Quando sei nata tu

Quando sei nata tu

Il 22 giugno pubblico questo post: racconto quanto ti abbiamo cercata e che stai finalmente arrivando. Non ho nessun pensiero, solo pile di libri da leggere sul divano aspettando il primo settembre, la data presunta del parto. Certo, qualche settimana prima mi hanno diagnosticato problemi di pressione alta, ma sto facendo una terapia, mi riposo, ho smesso in anticipo di lavorare, devo solo rilassarmi.

La mattina del 25 giugno devo andare dal medico di base per farmi prescrivere degli esami. Riesco a fatica a infilarmi le Birkenstock, e dire che le ho comprate proprio per camminarci in gravidanza. In qualche modo esco di casa, arrivo allo studio e faccio la fila con le signore che come al solito si lamentano di tutto. Quando tocca a me, appena mi vede la dottoressa mi fa: Sei troppo gonfia, non mi piace. Vai subito in ospedale.

Andiamo al Policlinico Casilino. Ho un po’ paura, ma non troppa: non è la prima volta che vado a farmi controllare al pronto soccorso e magari anche oggi mi tengono tanto per sistemarmi la terapia, ma poi mi rimandano a casa.

Mi fanno entrare quasi subito. Do un bacio al tuo papà: in quel momento non lo so ancora, ma lo riabbraccerò solo il pomeriggio del giorno dopo.

La dottoressa mi visita e mi guarda serissima. Non ricordo cosa dice, ricordo solo tanti fogli da firmare e la camminata incerta fino a una stanza accanto alle sale parto. Mi dico: mi tengono in osservazione per un po’ e poi mi mandano a casa. Figurati se mi fanno partorire alle trentesima settimana, è troppo presto. Manca tantissimo. È troppo presto.

La stanza è in penombra e c’è un’altra ragazza, sta male. Io non riesco a parlare, non riesco nemmeno a pensare: non mi sento agitata, mi sento congelata. Ho freddo.

Mi attaccano a una macchina che ogni tot minuti mi misura la pressione. Ogni volta che controllano i valori non sorridono mai. Mi danno medicine su medicine, ma non si sbilanciano. Io aggiorno il tuo papà via chat. Poi prego. Dico a mente tante Ave Maria, una dietro l’altra, finendo sempre con tipregononfarmipartorire, fino a quando non ricordo più le parole e mi arrendo, mi concentro solo sul freddo che sento.

Sono passate le undici di sera. Ho mandato il tuo papà a casa a riposarsi, quando all’improvviso arrivano e mi dicono che hanno fatto veramente di tutto, ma la pressione non scende. Rischiamo entrambe, bisogna farti nascere.

Signora quanto ci mette suo marito? Quanto abitate lontano? Sta arrivando? Lo può richiamare?

Hanno fretta, tanta fretta. Mi preparano velocissimi, mi portano in sala operatoria. Fa ancora più freddo.

C’è la radio accesa, passano canzoni pop da notte d’estate, ritornelli che normalmente canterei in macchina inventando le parole. Cerco di ascoltarle bene per ricordarmele e raccontarti anche questo, ma le dimentico insieme a tanti altri dettagli. A ripensarci dopo si farà tutto sfumato, indistinto.

All’improvviso ti sento piangere per qualche secondo. L’anestesista mi guarda e con un mezzo sorriso mi dice: È nata, auguri. È mezzanotte e ventitré.

Ti portano subito via. Con te ci sono il tuo papà e i dottori. Io ti vedrò per la prima volta molte ore dopo in una foto su Telegram.

Poi c’è la notte, io che ti penso e non riesco a dormire, il freddo che non passa, tua nonna che si sforza di fare la tranquilla al telefono, ma lo sento che anche lei ha paura.

La mattina dopo mi spostano in reparto: nella stanza si alternano donne che hanno partorito dopo nove mesi e nelle cullette accanto ai letti ci sono i loro bambini. È strano: io non mi sento come loro, io devo ancora capire che non sei più nella mia pancia.

E passa un giorno.

Faccio di tutto per alzarmi in fretta, quasi non sento il dolore. Ci dobbiamo finalmente conoscere, non resisto più.

Il reparto di Terapia Intensiva Neonatale è un mondo a parte fatto di incubatrici, fili, monitor, gel disinfettanti. Non ce la faccio a infilarmi da sola camice, cuffia e copriscarpe: mi aiuta il tuo papà che in queste ore è forte per tutti e tre e ha degli occhi che non gli ho visto mai, di una dolcezza nuova.

Quando entro ti trovo che fai la fototerapia: sotto la lampada sei tutta viola, hai gli occhi coperti e sei intubata perché non riesci a respirare da sola. Piangi e l’infermiera mi prende le mani e mi dice toccala, mamma, toccala e lì non capisco più niente, piango anche io, penso non ce la faccio, non lo so se ce la posso fare.

Sei piccolissima. Un chilo e trecentocinquanta grammi.

I dottori non fanno previsioni: Tutti i bambini sono diversi, bisogna vedere come reagisce. Dipende da tante cose. Non possiamo sapere quanto dovremo tenerla qui. Dovete essere pazienti. Un giorno alla volta.

Tornare a casa senza di te è un vuoto che non si può spiegare. Il fiocco rosa al portone lo mettiamo lo stesso, ma non c’è molto da festeggiare se non ci sei anche tu.

Ti vediamo qualche ora al giorno, uno alla volta: ti accarezziamo, ti parliamo sottovoce e ti cantiamo le canzoni. Anzi, per un bel po’ io ti tocco e basta, fa tutto il tuo papà, poi penso a tutti i discorsi che ti facevo quando eri nella pancia e provo a non farti sentire che mi trema la voce. Piano piano mi fai diventare più forte.

Paracetamolo di Calcutta diventa la tua ninna nanna. Ce la cantiamo anche a casa, ci fa compagnia.

È il 6 luglio, il giorno prima del mio compleanno. Il tuo papà dall’ospedale mi manda una foto: ci sei tu, per un po’ senza tubi e caschetti, libera. Per la prima volta da quando sei nata ti vediamo il viso per intero e per la prima volta da quando sei nata sono lacrime di gioia e basta, le più belle.

Il 24 luglio, senza preavviso, un’infermiera mi fa: Oggi la prendi in braccio. È passato quasi un mese da quando ci sei. Io ti tengo per due ore stretta stretta, tu dormi. Finalmente so almeno un po’ cosa vuol dire essere la tua mamma.

Cinquantadue giorni in ospedale non passano veloci, proprio no. Proviamo a sopportarli facendo il tifo anche per gli altri bambini ricoverati e parlando con gli altri genitori. Non ci presentiamo, sono i nostri figli a darci un’identità: la mamma di Giulia, il papà di Leonardo, la mamma e il papà dei gemelli Micol e Mario… Ogni bambino che torna a casa è una vittoria per tutti. Piano piano tocca anche a noi, ci diciamo tutte le volte.

Il 16 agosto tocca a te. Finalmente siamo tutti e tre insieme nella stessa stanza. Fuori piove tantissimo.

 

Grazie ai medici e agli infermieri del Policlinico Casilino di Roma: siamo stati fortunati a incontrare dei professionisti così bravi e umani. Ci hanno salvato la vita. Grazie.

46 Commenti

  • Mary 4 ottobre 2018 Rispondi

    Ho pianto molto. Anche mio figlio, nato a termine, è stato in Tin per un mese per altri motivi. Ho ancora un ricordo confuso e offuscato di quei giorni a cui prima o poi dovrò dare un senso. Mi sono emozionata molto leggendo il tuo racconto

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Grazie. Chi è passato dalla Tin, non importa se per tanto o per poco, può capire più di tutti. Vi abbraccio.

  • Laura Arduini 4 ottobre 2018 Rispondi

    Valentina un abbraccio grande e tanti tanti auguri per questa nuova vita!

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Grazie Laura!

  • Sabrina Turturro 4 ottobre 2018 Rispondi

    Vale, ho pianto tanto. Un post doloroso ma insieme ogni riga è una ventata d’amore, un amore potente e sono tanto felice per voi, adesso. <3

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Grazie Sabrina. Adesso ci possiamo concentrare solo sulla felicità di stare insieme. :)

  • Alice 4 ottobre 2018 Rispondi

    Mi hai fatto venire i brividi.
    Un abbraccio grandissimo <3

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Grazie! Ti mandiamo tre abbracci stretti. :)

  • Noemi Cuffia 4 ottobre 2018 Rispondi

    Vale, che racconto! Ho vissuto anche io questa vita di ospedale in sospeso per giorni che sembrano infiniti, una dozzina di anni fa, non per una figlia ma per mia madre. Non è la stessa cosa, non si può certo paragonare. Quello che di simile però ho ritrovato nelle tue parole è quel senso di solidarietà, appartenenza, tifo reciproco, vero, autentico con le altre famiglie. Quel sentirsi definire dalla relazione (per me era “la figlia di”). Questo è in fondo ciò che ci fa sentire vivi e umani (ma anche animali in un certo senso) e per quello solo forse c’è da ringraziare il dolore che a molti tocca di provare. La gioia più grande comunque è sapere che adesso la vostra bimba sta bene ed è lì con voi, un abbraccio affettuoso. Noemi

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Cara Noemi, è esattamente così: quella vicinanza, quel tifare, quell’umanità che per un attimo ti distoglie da tutto quel dolore. Abbracci a te, tanti!

  • Miriam 4 ottobre 2018 Rispondi

    Siete stati forti, fortissimi. E l’amore che avete esce davvero da ogni piccola parola. Baci grandi.

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Grazie amica. Un po’ di tutta quella forza è anche merito tuo, eh. Auguro a tutti un’amica come te.

  • satya 4 ottobre 2018 Rispondi

    Bellissimo e difficile racconto! Mi sono commossa tanto! In bocca al lupo per il futuro!

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Grazie Satya! Crepi il lupo! :)

  • Chiara 4 ottobre 2018 Rispondi

    Valentina, hai fatto piangere anche una nullipara convinta come me💜 un abbraccio a tutti e tre!

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      OPS! Grazie, abbracci a te!

  • Daniela 4 ottobre 2018 Rispondi

    Ciao, sono una nonna, i miei figli sono nati a termine, tutto bene, e così il mio nipotino. Per lavoro ho vissuto con bambini nati pre termine, e non sono stata loro vicino come mi sento in questo momento, grazie!

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Cara Daniela, grazie davvero. Ti abbracciamo tutti e tre. :)

  • Paola Fetto 4 ottobre 2018 Rispondi

    Valentina, tesoro, con il tuo racconto ho rivissuto la nascita di Marco, ho pianto e sorriso per voi. È dura tornare a casa senza di loro, ti consoli pensando che è per il loro bene, io non dormivo… piangevo! E conti i giorni aspettando il momento in in cui ti dicono: “Signora domani può portarlo a casa”. E la paura, ogni volta che vai a parlare con i medici! Però poi la gioia quando puoi finalmente prenderlo in braccio! Goditela la tua cucciola! Vi auguro tutta la gioia possibile. Ti voglio bene piccola

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Paola cara, posso capire ogni parola. Ti voglio rivedere presto e abbracciarti strettissima dal vivo. Sei una delle persone più belle in assoluto. Grazie davvero!

  • Pastina 4 ottobre 2018 Rispondi

    Sono una delle zie più orgogliose che la Storia abbia mai visto. E vi voglio un sacco di bene, ma proprio tanto.

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Anche noi, zia, anche noi!

  • Simona 4 ottobre 2018 Rispondi

    Vale.
    Un abbraccio forte.
    Siete stati tutti e tre grandiosi.
    💞🎈

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Grazie Simona! Prima o poi dovremo far incontrare le ragazze. :)

  • Luisa Roberto 4 ottobre 2018 Rispondi

    Valentina, quanto sono terribilmente simili le nostre storie. Da quando ho scoperto di essere incinta ho provato a tenere un diario, l’ultima pagina scritta è quella del 21 maggio, quando, dopo una giornata di lavoro, ho fatto l’ultima visita dal ginecologo e l’esame flussimetrico. Da allora le pagine sono bianche, non riesco ad andare avanti (i ricordi del mio bimbo li appunto sul cellulare) e ogni volta trattengo a forza lacrime che non voglio versare ma che oggi, leggendo questo post, non sono riuscita a domare. Ti abbraccio come si abbracciano gli increduli sopravvissuti a una battaglia! Buona vita a Agata!

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Cara Luisa, come ti capisco. Io per due mesi sono stata tipo sott’acqua, non riuscivo a parlare di quello che stava succedendo quasi con nessuno. Ti abbraccio stretta stretta, viva i nostri piccoletti!

  • Evelyn 4 ottobre 2018 Rispondi

    Ti leggo da anni e adesso anch’io sono in attesa, alla trentaduesima.
    Sono felice per questa tua e vostra nuova Vita, un abbraccio forte

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Che notizia bellissima! Tanti tanti auguri a te e tanti abbracci!

  • Nina Gigante 4 ottobre 2018 Rispondi

    Abbracci fortissimi, a tutti e tre. E che bello, toh guarda, un vecchio caro vero blog (senza consigli di marketing, ti spiego come fare a fare l’influencer, mamma che blog e blogmamme).

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Grazie! Grazie davvero e abbracci fortissimi ricambiati da tutti e tre. :)

  • Nicole 4 ottobre 2018 Rispondi

    È una lottatrice. Vi auguro il meglio, e buona vita!

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Grazie Nicole!

  • Eleonora 4 ottobre 2018 Rispondi

    Mi sono commossa.
    Hai raccontato tutto con una dolcezza disarmante. Se ti avessi vicina sono sicura ti abbraccerei forte ❤️

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Prima o poi ci incontreremo e ci abbracceremo dal vivo festeggiando i piccoletti. :)

  • Simona (Aubergine) 4 ottobre 2018 Rispondi

    Ti ho letta coi lucciconi. Dai un abbraccio pure al papà, che in questi casi non ci pensa mai nessuno ma sono quelli più forti di tutti, ad aspettare tenaci fuori dalle porte senza sapere niente per ore. Porcamiseria che roccia che siete! ❤️

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Quanto è vero, i papà sono la vera forza che manda avanti tutto. Molti abbracci da noi tre!

  • virginiamanda 4 ottobre 2018 Rispondi

    Dai! Che bello che ora siete tutti e tre assieme.
    Vi abbraccio.

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Grazie! Abbracci a te. :)

  • Nunzia 5 ottobre 2018 Rispondi

    Un pezzetto di vita che andava scritto per ricordarlo sempre ma anche per dire ad Agata e a voi che avete combattuto per questa vita a tre. Non vi conosco ma vi voglio assai assai bene. E ora forza Agata sempre ❤️

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Non ci conosciamo dal vivo, ma a volte è come se. Quindi spero di incontrarti presto e di farti conoscere una certa bambina. :)

  • Bea 5 ottobre 2018 Rispondi

    Non oso immaginare cosa avete passato…ho un bimbo in pancia che deve nascere a giorni, leggendo queste parole ho pianto per voi perchè ho provato a mettermi nei tuoi panni e non so come avrei affrontato tutto.
    Sono contenta però che la vostra storia abbia avuto un bellissimo lieto fine.
    Con la vostra bimba a casa tra le vostre braccia, un dono immenso.
    E avete fatto bene ad appendere quel fiocco rosa :)

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Cara Bea, tanto tifo per te e per il tuo bimbo. E tanti abbracci da noi tre!

      (Alla porta di casa il fiocco c’è ancora, ce lo teniamo almeno fino a Natale :) )

  • Costanza 5 ottobre 2018 Rispondi

    Grazie di aver condiviso questo racconto pubblicamente :) Mi sembrava di aver letto sempre da te, un po’ di tempo fa, quanto ti mancavano i blog personali. È vero, c’è una generosità specifica nel tenere un blog e un gusto specifico nel leggerli, nel sapere qualcosa di intimo di persone che non stanno nella nostra vita – e nel tifare per loro. Grazie ancora (e sì, anche io ho pianto).

    • valentina aversano 6 ottobre 2018 Rispondi

      Cara Costanza, grazie. Fare tornare di moda il racconto di cose personali senza codici sconto in fondo ai post è un po’ la mia battaglia, chiamiamola così. :)

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