e lui si china a baciarla sulla testa. Ogni tanto scorgo qualcosa del loro mondo e non ci posso pensare che non ne farò mai parte, che non li conoscerò mai come si conoscono loro. Ci conosciamo tutti su livelli diversi, immagini che non si sovrapporranno mai.

***

Il libro è di Mary Miller, si intitola Last Days of California, l’ha tradotto Sara Reggiani e lo pubblica Edizioni Clichy nella collana Black Coffee.

È bellissimo.

Colpi di fulmine quando meno te l’aspetti: Ben Lerner

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Motivi per cui aspettavo l’uscita di Nel mondo a venire di Ben Lerner (Sellerio):

  • la traduzione di Martina Testa
  • le classifiche letterarie americane di fine anno che lo citavano compatte come un libro da leggere assolutamente (sono sensibile alle classifiche letterarie americane, che ci posso fare)

Cose che mi sono detta mentre leggevo Nel mondo a venire senza riuscire ad andare avanti più di tanto:

  • vado prima a New York e poi lo leggo, così entro meglio nell’atmosfera
  • sono in viaggio verso New York, meglio leggerlo al ritorno
  • sono appena tornata da New York, non posso leggere adesso un libro che parla di New York

Poi stamattina sono arrivata a pagina 135 e improvvisamente è cambiato tutto:

Se ci fosse stato un modo per dirlo senza che sembrasse una boiata pretenziosa da radical chic, le avrei voluto dire che scoprire di non essere identici a se stessi anche nel modo più destabilizzante e doloroso contiene comunque la scintilla, per quanto rifratta, del mondo a venire, in cui tutto sarà come ora ma un po’ diverso perché il passato resterà citabile in tutti i suoi momenti, compresi quelli che dalla prospettiva del nostro attuale presente sono esistiti ma senza succedere davvero.

Ero in metro e ho sentito un clic. Sono entrata nel libro e da lì in poi mi sono rilassata e ho iniziato a divertirmi. Dopo l’ufficio sono tornata a casa in tram solo per avere po’ di calma per finirlo.

Nel mondo a venire è un romanzo sul tempo, sulle cose che succedono e che forse non sono mai successe, sui ricordi, sulle storie degli altri, sulla scrittura e gli scrittori, su New York, sul guardarsi vivere. Ben Lerner racconta benissimo le ansie, i tic degli intellettuali e i rapporti sgarrupati e lo fa con intelligenza, divertendosi.

Mi è piaciuto così tanto che mi sa che mi sono un po’ innamorata. (Sospiro.)

Anche se sapevo che non sarebbe durato, mentre tornavo a Brooklyn da casa di Alena attraversando il Manhattan Bridge, tutto ciò su cui si posavano i miei occhi sembrava irrecuperabile nel miglior senso della parola: impossibile da riprodurre e riproporre, dotato di un’esistenza assoluta e conclusa in se stessa, totale. Era ancora pieno pomeriggio, ma sembrava l’ora d’oro, quel momento della giornata in cui la luce appare insita nelle cose illuminate. Ogni volta che attraversavo a piedi il Manhattan Bridge, nel ricordo ero convinto di aver attraversato il ponte di Brooklyn. È perché dal primo si vede il secondo, e il secondo è più bello. Mi voltai a guardare la punta di Manhattan dietro le mie spalle e vidi l’acciaio scintillante e increspato del nuovo grattacielo disegnato da Frank Gehry, lo vidi come un’onda verticale; abbassai lo sguardo verso il fiume e vidi passare lentamente una piccola barca; le screpolature create dalla scia della superficie dell’acqua si fondevano con le nuvole che vi erano riflesse e per un attimo l’imbarcazione mi sembrò un aereo. Ma quando arrivai a Brooklyn per incontrarmi con Alex, già cominciavo a ricordare quell’attraversamento in maniera imprecisa e in terza persona, come se in qualche modo mi fossi guardato passare sotto i cavi eolici del ponte di Brooklyn.

Ciao, sono Valentina e ho un problema con i finali

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(Nella foto: una pagina di Cheever.)

Il mio problema con i finali dei libri è un problema serio.

Tre esempi:

Trilobiti, unica e bellissima raccolta di racconti di Breece D’J Pancake (Isbn Edizioni, traduzione di Ivan Tassi): anni fa mi sono fermata prima dell’ultimo racconto e ogni volta mi dico che prima o poi lo leggerò (forse);

– il ciclo dell’Amica geniale di Elena Ferrante pubblicato da e/o: non ho ancora comprato il quarto e ultimo capitolo perché poi so già che Lila e Lenù mi mancheranno moltissimo: per ritardare il più possibile questo distacco, ogni volta mi dico mi rileggo i primi tre e poi compro Storia della bambina perduta;

– Infinite Jest di David Foster Wallace (Einaudi Stile Libero, traduzione di Edoardo Nesi): dopo aver superato le prime cento-duecento pagine ho deciso che l’avrei letto così lentamente da non finirlo mai più, perché nessun libro prima d’ora mi aveva fatto sentire così viva/elettrizzata/divertita/altro aggettivo sicuramente più calzante ma che adesso mi sfugge (non riesco a definire questa esperienza se non come una vera avventura, a partire dal braccio che rischia la slogatura ogni volta che provo a sollevare il pesantissimo tomo).

Il nuovo libro che non voglio finire mai più è Una specie di solitudine, i diari di John Cheever (Feltrinelli, traduzione di Adelaide Cioni): l’ho iniziato in aereo andando a New York e mi sono fermata a pagina 53 perché è uno di quei libri che non puoi sprecare su un volo intercontinentale. Devi leggerlo sul divano, quando a casa non c’è nessuno; devi portartelo dietro in borsa e ogni tanto andare a sottolineare una frase o a fare un’orecchia a una pagina; devi alternarlo a un racconto di Cheever; devi leggerlo ad alta voce a qualcuno.

Credo di aver imparato ad ascoltare la pioggia nelle pause di un litigio. Significava che il litigio sarebbe terminato. Significava l’infinito.

***

C’è l’emozione dell’autunno nell’aria fredda e umida e nella luce della luna, che ritorna attraverso il campo e il frutteto, nell’odore pieno dei frutti fatti cadere dal vento, nel bel sapore di una mela; e il giorno, domani, sarà immobile, caldo, e la notte, domani, assomiglierà all’autunno; questa varietà, questo continuo e stimolante coinvolgimento dei nostri sensi e della nostra memoria. Com’è repentino l’arrivo dell’autunno col vento di nordovest e la luna piena. In realtà l’estate non esiste; l’estate è un’illusione. 

(Hanno dato un premio alla bravissima Adelaide Cioni per questa traduzione? Spero di sì.)

Cartoline da un festival letterario

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(Nella foto: Nicola Lagioia bello bello in modo assurdo in mostra a Libri come. Ritratto di Riccardo Musacchio e Flavio Ianniello.)

Andare a sentire gli scrittori è un po’ come andare ai concerti: quando torno a casa i dischi hanno tutto un altro sapore. Gli incontri più belli, poi, sono quelli che mi fanno venire voglia di correre a comprare non solo il libro in promozione in quel momento, ma tutto quello che ha scritto l’autore o l’autrice che ho scelto di andare ad ascoltare.

Di Libri come non dimenticherò l’intelligenza (e la bellezza) di Zadie Smith, la risata di James Ellroy e le domande di Nicola Lagioia a Emmanuel Carrère. E poi il tifo per Nadia Terranova e tutte le lacrime che mi ha fatto (ancora) versare Marco Peano.

Cinque cose che mi piacciono degli incontri con gli scrittori e le scrittrici:

  • quando raccontano i loro libri preferiti e gli autori che li hanno ispirati
  • quando leggono ad alta voce
  • quando mi viene voglia di prendere appunti per non perdere nemmeno una parola
  • quando mi fanno commuovere
  • quando non svelano il finale del libro

Quali festival letterari non devo perdermi assolutamente?

Caro Domenico Starnone, mi hai strappato il cuore

 

Stamattina sono arrivata in ufficio con una faccia stravolta. Sul tram ho iniziato Lacci di Domenico Starnone e quando sono scesa alla mia fermata mi mancavano solo trenta pagine.

Mi ha scombussolato: battito accelerato, aria che improvvisamente sembra mancare, la sensazione di qualcuno che ti appoggia qualcosa di molto pesante sul petto e spinge, spinge, spinge. È un libro bellissimo e tremendo sul matrimonio, la famiglia, l’attrazione, una storia che ti spoglia e ti ferisce pagina dopo pagina, silenziosamente. Leggerlo essendo sposata da pochi mesi, poi, lo fa sembrare ancora più tremendo.

Ne ho letti pochi di libri così, che li senti addosso anche dopo averli finiti.

Continuerai così per sempre, non sarai mai quello che vuoi ma quello che capita.

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