In cui volevo parlare di un libro bellissimo e invece ho parlato di me

Ho appena finito di leggere un libro bellissimo. Sono arrivata al finale, ho letto l’ultima riga e poi sono rimasta un attimo sospesa, con la testa ancora immersa nella storia. Poi ho fatto una di quelle facce che si fanno quando succede qualcosa di bello e si cerca di trattenerlo qualche secondo in più. Quella faccia che si fa quando finisci un libro bellissimo.

Poi sono andata su Twitter.

Ogni giorno per lavoro parlo con i lettori su Twitter e cerco sempre di dare un sacco di spazio alle impressioni di lettura, perché la cosa che mi piace di più dei libri è quel clic che fanno scattare in chi li legge. Fateci caso: il mio tormentone preferito è “poi devi farci sapere che ne pensi”. Fosse per me, fermerei la gente che legge in metro per sapere com’è il libro che tiene tra le mani. Mi piacciono le impressioni a caldo, quelle volte in cui è perfino difficile argomentare perché quando arrivi all’ultima pagina di certi libri ti sembra di avere il battito accelerato e gli occhi accesi e non riesci a dire molto altro se non che è bello e basta e che dovrebbero leggerlo tutti subito. Adesso. 

E poi ci sono le citazioni. Le frasette.

Sono sempre stata una gran sottolineatrice di libri. Poi ho iniziato a fare le orecchie alle pagine. Adesso uso una tecnica mista fatta di sottolineature, orecchie e cose prese a caso e lasciate lì a ricordarmi un passaggio bello (l’ultima cosa a caso che ho usato è stato un sottobicchiere). Quando leggo un romanzo per lavoro mi piace trovare la frase, quella che racchiude un po’ tutto. Mi piace ancora di più scoprire che anche altri lettori hanno trovato la stessa frase che ho scelto io e quando la condividono con una foto o con un tweet mi sembra di sentire scattare tanti piccoli clic.

Non riesco a leggere senza appuntarmi qualcosa. Faccio le orecchie anche ai settimanali, ritaglio i quotidiani e salvo tantissimi post su Feedly (e prima ancora su Google Reader). Mi piace rileggere a distanza di tempo le tracce che ho lasciato in giro perché mi sembra di guardare una radiografia di com’ero quando me le sono appuntate. Soprattutto nei libri ci sono frasi su cui mi fermo perché mi sembrano familiari, ci sento risuonare dentro qualcosa. O scattare quel famoso clic.

Dentro La storia di un matrimonio ce ne sono tantissime, ma qui ne trascrivo solo due.

L’incipit:

Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardano mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservavo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta.
Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all’originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c’era da vedere, cosa abbiamo capito?

E poi:

Non si può stare ad aspettare che la gente capisca sé stessa; si aspetterebbe per sempre. Metà della vita è sapere che cosa vuoi.

Non mi piace raccontare le trame dei libri. Quando devo scegliere un romanzo non leggo mai la quarta di copertina o la bandella perché spesso svelano troppo, a volte anche il finale. I miei criteri di scelta sono l’istinto e i pareri degli amici, dei librai e dei lettori fortissimi che seguo sui social. Mi piace fidarmi perché mi piace conoscere meglio le persone attraverso i libri che amano.

La storia di un matrimonio me l’ha consigliato Andrea della libreria minimum fax ma me ne ha sempre parlato moltissimo anche la mia amica e collega Rossella. L’ho iniziato domenica e l’ho letto pianissimo, anche solo una pagina per volta per non finirlo troppo presto. La lettura lenta è un piacere che sto riconquistando, io che generalmente  leggo tutto d’un fiato in qualche ora e poi resto lì, in astinenza.

Facciamo che vi trascrivo un altro pezzetto.

Forse l’amore è una forma di pazzia, e come tale non si può sopportare in solitudine. E l’unica persona che può darci sollievo è proprio quella a cui non ci possiamo rivolgere. Così cerchiamo degli alleati, anche fra gli estranei, le mogli, i compagni di malattia che, se pure non possono immedesimarsi nella nostra particolare sofferenza, hanno subito ferite quasi altrettanto profonde.

(Prima di iniziare a scrivere questo post ho pescato dalla libreria tutti i romanzi che negli ultimi mesi hanno fatto scattare quel clic. Ce li ho qui accatastati sul tavolo della cucina e prima o poi mi piacerebbe raccontarveli. Quelli di minimum fax meritano un discorso a parte perché molti non sono solo libri, ma sono diventati facce e ricordi.)

Bat For Lashes – Bat’s Mouth

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