Ciao, sono Valentina e ho un problema con i finali

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(Nella foto: una pagina di Cheever.)

Il mio problema con i finali dei libri è un problema serio.

Tre esempi:

– Trilobiti, unica e bellissima raccolta di racconti di Breece D’J Pancake (Isbn Edizioni, traduzione di Ivan Tassi): anni fa mi sono fermata prima dell’ultimo racconto e ogni volta mi dico che prima o poi lo leggerò (forse);

– il ciclo dell’Amica geniale di Elena Ferrante pubblicato da e/o: non ho ancora comprato il quarto e ultimo capitolo perché poi so già che Lila e Lenù mi mancheranno moltissimo: per ritardare il più possibile questo distacco, ogni volta mi dico mi rileggo i primi tre e poi compro Storia della bambina perduta;

– Infinite Jest di David Foster Wallace (Einaudi Stile Libero, traduzione di Edoardo Nesi): dopo aver superato le prime cento-duecento pagine ho deciso che l’avrei letto così lentamente da non finirlo mai più, perché nessun libro prima d’ora mi aveva fatto sentire così viva/elettrizzata/divertita/altro aggettivo sicuramente più calzante ma che adesso mi sfugge (non riesco a definire questa esperienza se non come una vera avventura, a partire dal braccio che rischia la slogatura ogni volta che provo a sollevare il pesantissimo tomo).

Il nuovo libro che non voglio finire mai più è Una specie di solitudine, i diari di John Cheever (Feltrinelli, traduzione di Adelaide Cioni): l’ho iniziato in aereo andando a New York e mi sono fermata a pagina 53 perché è uno di quei libri che non puoi sprecare su un volo intercontinentale. Devi leggerlo sul divano, quando a casa non c’è nessuno; devi portartelo dietro in borsa e ogni tanto andare a sottolineare una frase o a fare un’orecchia a una pagina; devi alternarlo a un racconto di Cheever; devi leggerlo ad alta voce a qualcuno.

Credo di aver imparato ad ascoltare la pioggia nelle pause di un litigio. Significava che il litigio sarebbe terminato. Significava l’infinito.

***

C’è l’emozione dell’autunno nell’aria fredda e umida e nella luce della luna, che ritorna attraverso il campo e il frutteto, nell’odore pieno dei frutti fatti cadere dal vento, nel bel sapore di una mela; e il giorno, domani, sarà immobile, caldo, e la notte, domani, assomiglierà all’autunno; questa varietà, questo continuo e stimolante coinvolgimento dei nostri sensi e della nostra memoria. Com’è repentino l’arrivo dell’autunno col vento di nordovest e la luna piena. In realtà l’estate non esiste; l’estate è un’illusione. 

(Hanno dato un premio alla bravissima Adelaide Cioni per questa traduzione? Spero di sì.)

6 Commenti

  • Domenico G. 9 aprile 2015 Rispondi

    Faccio una cosa analoga a quello che fai con Infinite Jest (che non ho potuto/saputo/voluto esimermi dal finire un paio di volte) con Don Chisciotte, ma questo è l’unico problema che ho (cioè, in questo ambito).
    [Trilobiti, tra l’altro, è adorabile]

    • valentina aversano 11 aprile 2015 Rispondi

      Ecco, Don Chisciotte non l’ho mai letto, se non in una versione illustrata per bambini. Devo rimediare (e poi ti dico se mi fa l’effetto Infinite Jest). :)

  • Mattia 9 aprile 2015 Rispondi

    “La notte di mezza estate. Mi sono spogliato e sono andato a piedi alla piscina con un telo da bagno. L’aria era ferma e umida; la fontana e le luci della piscina erano spente. Dalla strada, attraverso le foglie degli alberi, arrivava un singolo disegno di luce; in lontananza, le luci di casa mia. Ho aspettato, di umore voglioso, Mary. Nell’immobilità umida, dal fiume ha riecheggiato distintamente il rumore vibrante di un motore di un’imbarcazione. Era di grossa stazza – una nave cisterna o un piroscafo di carico – che andava veloce. Il rumore dell’elica è diventato più forte mentre passava davanti a Clear Haven, poi si è attenuato via via che risaliva il fiume. Sopra di me, un aereo ha tagliato il cielo con tutte le sue luci pacchiane ancora accese; i finestrini illuminati dietro i quali trentaquattro uomini e donne, e magari un neonato, sedevano nel caldo febbrile leggendo “The Ladies Home Journal” e “Time”. Tappezzato, tendinato, con le sue cospicue scorte dei caffè, dramamina e paste danesi – un’immagine di tedio e sospensione immotivata – sembrava procedere con estrema lentezza sotto le grandi stelle. Le rane sugli alberi gracidavano fortissimo; e così a un certo punto arriverà il freddo dell’inverno. È stata la notte più calda dell’anno. Alle mie spalle ho sentito dei ratti nella cisterna. Nella patina di luce sull’acqua ho visto un pipistrello che cacciava. Per un attimo tutto quello che prima era familiare e piacevole mi è apparso brutto. Nel bosco un gatto un gatto ha cominciato a miagolare come un bambino demente. L’acqua puzzava di ristagno. Mi sono immerso, ho nuotato, sono uscito, e sono tornato indietro passando sull’erba. Che sia stata religione, o superstizione, o quella che Veblen chiama la devozione del delinquente: qualsiasi cosa sia stata, pare che io sia entrato in una piacevole atmosfera di bontà, che abbia imboccato una svolta lungo il cammino dove si affermava chiaramente:gioia al mondo, gioia eterna. Mi sono svegliato alle due, ho fumato seduto sui sassi; ancora i gracidii fortissimi di rane. Il gatto è tornato pigro verso casa. Molte stelle.”

    • valentina aversano 11 aprile 2015 Rispondi

      La meraviglia, quella vera. :)

  • Em 15 aprile 2015 Rispondi

    dopo questo post Infinite Jest mi ispira ancora di più… :-)
    Maja

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