#LeggiECucina: come è andata a dicembre

Forse stavolta ho mirato un po’ troppo in alto, lo ammetto. Pensare di potermi ritagliare del tempo libero tra i vari pranzi e cene delle feste per provare le ricette di questo libro è stato un azzardo.

Purtroppo non sono quel tipo di cuoca che riesce a far venire bene al primo colpo un piatto se deve prepararlo per tante persone; non solo non sono quel tipo di cuoca, non sono proprio una cuoca. Magari tra qualche mese potrò lanciarmi in un menù per degli amici, ma per adesso ho bisogno di tranquillità e di una cavia sola, mio marito.

Dal 23 al 28 dicembre la nostra cucina è stata in attività praticamente giorno e notte perché abbiamo avuto sempre ospiti: è stato un vero equilibrismo fare tutto di corsa con una bambina piccola da accudire e il tempo per fare con calma preparazioni extra è proprio mancato.

Dodici racconti di Natale

Il bello delle ricette di Dodici racconti di Natale è che Jeanette Winterson sembra darti ogni volta una pacca sulla spalla e dirti Non ti preoccupare, fai a occhio e tentativo dopo tentativo troverai le tue dosi perfette: è un approccio rassicurante che ti fa vedere la cucina come un grande laboratorio in cui pasticciare divertendoti, ma per una persona alle prime armi tanta libertà può essere più difficile da gestire.

Mi è piaciuto moltissimo leggerlo, meno cucinarlo. I racconti sono una perfetta lettura da vacanze e i ricordi che introducono i piatti sono stupendi, dei ritratti vividi di momenti di vita e persone importanti. E poi ci sono tanti aneddoti sul perché celebriamo così queste giornate di festa, dal Natale all’Epifania.

 

Ho scelto sei piatti, ma sono riuscita a prepararne solo tre:

  • la zuppa inglese allo sherry del mio papà è stato un esperimento abbastanza riuscito, visto che durante la preparazione pensavo venisse fuori qualcosa di immangiabile (ho modificato alcuni ingredienti adattandoli a quelli che avevo e fatto un bel po’ di errori dettati dall’ansia di prepararla per un pranzo con amici): aveva un sapore accettabile, ma non la rimangerei, proprio no;
  • la crema newyorkese di Kathy Acker avrebbe dovuto arricchire la zuppa inglese, ma ho sbagliato un passaggio fondamentale e mi è venuta una roba immonda tipo stracciatella (la crema della pasticceria siciliana sotto casa ha salvato il dolce, ehm);
  • i ravioli cinesi della Shakespeare and Company sono venuti buoni, magari perfezionabili, ma buoni; mi sono fatta aiutare da mio marito e li abbiamo preparati con un po’ di diffidenza, ma poi ci siamo ricreduti: l’idea di ripassarli nella padella di ghisa li ha fatti somigliare di più a quelli che mangiamo al ristorante.

Forse stavolta non mi porterò dietro chissà quale ricetta (a parte i ravioli che mangerò ancora per molto tempo visto che ne sono venuti fuori 40 e li abbiamo congelati), ma credo di aver capito che in queste pagine i piatti finiti siano una questione laterale: conta più buttarsi, sperimentare e avere abbastanza fiducia in sé per tentare anche passaggi spericolati.

Sono contenta di aver letto questo libro perché mi ha riconciliato con un’idea del Natale più autentica fatta di storie, ricordi e tempo ritrovato.

Il vero valore della festa di Natale è il senso della comunità e della collaborazione reciproca. Se è celebrato nel modo giusto, il Natale può diventare un antidoto alla mentalità Io-vengo-prima-di-tutto, la mentalità che ha ribattezzato il capitalismo con il nome di neoliberismo. Il centro commerciale non è la nostra vera casa, e non è nemmeno un luogo pubblico; tuttavia, poiché le biblioteche, i parchi, i campi giochi, i musei e gli impianti sportivi vanno scomparendo, per molti di noi il falso calore dei centri commerciali è l’unico spazio pubblico che rimane, a parte la strada. Penso che tutti noi potremmo ritrovare il vero spirito del Natale: meno acquisti, più solidarietà, meno spese inutili, più tempo per gli amici, per cucinare e mangiare insieme, e, soprattutto, condividere quello che abbiamo con gli altri.

E poi mi piace moltissimo il modo in cui Jeanette Winterson suggerisce di crearsi una propria tradizione delle feste, di mettere in pausa la frenesia folle per i regali e concedersi un rito tutto per sé in cucina, tra tartine al salmone e qualcosa di ottimo da bere.

Il rituale è nemico del multitasking.

Il rituale è il tempo ritagliato dal tempo. Se segui il copione giusto, avrà benefici profondi.

Siamo troppo indaffarati e troppo distratti. E tutti sappiamo che il tempo accelera come un’auto sportiva e che noi gli corriamo accanto, cercando di stargli dietro. Il Natale è il periodo più convulso dell’anno, il che è assurdo. È bello correre di qui e di là per andare a trovare i parenti e gli amici, ma non sarebbe una cattiva idea prenderci un’ora e mezza solo per noi.

Per poterlo fare ci è richiesto uno sforzo cosciente: tutto ciò che vale la pena fare richiede uno sforzo cosciente. Eppure potreste scoprire che questo rito, o una sua versione di vostro gradimento, diventerà un momento inaspettatamente prezioso del Natale.

 

Appuntamento qui domani, domenica 6 gennaio, per scoprire il prossimo titolo da leggere e cucinare.

Nel frattempo, ecco una playlist di Bon Appétit per avere una colonna sonora mentre si sta ai fornelli.

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