giornata mondiale prematurità

Diciassette novembre

Quando tutto finisce, quando sei a casa, quando ce l’hai tra le braccia per tutte le ore che vuoi, senza camici e senza gel disinfettanti, allora inizi a dimenticare.

La realtà della Terapia Intensiva Neonatale si attutisce, sfuma giorno dopo giorno. Resta in sottofondo da qualche parte nascosta tra i pensieri, ma non è più come prima. Non te ne accorgi subito, ma succede.

Mentre la vivi ti sembra che non esista altro, solo le file tutti i giorni alle quattordici e trenta per parlare con i medici, i gesti sempre uguali prima di entrare nel reparto, le parole degli altri genitori, gli infermieri preferiti, il latte nelle borse frigo, le dita sempre incrociate.

Quel trattenere il respiro prima di entrare nella stanza in cui ti dicono come sta, se mangia, se cresce, quel colloquio brevissimo da cui dipende come stai anche tu, come state voi due, quanto sarà più facile o difficile poi avere ancora pazienza, aspettare.

E gli occhi di chi arriva per la prima volta, quelle facce da genitori sperduti che stanno per entrare in un mondo nuovo che speravano di non dover conoscere mai, occhi che già il secondo giorno sono diversi, induriti, mentre ci si fa forza a vicenda, entra prima tu, io ti aspetto qua.

Dentro sei solo mamma o papà e ti fa strano perché non te lo saresti mai e poi mai immaginato così, a casa c’è ancora la borsa per partorire che non avete fatto in tempo a preparare.

Dentro le ore passano veloci anche se stai immobile a guardare un’incubatrice: impari a memoria ogni piccolo movimento, fai carezze e poi sussurri, canti tutte le canzoni che passano alla radio e ti ripeti che se piangi sempre poi lo sente. E torni a casa e aspetti di poter ricominciare tutto da capo.

Poi a un certo punto passa, finisce, non sai nemmeno come. Il tempo da lentissimo accelera, dall’incubatrice si passa alla culletta di Patologia neonatale, ai completini minuscoli comprati di corsa, ai primi pannolini da cambiare, alle prove di allattamento. E un giorno, al colloquio delle quattordici e trenta, finalmente ti dicono se tutto va bene esce domani.

In mezzo sono passati quasi due mesi che sembrano due anni, ma anche due minuti. Settimane in cui hai salutato per sempre chi eri prima e adesso sei qualcun altro che non conosci ancora bene. Ogni tanto ti chiedi che genitore saresti stato se tutto questo non fosse successo, poi smetti, sei così e basta.

Siete sopravvissuti e siete a casa, conta solo questo.

***

Oggi sono tre mesi che Agata è tornata a casa. Domani, diciassette novembre, è la Giornata Mondiale della Prematurità e io la passerò a ringraziare mentalmente tutti i medici, gli infermieri, le psicologhe e gli ausiliari che abbiamo incontrato al Policlinico Casilino di Roma che ci hanno permesso di vedere crescere una bambina nata a trenta settimane che non riusciva a respirare da sola e che mentre scrivo dorme qui accanto a me nel suo lettino.

Penserò a tutti i genitori che abbiamo conosciuto, a quelli che incontriamo alle visite di controllo e che basta guardarsi anche solo un secondo per riconoscersi tra reduci di un qualcosa più grande di noi, che un po’ abbiamo rimosso e un po’ è sempre lì, non se ne va.

Perché lo sappiamo che siamo stati fortunati, tanto fortunati, a potervi riportare a casa.

 

(Immagine: Joseph Akbrud via Unsplash)

6 Commenti

  • Daniela 16 novembre 2018 Rispondi

    Io a volte continuo a chiedermelo che tipo di genitore sarei stata, e che tipo di bambina lei sarebbe stata, se le cose fossero andate diversamente. Nel mio caso la TIN non è stata per prematurità (come ti raccontavo su instagram) quindi è un mondo che non conosco direttamente, anche se ricordo bene i piccolini nelle incubatrici, e ricordo i loro genitori. E ricordo bene quanto quel pensiero, che ti attanaglia all’inizio, perché proprio a noi?, poi di colpo svanisce quando metti piede in TIN e ti chiedi, più generalmente, perché e basta, e alla fine sì, ti senti fortunatissimo, perché sai che ne sei uscito, perché tua figlia è lì accanto a te, in salute, e quel ricordo te lo puoi lasciare alle spalle.
    Nel mio caso sono riuscita più facilmente a lasciarmi alle spalle il ricordo della TIN, mentre ho avuto grandissime difficoltà a superare il parto, che in teoria doveva andare bene, tutto a posto, nata a termine da gravidanza perfetta, eppure con delle difficoltà estreme. Ma mi ricordo sempre quanto siamo stati fortunati, che in circostante simili ho conosciuto persone che hanno avuto esiti decisamente peggiori. Però è difficile lo stesso. Oggi va meglio, va sempre un po’ meglio, ma ammetto che quando sento di amiche incinte, il mio primo pensiero è di terrore, con l’ansia che vada tutto bene. E questo mi spiace, perché non ero mai stata così, e accorgersi che qualcosa di te non sarà più lo stesso, non è facile da accettare.

    Un abbraccio forte a voi due, piccole, grandi guerriere (e al papà, ovviamente!).

    • valentina aversano 19 novembre 2018 Rispondi

      Vero, anche io adesso provo a non caricare di ansia le amiche incinte, ma un brivido mi viene sempre. La mia è stata una gravidanza spensierata che poi da un certo punto in avanti è corsa velocissima fino al cesareo d’urgenza e penso sempre che se dovessi fare un altro figlio me la vivrei con molta più paura e questa cosa mi dispiace. Intanto siamo qua, siamo stati fortunati e andiamo avanti tutti insieme. :) Abbracci a voi tre!

  • Francesca Peccolo 17 novembre 2018 Rispondi

    Ogni volta che leggo qualcosa di tuo mi emoziono molto pur non essendo madre. Mi chiedo perché non racconti in un libro questa importante esperienza. Sarei felice di leggerti.
    Auguro a tutti i tre di festeggiare felicemente il terzo mese di Agata a casa. Ciao Francesca

    • valentina aversano 19 novembre 2018 Rispondi

      Grazie! Sei troppo buona. :)

  • Bea 24 novembre 2018 Rispondi

    ….e anche questa volta ho pianto!
    ho vissuto “solo” 5 giorni in ospedale dopo che la mia creatura è nata e si è presa una febbre.
    Posso immaginare 2 mesi passati a sperare che tutto si concluda per il verso giusto…quando mi avevano detto che era “solo” una febbre ho chiesto alla pediatra se potevo abbracciarla, quindi non oso immaginare cosa abbiate provato quando vi hanno detto di portarla a casa. :)
    Quando si sveglia la notte lo guardo e non c’è altro posto in cui vorrei essere, se non seduta su quel divano con la mia creaturina addosso.
    Ti mando un abbraccio forte forte e un bacino sui piedini alla piccolina (impazzisco per quelli del mio)!
    tra un mese sarà la vigilia di Natale e non riesco ad immaginare un Natale più bello!

    • valentina aversano 1 dicembre 2018 Rispondi

      Cara Bea, grazie! Abbracci a voi e sì, questo sarà un Natale speciale, il più bello :)

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