Cinque libri: Marianna Crasto

Marianna non la conosco di persona, ma ho letto un suo pezzo su Abbiamo le prove ed è stato un po’ un colpo di fulmine. Poi ho letto un suo racconto su inutile (già segnalato qui). Poi le ho chiesto di raccontarmi i suoi cinque libri e mi ha detto subito di sì. Adesso devo solo incontrarla al più presto.

I cinque libri di Marianna Crasto

(Valentina è una dolcissima persona: mi ha proposto questa cosa dei cinque libri e io ho risposto ODDIO OK SÌ YEAH!! <3, abusando orribilmente di punti esclamativi e segni matematici.

Mi sarei subito pentita fossi stata in lei, ma lei appunto è una dolcissima persona.) 

I miei Cinque libri li voglio intitolare Interno giorno perché ovviamente un libro è quello che c’è scritto tra le pagine ma, per me, è soprattutto le esperienze che con lui ho avuto: dove me lo sono portato, il momento della giornata in cui lo leggevo, età, posizione preferita sul letto o all’interno della stanza.

Mi piacerebbe che poteste leggere i miei cinque libri alle coordinate emotive e spazio-temporali in cui li ho letti io, perché sono state proprio le coordinate a renderli perfetti.

Mi rendo conto che è una cosa impossibile, ecco perché di solito nessuno mi chiede mai niente. Però magari partite dalle mie coordinate e trovate le vostre, che ne so, in mezzo a un cerchio alieno in un campo di grano: vale tutto.

1.

Inizi di giugno, la scuola è finita, ho 15 anni, non ho ancora mai passato un’estate a studiare. Balcone spalancato, tende svolazzanti, piante dei piedi sul copriletto di cotone ruvido. Leggo Il Signore degli Anelli (l’edizione Rusconi che non credo facciano più) per 6/7/8 ore ogni giorno, ma non accenna a finire o anche solo ad assottigliarsi. Leggo per tutta l’estate, è un miracolo, è l’intrattenimento infinito. Ho fatto l’orecchio alla pagina in cui si forma la compagnia dell’anello perché non ricordo i nomi dei personaggi e lì stanno scritti tutti in tre righe.

2.

Ho quasi trent’anni, lavoro da qualche mese, combatto con picchi d’ansia mai visti nemmeno in periodo universitario: non mi piace parlare con le persone.

Leggo Come diventare se stessi di DFW-Lipsky in due notti di fila, raggomitolata al piano terra del letto a castello. In questo punto parla di me e piango.

“Penso che essere timidi significhi sostanzialmente essere talmente concentrati su se stessi che diventa difficile stare in compagnia della gente. Per esempio, se passo del tempo con te, non riesco neanche a capire se mi stai simpatico o no, perché sono troppo occupato a chiedermi se io sto simpatico a te. È stressante e odioso, tutto quello che vuoi tu, ma io ho in me degli elementi di questo tipo di timidezza.”

La mattina dopo ho un aspetto orribile.

3.

Ci metto 40 minuti di autobus per arrivare in aula e seguire le lezioni di un master cosìcosì. Durante il viaggio la mia faccia è nascosta dalla copertina di Gang bang di Chuck Palahniuk. Gli altri passeggeri vorrebbero giudicarmi ma si trattengono, dovendo in quel caso ammettere la propria conoscenza delle gang bang.

4.

Sono in casa già da tre giorni con la febbre, e gli addominali mi fanno male a furia di tossire. Inizio a leggere i racconti di Hemingway poggiando il Meridiano sulla trapunta viola. Penso che non mi piaceranno, li inizio pensando che saranno usa e getta. Li odierò perché Ernst era un maschio ubriacone maschio l’Africa la Spagna maschio la corrida chissenefrega.

Li leggo tutti, piango per Paco che inizia cameriere e muore torero, mi viene l’invidia perché meglio di lui non si può fare, mi passa la febbre.

5.

L’ultimo giorno dell’anno sono triste ogni anno. L’ultimo giorno del 2008 leggo Altri libertini di Tondelli fino a che non arriva l’anno nuovo e mi chiedo come mi sentirò l’ultimo giorno del 2009.

“Noi buttiam giù le biciclette e saliamo a cavalcioni e dominiamo la piazza così alte e ruggenti e se alziamo gli occhi c’è il cielo neronero con tutte le stelle che luccicano e sembra proprio di stare in un film longobardo e barbaro”.

***

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Innamoramenti: Joan Didion

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(Nella foto: Joan Didion nell’ultima campagna di Céline)

Tra i miei libri preferiti del 2014 c’è Diglielo da parte mia. Se dovessi fare domani una classifica di preferiti 2015 ci metterei già un altro libro di Joan DidionDemocracy (E/O, traduzione di Rossella Bernascone).

Ho letto Democracy pensando questo è un libro elettrico. Che vuol dire? Magari riuscissi a spiegarlo. Sai quando non puoi smettere di leggere e pagina dopo pagina ti dici quando lo finirò mi mancherà? Così.

E poi i dettagli. Ho una passione per i dettagli.

Democracy inizia così:

La luce dell’alba durante i test nel Pacifico era qualcosa da vedere.
Qualcosa da contemplare.
Qualcosa che ti faceva quasi pensare d’aver visto Dio, disse.
Le disse.
Jack Lovett disse a Inez Victor.
Inez Victor nata Inez Christian.
Disse: il cielo era d’un rosa che nessun pittore avrebbe potuto riprodurre, c’era un esperto della detonazione che ci provava sempre, era un pittore dilettante niente male, però non c’è mai riuscito. Non è mai riuscito a catturarlo, non c’è neanche andato vicino. Il cielo era rosa e l’aria grondava della pioggia notturna, dolce e umida e sapeva di fiori, sapeva di quei fiori che ti puntavi nei capelli quando andavi a Schofield, gardenie, di mattina l’aria profumava di gardenie, anche se non c’erano molti fiori nelle isole esplosive.
Erano solo atolli, per la maggior parte.
Sputi di sabbia, veramente.

E poi a pagina 73 fa così:

Si erano incontrati a Honolulu nell’inverno del 1952. Posso descrivere con precisione come comincia l’inverno a Honolulu: si alza il vento Kona e la stagione cambia. Kona significa sottovento e questo vento si alza dal lato sottovento dell’isola e riempie di fango il banco degli scogli, riempie le spiagge di bucce d’arancia e profilattici e pezzi di polistirolo espanso, strappa i fiori dagli alberi e secca le fronde delle palme. Il mare diventa lattiginoso. Le termiti brucano sui tetti di legno. La temperatura si abbassa di poco, ma solo i turisti fanno il bagno. Al limite del mondo conosciuto c’è solo acqua, acqua come una presenza definita, acqua come la destinazione a cui, un giorno o l’altro arriverà anche l’isola, e si insedia una certa inquietudine. 
Gli uomini come Dwight Christian osservano la nuvola di vapore che si solleva dalla loro piscina e telefonano più sovente a Taipei, Penang, Jedda. Le donne come Ruthie Christian tirano fuori le pellicce che tramandano di madre in figlia senza averle mai indossate, la custodia ancora intatta, e fantasticano di viaggi sul continente. È durante quei giorni e quelle notti quando la pioggia incessante oscura l’orizzonte e il mare si alza sulla North Shore che l’assoluto isolamento del luogo si fa più profondo, e fu in una notte così, nel 1952, che Jack Lovett vide per la prima volta Inez Christian, e notò nella vena dei suoi prevedibili desideri e delle sue vanità adolescenziali, un’eccentricità, una riservatezza, una solitudine emotiva pari alla sua.
Adesso capisco. 

Più della storia d’amore di Inez e Jack, dell’America degli anni Settanta e della politica sempre sul punto di esplodere, Democracy racconta il tentativo di ricostruire le vite degli altri. È un romanzo pieno di vuoti, attese e bugie.

Mi hanno insegnato a non fidarmi delle versioni altrui, ma dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo. 
Sezioniamo gli avvenimenti.
Teniamo conto dei pregiudizi.
Calcoliamo le tendenze, le predisposizioni, le circostanze particolari che cambiano lo spettro in cui ogni osservatore vedrà una data situazione.
Consideriamo qual è l’effetto del filtro sull’obiettivo.

Voglio altri libri di Joan Didion. Nel frattempo, cucinerò le sue ricette.

#bellemagliette

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(Nella foto: io che faccio finta di fare la fashion blogger grazie a Ink Your Travel)

Le ragazze di Ink Your Travel mi hanno regalato una Travel Bookstee e una scusa per allungare ancora un po’ la lista dei desideri. Dei libri che hanno scelto per raccontare il tema del viaggio ne ho letti solo tre  (In Patagonia, Le città invisibili, On the Road) e adesso devo assolutamente leggere tutti gli altri.

Penso che inizierò dal Signore degli Anelli.

E poi, se c’è qualcosa che amo più dei libri, sono i gadget sui libri. E le belle magliette, ovvio.

Cinque libri: Liborio Conca

Liborio Conca è il Caposervizio libri del Mucchio, collabora con Repubblica – Roma e lavora con me nella redazione di minima&moralia. È una di quelle persone che fa venire voglia di leggere e sono così contenta di ospitarlo in questa rubrica che la smetto di farvi perdere altro tempo e vi lascio subito ai suoi Cinque libri.

I cinque libri di Liborio Conca

Per arrivare a cinque libri favoriti e trovare allo stesso tempo un tema unificante avevo pensato inizialmente di aiutarmi con questo criterio: Libri che ho letto due volte. Solo che erano in ogni caso più di cinque, e per scartarne alcuni sarei dovuto ricorrere lo stesso a una scelta arbitraria. Quindi sono passato a: Libri che ho letto tre volte. Ma non arrivavo a cinque.

Ed ecco l’illuminazione, dettata dal libro che sto leggendo in questi giorni, Il dossier Rachel di Martin Amis. Si dà il caso che è uno di quei romanzi che avrei voluto leggere qualche anno fa. E dunque la lista è: Libri che avrei voluto leggere tra i 16 e i 22 anni, e che consiglierei a un ragazzo/ragazza che adesso ha quell’età.

È anche un modo per rendermi utile, tutto sommato. L’effetto che vorrei suscitare nel ragazzo/ragazza è lo stesso che prende il giovane William Miller quando in Almost famous sua sorella gli fa trovare una borsa con una manciata di dischi meravigliosi all’interno. E dentro l’album degli Who un biglietto che dice così: «Listen to Tommy with a candle burning and you will see your entire future».

Lo so, con la musica è più facile.

Il dossier Rachel di Martin Amis

Per iniziare, il libro che ha fornito il pretesto alla lista, Il dossier Rachel di Martin Amis. Charles Highway, il protagonista, è un giovinastro inglese parecchio colto, snob, eccessivo, esagerato, un miscuglio di sicurezze e insicurezze descritte da un Amis altrettanto sfrontato – un Amis che sembra conoscere molto da vicino il suo Charles. Ci sono feste, musica, e un’atmosfera di elettricità perenne. Per sedurre Rachel, Charles prende appunti e stende piani d’azione. Ma quando ha a che fare direttamente con lei le sue elucubrazioni vanno in fumo, e non è detto che sia un male.

Franny e Zooey di J.D. Salinger

Questo è un libro che andrebbe piazzato vicino al comodino vicino al letto e non spostato di lì per nessuna ragione. La perfidia con cui Franny maltratta il vanesio e vacuo fidanzato Lane, con la sua accidenti di esercitazione scritta per il college (e l’ancor più perfido Salinger, che riesce a non farci stare dalla parte di Lane neanche per un secondo); Zooey immerso nella vasca, e subito dopo intento a radersi la barba, con la madre sempre tra i piedi. Di rileggere certe scene non ci si stanca mai – e queste hanno anche una specie di misterioso potere lenitivo.

Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli

L’Italia degli ultimi anni ’70, lo squallore di certe stazioni, la provincia con i suoi mimi e istrioni raccontati dalla scrittura sfrenata di Pier Vittorio Tondelli. La via italiana che dall’Emilia porta fino ad Amsterdam.

I sotterranei di Jack Kerouac

Jack Kerouac attacca con «Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora…», e poi, come se realmente fosse una session musicale, continua con i suoi angeli dei sotterranei, le strade di San Francisco, i locali aperta tutta la notte. A un certo punto arriva la lettera di Mardou, frasi a cui Leo intervalla le sue variazioni da amante disperato – ancora Kerouac che esplora la prossimità tra musica e letteratura e vita.

I detective selvaggi di Roberto Bolaño

La poesia del deserto. Oppure, la poesia e il deserto. Le strade sterminate di Città del Messico e personaggi inafferrabili tra Parigi, Vienna, Barcellona, Roma. È l’ultimo della lista, il romanzo di Roberto Bolaño, perché oltre a cantare l’irrequietezza giovanile si espande fino all’età adulta. Fino ai fallimenti, alle morti, alle piccole felicità.

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Libri con un sacco di orecchie

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C’è questo libro con un sacco di orecchie, una per ogni passo che mi è piaciuto (sì, è quello nella foto).

Mi sono detta: adesso li ricopio, poi scelgo i miei preferiti.

È stato difficilissimo.

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Molly Ringwald non era così bella da fare la parte della protagonista, ma gli anni Ottanta erano un posto strano in cui poteva capitare di tutto, anche che il capitano della squadra di football mollasse la reginetta del ballo per stare con una sfigata coi capelli rossi che si cuciva i vestiti da sola.

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Il segreto per tante cose è dimenticare, ma io mi ricordo sempre tutto.

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Io piango così di rado che le lacrime degli altri mi meravigliano, anche se non in questo caso: ora è la mia assenza di lacrime a meravigliarmi. Perché non sento le cose come le sentono gli altri? Non è che non mi importi della gente. È solo che non riesco a percepirla come reale.

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È questo il mio problema, non ho immaginazione, non so immaginare niente al di fuori di quello che conosco. Come funziona il tempo, per esempio. I minuti. L’attesa. Quanto può essere lungo un giorno. La mia più grande paura è che le cose vadano avanti all’infinito, senza mai fermarsi. L’idea che qualcosa duri «per sempre» mi terrorizza, anche se fossi in paradiso e fosse tutto bellissimo. Prima o poi dovrà pur finire. E inizierà qualcos’altro. Quando voglio spaventarmi, la sera a letto, mi ripeto in testa per sempre, per sempre, per sempre, per sempre, per sempre, finché non impazzisco.

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La mamma sembra quasi tornata ragazza, coi capelli sciolti e il sorriso sulle labbra. Guarda papà e lui si china a baciarla sulla testa. Ogni tanto scorgo qualcosa del loro mondo e non ci posso pensare che non ne farò mai parte, che non li conoscerò mai come si conoscono loro. Ci conosciamo tutti su livelli diversi, immagini che non si sovrapporranno mai.

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Il libro è di Mary Miller, si intitola Last Days of California, l’ha tradotto Sara Reggiani e lo pubblica Edizioni Clichy nella collana Black Coffee.

È bellissimo.

Tre cose (belle) vol.2

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(Nella foto: a pranzo da Mazzo, la più bella scoperta gastronomica degli ultimi tempi)

Non sarà la rubrica più puntuale del mondo, ma ogni volta che trovo tre cose che mi piacciono le pubblico, promesso. Per chi l’avesse persa, ecco la prima puntata.

Tre cose lette online che voglio conservare:

  • Marco Montanaro che racconta Roberto Bolaño su minima&moralia e mi fa venire voglia di ricominciare a leggerlo
  • Guida alla morte per ragazze per bene, un racconto di Marianna Crasto uscito su inutile: se non conoscete inutile, correte a scoprire cos’è e soprattutto abbonatevi
  • i consigli di Margaret Sullivan, public editor del New York Times, ai suoi studenti: voglio ricopiarli tutti e appenderli dove posso rileggerli sempre

Altre cose (belle) da segnalare? Scrivimi o segnalamele nei commenti.

Cinque libri: Letizia Sechi

Letizia Sechi è la social media manager di RCS Libri e anche un po’ il mio punto di riferimento professionale, perché sa tutto ma non se la tira. È saggia, fa ridere e non ha niente a che vedere con le classiche facce dell’editoria che si prendono troppo sul serio e confondono il lavorare con i libri con il salvare delle vite. I suoi cinque libri (più cinque) sono un modo per conoscerla meglio.

I cinque libri (più cinque) di Letizia Sechi

«Scrivi anche tu il post con i tuoi cinque libri preferiti?», dice Valentina, come se fosse una cosa da niente scegliere (solo) cinque libri. Non sono mai stata capace di stabilire il mio libro preferito, non sono brava con le graduatorie, penso sempre che ogni cosa abbia il suo momento e gli assoluti mi vanno stretti. Però sono contenta che Valentina abbia pensato a me, e allora ecco cosa vi dico, se prendete la cosa di pancia così come io l’ho scritta: con in testa il cappello di lettrice, senza nessuna pretesa letteraria né tantomeno professionale. Ovviamente barerò, consideratevi avvisati.

La storia infinita di Michael Ende

Per la mia generazione si parla dell’edizione Mursia con la copertina rigida e il testo in due colori. La ricordate? La storia infinita è l’unico libro che io abbia mai riletto: la prima volta subito dopo averlo finito, a nove anni o giù di lì, la seconda forse qualche anno dopo. Non so se è la sua influenza o se è il libro che mi calza come un guanto, ma c’è tutto quello che mi fa amare una storia quasi a colpo sicuro: il protagonista è un ragazzino, c’è una missione da compiere che richiede coraggio e buon cuore, ci sono i problemi del mondo reale, banali o no, ma affrontati con la fantasia, inventando mondi in cui ragionare del nostro sembra meno difficile. E che fantasia, in questa storia.

Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron

Fantasia in forma diversa, se volete. Perché credo che anche per essere ragazzi sarcastici, pedanti e molto brillanti ce ne voglia parecchia. Credo di preferire le storie dei ragazzi a quelle degli adulti perché gli adulti si prendono sul serio. Da ragazzi sembra chiaro che imparare a cambiare se stessi è un’esigenza, non un’opzione: te lo dicono tutti continuamente che stai crescendo (o che crescerai, o che devi farlo). Si cambia in meglio, se si cresce con consapevolezza. L’errore degli adulti è pensare che di crescere si smetta, e che non si cambi più. Io penso che non si sia più in grado di cambiare perché si perde in fantasia, in sensibilità. E perché ci si prende troppo, tremendamente sul serio. Ecco, questo libro lo mette nero su bianco proprio così: senza prendersi troppo sul serio.

Ma gli androidi sognano pecore elettriche di Philip Dick

Uno dei dolori utili di James, il protagonista di Un giorno questo dolore ti sarà utile, è il senso di solitudine. Se i libri hanno un ruolo nell’affrontare ciò che ci spaventa e se – come succede a me – la solitudine e i suoi effetti maligni rientrano tra i vostri fantasmi, Philip Dick dovreste leggerlo. Con cautela, perché qui il problema vi arriva con un pugno allo stomaco, e non ammette grandi soluzioni. Una ricerca disperata di umanità. Non è quella che ci sembra costantemente mancare nel mondo, da che esistiamo? Si trova sempre qualcuno o qualcosa da incolpare, ma guardando con coraggio il problema, si potrebbe finire per capire che aggiungere umanità nel mondo, qualunque mondo sia, sta a noi. Sarà per questo che ci spaventa tanto.

Misery di Stephen King

Scegliere uno solo libro di Stephen King è difficilissimo. I ragazzi raccontati da lui sono riconoscibili a chilometri di distanza. E sicuramente la fantasia è un elemento chiave, tornando alle cose di cui ho bisogno. E allora perché non scelgo Cuori in Atlantide? Intanto perché ho appena barato, nominandolo. E poi perché Misery è un maledetto capolavoro. Non ditemi “ma ho già visto il film”, non avete idea, non l’avete sul serio. Leggetelo. Se volete capire come si costruisce e si amministra la tensione. Se volete capire, per quanto ci è permesso di vedere, cosa gira nella testa di uno scrittore. Se volete rimanere incollati al libro finché non è finito, e che questo non vi sembri un cliché.

Tentativi di botanica degli affetti di Beatrice Masini

Non leggo quasi mai autori italiani, e ancora meno contemporanei. Sicuramente in qualche caso perdo qualcosa, ma l’ombelicalità diffusa delle storie che raccontano mi allontana. Non è certo questo il caso. Perché mai avrò letto un romanzo di ambientazione storica di un’autrice italiana contemporanea, allora? Perché, caso più unico che raro, a tenermi incollata alle pagine non è stata la trama, ma la raffinatezza dello stile, in ogni aspetto. Sembra quasi fuori moda, ma che piacere ricordarsi cosa vuol dire l’incanto delle parole usate bene. Questa bellezza mi ha permesso anche di riscoprire il desiderio della lettura lenta, il gusto del procedere con calma. Un grande lusso, con il valore aggiunto di ricordarmi che quello che ha valore è il ritmo, non la velocità di per sé.

Brevemente (barando)

La zattera di pietra di José Saramago – adoro le storie che hanno come presupposto la domanda “e se…?”. Scelgo uno dei più fantasiosi, di Saramago. Ma se lui vi piace, date una chance a Memoriale del convento.

Il persecutore di Julio Cortázar – uno sguardo incredibilmente verosimile sulla sensibilità fuori dal comune e sulle ossessioni di un musicista. Non ho mai trovato niente che le raccontasse così bene, senza scadere nel luogo comune.

Ricordi di Mike Resnick – fantascienza vecchio stile, con astronavi e altri mondi, in senso letterale. Ma con la carica empatica di Resnick è come se fossero ambientate nel nostro salotto. Una di quelle storie per cui, di tanto in tanto, fare l’editor mi manca.

Presagio triste di Banana Yoshimoto – commerciale, occidentalizzato, facile: un Giappone vendibile, insomma. Eppure la malinconia e il senso di soprannaturale di questa storia mi sono rimasti in testa.

Un uomo di Oriana Fallaci – mi piacciono le storie che parlano della realtà a patto che non siano leziose, stucchevoli cronache di vite qualunque. Questo libro, più reale del reale, è Storia, senso di giustizia, coraggio.

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Colpi di fulmine quando meno te l’aspetti: Ben Lerner

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Motivi per cui aspettavo l’uscita di Nel mondo a venire di Ben Lerner (Sellerio):

  • la traduzione di Martina Testa
  • le classifiche letterarie americane di fine anno che lo citavano compatte come un libro da leggere assolutamente (sono sensibile alle classifiche letterarie americane, che ci posso fare)

Cose che mi sono detta mentre leggevo Nel mondo a venire senza riuscire ad andare avanti più di tanto:

  • vado prima a New York e poi lo leggo, così entro meglio nell’atmosfera
  • sono in viaggio verso New York, meglio leggerlo al ritorno
  • sono appena tornata da New York, non posso leggere adesso un libro che parla di New York

Poi stamattina sono arrivata a pagina 135 e improvvisamente è cambiato tutto:

Se ci fosse stato un modo per dirlo senza che sembrasse una boiata pretenziosa da radical chic, le avrei voluto dire che scoprire di non essere identici a se stessi anche nel modo più destabilizzante e doloroso contiene comunque la scintilla, per quanto rifratta, del mondo a venire, in cui tutto sarà come ora ma un po’ diverso perché il passato resterà citabile in tutti i suoi momenti, compresi quelli che dalla prospettiva del nostro attuale presente sono esistiti ma senza succedere davvero.

Ero in metro e ho sentito un clic. Sono entrata nel libro e da lì in poi mi sono rilassata e ho iniziato a divertirmi. Dopo l’ufficio sono tornata a casa in tram solo per avere po’ di calma per finirlo.

Nel mondo a venire è un romanzo sul tempo, sulle cose che succedono e che forse non sono mai successe, sui ricordi, sulle storie degli altri, sulla scrittura e gli scrittori, su New York, sul guardarsi vivere. Ben Lerner racconta benissimo le ansie, i tic degli intellettuali e i rapporti sgarrupati e lo fa con intelligenza, divertendosi.

Mi è piaciuto così tanto che mi sa che mi sono un po’ innamorata. (Sospiro.)

Anche se sapevo che non sarebbe durato, mentre tornavo a Brooklyn da casa di Alena attraversando il Manhattan Bridge, tutto ciò su cui si posavano i miei occhi sembrava irrecuperabile nel miglior senso della parola: impossibile da riprodurre e riproporre, dotato di un’esistenza assoluta e conclusa in se stessa, totale. Era ancora pieno pomeriggio, ma sembrava l’ora d’oro, quel momento della giornata in cui la luce appare insita nelle cose illuminate. Ogni volta che attraversavo a piedi il Manhattan Bridge, nel ricordo ero convinto di aver attraversato il ponte di Brooklyn. È perché dal primo si vede il secondo, e il secondo è più bello. Mi voltai a guardare la punta di Manhattan dietro le mie spalle e vidi l’acciaio scintillante e increspato del nuovo grattacielo disegnato da Frank Gehry, lo vidi come un’onda verticale; abbassai lo sguardo verso il fiume e vidi passare lentamente una piccola barca; le screpolature create dalla scia della superficie dell’acqua si fondevano con le nuvole che vi erano riflesse e per un attimo l’imbarcazione mi sembrò un aereo. Ma quando arrivai a Brooklyn per incontrarmi con Alex, già cominciavo a ricordare quell’attraversamento in maniera imprecisa e in terza persona, come se in qualche modo mi fossi guardato passare sotto i cavi eolici del ponte di Brooklyn.

Cinque libri: Elena Marinelli

Questa rubrica funziona così: cinque libri legati da un tema. Il tema e i cinque libri li sceglie l’ospite. Qui tutti gli ospiti. Vuoi partecipare? Scrivimi.

Elena Marinelli l’ho conosciuta grazie a SettePerUno, un progetto che curavo tanto tempo (tre anni) fa. Qui c’è il suo racconto setteperunico, qui scrive su Abbiamo le prove e qui c’è un suo bel pezzo su Steffi Graf.  A ottobre esce il suo primo romanzo per Baldini&Castoldi e io sono molto fiera di lei, un po’ come Pippo Baudo quando ha scoperto Lorella Cuccarini.

Cinque (parti di) libri che tento di imitare continuamente

A scuola mi hanno insegnato – lo si insegna a tutti – a non copiare. Ricordo il momento di un compito in classe in cui la maestra distribuì un foglio con due domande facili e ci intimò, scandendo le sillabe e brandendo la matita, di non copiare.
Da bambina mi attaccavo ai dettami in modo puntuale e avevo un senso della morale molto radicato: tutto ciò che mi si insegnava era giusto, avrebbe avuto un senso lampante, prima o poi, ne ero certa – coltivavo strane speranze per il futuro – e il resto no. Ciò ha portato a una carriera scolastica eccellente, allo studio rigoroso, alla secchionaggine nel senso più classico che si possa intuire, e, di conseguenza, a una insana resistenza alla copiatura. Insana, sì, perché ciò che il sistema scolastico voleva dirmi, probabilmente, era di non prendere delle cose non mie e riversarle su un foglio come fossero mie, ma soltanto se fossero diventate mie e la differenza fra imitazione e copiatura mi fu chiara molto dopo l’età della ragione.

Ad ogni modo è andata così: a un certo punto avevo deciso di ribellarmi, come avrebbe fatto un’adolescente, e iniziai a copiare, un po’ come iniziai a mangiare la Nutella, leccornia altrettanto proibita – e spesso facevo le due cose insieme: copiavo mangiando la Nutella a cucchiaiate. Credo sia per questo motivo che pensassi di poter imparare a disegnare copiando disegni altrui. Mi ci piazzavo accanto con matita e gomma e seguivo con gli occhi le linee dell’altro, mentre la mia mano disegnava di conseguenza. Il risultato furono una serie di Pocahontas sgorbie. Ero adolescente, ma capivo che bisognava iniziare dalle cose semplici. Sarei passata a Renoir col tempo, se non fossero arrivati i romanzi. Quando iniziai a copiare gli scrittori, appena diventata una lettrice emancipata dalla scuola dell’obbligo, trovai un modo veloce, pratico e per me divertente per imparare i libri, le storie, i personaggi: copiavo finché non imparavo, imparavo perché copiavo forsennatamente, per non perdere niente, per prendere tutto, perché ero convinta che se tutte quelle parole erano spese un motivo c’era.

Ma succedeva, verso la fine, che nel copiare le mie principesse morivano tutte di stenti e patimenti, senza raggiungere mai nemmeno un minimo livello di contentezza e ci trovavo gusto, soddisfazione quasi: descrizioni, strutture sintattiche, immaginazione erano diversi dagli originali. Continuai. Il mio primo racconto finito (già molto lungo, troppo lungo) prendeva le mosse da un Robinson Crusoe ambientato in città (io vivevo in un paese molto piccolo) e un Romeo Montecchi della metà degli Anni Novanta (Ciao Buz Luhrmann, grazie di tutto), era scritto al maschile, lo avevo anche firmato al maschile (con il nome più lontano da me che potessi concepire), e lo feci leggere a un amico. Gli dissi: Fai conto che non sono io, va bene? Fai conto che sia un tuo amico. Maschio. Vai. Dopo la lettura, mi rispose semplicemente: Non si capisce cosa vuoi dire, dove vuoi andare a parare, sono tutto un mucchio di frasi fatte. Dove le hai copiate? Pronunciò proprio quel verbo: copiare e io gli strappai il foglio dalle mani e me ne andai stizzita. Non scrissi più, per qualche mese, finché non lessi dei libri di cui iniziai a ricordare frasi a memoria, come se fossero un destino.

Con gli anni sono diventati dieci, venti, trenta e così via, pensieri astratti, per lo più, punti più o meno visibili di una frase o di un concetto che scrivo, o semplicemente un rifugio adoperato per ricordarmi che non c’è niente di meglio che imitare perché alla base di una eccellente imitazione c’è della fervida immaginazione. Imitare e non copiare. L’importante è imitare i migliori, anche se lo sono per una frase soltanto. Ne ho scelti cinque, di migliori, tra gli altri:

  • «Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti, e Mindy Metalman non fa eccezione, pensa Lenore, all’improvviso.» (David Foster Wallace, La scopa del sistema, Einaudi, traduzione di S. C. Perroni)

L’incipit de La scopa del sistema insegna che l’arte del racconto è nel dettaglio, spesso uno che nessuno nota perché è molto ovvio oppure molto basso e, di conseguenza, appartiene a tutti. Una mia amica molto bella ha davvero dei piedi bruttissimi, posso presentarvela quando volete: ecco che la narrazione scivola nella realtà (o viceversa).

  • «La sventurata rispose.» (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Oscar Mondadori)

Chi trova un soggetto e un predicato che insieme e da soli narrano pensieri, parole, opere e omissioni, trova un tesoro.

  • «Quando fui sola, dentro l’acqua tiepida, chiusi gli occhi irritata perché avevo parlato troppo e non ne valeva la pena. Più mi convinco che far parole non serve, più mi succede di parlare. Specialmente fra donne. Ma la stanchezza e quel po’ di febbre si disciolsero presto nell’acqua e ripensai l’ultima volta ch’ero stata a Torino – durante la guerra – l’indomani di un’incursione: tutti i tubi eran saltati, niente bagno. Ci ripensai con gratitudine: finché la vita aveva un bagno, valeva la pena vivere. Un bagno e una sigaretta.» (Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi)

Potrebbe sembrare che qui si parli di bagno e di vasca da bagno, ma non proprio. Provate a sedervi in giardino o su un balcone, su un terrazzino, all’angolo di una strada non trafficata: basta essere in una qualsiasi condizione di stasi, in cui il corpo si ferma, fisso in un punto, ma la mente no. Le due condizioni fondamentali, infatti, affinché un personaggio riesca a fare ciò che deve e infilarsi nella mente di chiunque sono: l’aver parlato troppo e la sigaretta.

  • «A nove anni Walter Henderson era convinto, e con lui molti suoi amici, che morire fosse l’esperienza più emozionante del mondo.» (Richard Yates, Undici solitudini, minimum fax, traduzione di M. Lucioni)

Non si sfugge dal ricordo che innescano queste parole, non si può. Psicologicamente parlando, non si può. Il racconto di Yates prosegue con un twist – si parla del gioco di guardie e ladri e quindi la morte è un gioco – ma non è importante. Leggiamo e abbiamo nove anni, un cappello da maresciallo in testa (o da carabiniere, o da poliziotto, è uguale), oppure scappiamo veloci saltando a destra e sinistra sperando di farla franca, con il bottino sotto a un braccio o nelle tasche, come Arsenio Lupin.

  • «Gli dissi di venire a casa. Sentivo che era sbagliato, ma anche che il pomeriggio era troppo difficile da passare. Mentre lo aspettavo inventariai le bottiglie, dal Martini al Gin, che non rinnovavo da nove mesi. Feci i conti con la cicatrice del cesareo e con il capoparto, che mi era venuto dopo quaranta giorni esatti, ma nemmeno ci avevo fatto caso. E con le panciere, con le mutande sagomate e i collant a compressione graduata. Scavai dal fondo del cassetto e mi accorsi che il fondo era lontano.» (Valeria Parrella, Lo spazio bianco, Einaudi)

Ciò che si sente deve andare di pari passo con ciò che si tocca o si vede o si annusa e possiamo registrare persino le pareti del fondo del cassetto.

#TotoStrega

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(Nella foto: qualche mese fa, sul tram 19, un po’ di arcobaleno mentre leggo La ferocia)

La ferocia di Nicola Lagioia è il romanzo più bello che ho letto nel 2014 (ci sono i testimoni: l’ho detto a Francesca Pellas qui) e poco fa è stato ufficialmente inserito tra i dodici libri semifinalisti del Premio Strega, la famosa dozzina.

Lo Strega lo seguo da sempre perché sono nata a Benevento, la città dove si produce l’omonimo liquore e dove il premio fa tappa per la prima presentazione pubblica dei dodici libri selezionati. Quando ci sono tornata con Paolo Cognetti e il suo Sofia si veste sempre di nero (selezionato nel 2013) è stata un’emozione fortissima, da farmi scoppiare il cuore.

Adesso faccio un tifo sfegatato per Nicola, non solo perché lavoriamo insieme a minimum fax e minima&moralia (e gli voglio molto ma molto bene), ma perché ha scritto un libro che ti ipnotizza e ti fa venire voglia di lasciare tutto e correre a casa a leggere. Almeno, questo è l’effetto che ha fatto a me.

E poi quest’anno ho deciso di leggere tutti i libri della dozzina: mi ha ispirato Diana D’Ambrosio di Non riesco a saziarmi di libri con #Stregathon, un modo per raccontare la sua maratona di lettura e tutti i titoli e gli autori candidati che la incuriosiscono di più.

Per adesso dei dodici selezionati ho letto solo La ferocia e Dimentica il mio nome di Zerocalcare e devo rimettermi in pari, anche perché non ho molto tempo: la cinquina dei finalisti viene annunciata il 10 giugno.

Da chi inizio?

La dozzina del Premio Strega 2015:

1.       Il paese dei coppoloni (Feltrinelli) di Vinicio Capossela
2.       La sposa (Bompiani) di Mauro Covacich
3.       Storia della bambina perduta (e/o) di Elena Ferrante
4.       Final cut (Fandango) di Vins Gallico
5.       Chi manda le onde (Mondadori) di Fabio Genovesi
6.       La ferocia (Einaudi) di Nicola Lagioia
7.       Il genio dell’abbandono (Neri Pozza) di Wanda Marasco
8.       Se mi cerchi non ci sono (Manni) di Marina Mizzau
9.       Come donna innamorata (Guanda) di Marco Santagata
10.    Via Ripetta 155 (Giunti) di Clara Sereni
11.    XXI Secolo (Neo) di Paolo Zardi
12.    Dimentica il mio nome (Bao Publishing) di Zerocalcare

(Se siete su Twitter, seguite Francesco Longo e il suo hashtag #TotoStrega per commenti, curiosità e previsioni)