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Cinque libri

Cinque libri: Elena Marinelli

una macchina da scrivere
Cinque (parti di) libri che tento di imitare continuamente

di Elena Marinelli

A scuola mi hanno insegnato – lo si insegna a tutti – a non copiare. Ricordo il momento di un compito in classe in cui la maestra distribuì un foglio con due domande facili e ci intimò, scandendo le sillabe e brandendo la matita, di non copiare.

Da bambina mi attaccavo ai dettami in modo puntuale e avevo un senso della morale molto radicato: tutto ciò che mi si insegnava era giusto, avrebbe avuto un senso lampante, prima o poi, ne ero certa – coltivavo strane speranze per il futuro – e il resto no. Ciò ha portato a una carriera scolastica eccellente, allo studio rigoroso, alla secchionaggine nel senso più classico che si possa intuire, e, di conseguenza, a una insana resistenza alla copiatura. Insana, sì, perché ciò che il sistema scolastico voleva dirmi, probabilmente, era di non prendere delle cose non mie e riversarle su un foglio come fossero mie, ma soltanto se fossero diventate mie e la differenza fra imitazione e copiatura mi fu chiara molto dopo l’età della ragione.

Ad ogni modo è andata così: a un certo punto avevo deciso di ribellarmi, come avrebbe fatto un’adolescente, e iniziai a copiare, un po’ come iniziai a mangiare la Nutella, leccornia altrettanto proibita – e spesso facevo le due cose insieme: copiavo mangiando la Nutella a cucchiaiate. Credo sia per questo motivo che pensassi di poter imparare a disegnare copiando disegni altrui. Mi ci piazzavo accanto con matita e gomma e seguivo con gli occhi le linee dell’altro, mentre la mia mano disegnava di conseguenza. Il risultato furono una serie di Pocahontas sgorbie. Ero adolescente, ma capivo che bisognava iniziare dalle cose semplici. Sarei passata a Renoir col tempo, se non fossero arrivati i romanzi. Quando iniziai a copiare gli scrittori, appena diventata una lettrice emancipata dalla scuola dell’obbligo, trovai un modo veloce, pratico e per me divertente per imparare i libri, le storie, i personaggi: copiavo finché non imparavo, imparavo perché copiavo forsennatamente, per non perdere niente, per prendere tutto, perché ero convinta che se tutte quelle parole erano spese un motivo c’era.

Ma succedeva, verso la fine, che nel copiare le mie principesse morivano tutte di stenti e patimenti, senza raggiungere mai nemmeno un minimo livello di contentezza e ci trovavo gusto, soddisfazione quasi: descrizioni, strutture sintattiche, immaginazione erano diversi dagli originali. Continuai. Il mio primo racconto finito (già molto lungo, troppo lungo) prendeva le mosse da un Robinson Crusoe ambientato in città (io vivevo in un paese molto piccolo) e un Romeo Montecchi della metà degli Anni Novanta (Ciao Buz Luhrmann, grazie di tutto), era scritto al maschile, lo avevo anche firmato al maschile (con il nome più lontano da me che potessi concepire), e lo feci leggere a un amico. Gli dissi: Fai conto che non sono io, va bene? Fai conto che sia un tuo amico. Maschio. Vai. Dopo la lettura, mi rispose semplicemente: Non si capisce cosa vuoi dire, dove vuoi andare a parare, sono tutto un mucchio di frasi fatte. Dove le hai copiate? Pronunciò proprio quel verbo: copiare e io gli strappai il foglio dalle mani e me ne andai stizzita. Non scrissi più, per qualche mese, finché non lessi dei libri di cui iniziai a ricordare frasi a memoria, come se fossero un destino.

Con gli anni sono diventati dieci, venti, trenta e così via, pensieri astratti, per lo più, punti più o meno visibili di una frase o di un concetto che scrivo, o semplicemente un rifugio adoperato per ricordarmi che non c’è niente di meglio che imitare perché alla base di una eccellente imitazione c’è della fervida immaginazione. Imitare e non copiare. L’importante è imitare i migliori, anche se lo sono per una frase soltanto. Ne ho scelti cinque, di migliori, tra gli altri:

«Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti, e Mindy Metalman non fa eccezione, pensa Lenore, all’improvviso.» (David Foster WallaceLa scopa del sistemaEinaudi, traduzione di S.C. Perroni)

L’incipit de La scopa del sistema insegna che l’arte del racconto è nel dettaglio, spesso uno che nessuno nota perché è molto ovvio oppure molto basso e, di conseguenza, appartiene a tutti. Una mia amica molto bella ha davvero dei piedi bruttissimi, posso presentarvela quando volete: ecco che la narrazione scivola nella realtà (o viceversa).

«La sventurata rispose.» (Alessandro ManzoniI Promessi SposiOscar Mondadori)

Chi trova un soggetto e un predicato che insieme e da soli narrano pensieri, parole, opere e omissioni, trova un tesoro.

«Quando fui sola, dentro l’acqua tiepida, chiusi gli occhi irritata perché avevo parlato troppo e non ne valeva la pena. Più mi convinco che far parole non serve, più mi succede di parlare. Specialmente fra donne. Ma la stanchezza e quel po’ di febbre si disciolsero presto nell’acqua e ripensai l’ultima volta ch’ero stata a Torino – durante la guerra – l’indomani di un’incursione: tutti i tubi eran saltati, niente bagno. Ci ripensai con gratitudine: finché la vita aveva un bagno, valeva la pena vivere. Un bagno e una sigaretta.» (Cesare PaveseTra donne soleEinaudi)

Potrebbe sembrare che qui si parli di bagno e di vasca da bagno, ma non proprio. Provate a sedervi in giardino o su un balcone, su un terrazzino, all’angolo di una strada non trafficata: basta essere in una qualsiasi condizione di stasi, in cui il corpo si ferma, fisso in un punto, ma la mente no. Le due condizioni fondamentali, infatti, affinché un personaggio riesca a fare ciò che deve e infilarsi nella mente di chiunque sono: l’aver parlato troppo e la sigaretta.

«A nove anni Walter Henderson era convinto, e con lui molti suoi amici, che morire fosse l’esperienza più emozionante del mondo.» (Richard YatesUndici solitudiniminimum fax, traduzione di M. Lucioni)

Non si sfugge dal ricordo che innescano queste parole, non si può. Psicologicamente parlando, non si può. Il racconto di Yates prosegue con un twist – si parla del gioco di guardie e ladri e quindi la morte è un gioco – ma non è importante. Leggiamo e abbiamo nove anni, un cappello da maresciallo in testa (o da carabiniere, o da poliziotto, è uguale), oppure scappiamo veloci saltando a destra e sinistra sperando di farla franca, con il bottino sotto a un braccio o nelle tasche, come Arsenio Lupin.

«Gli dissi di venire a casa. Sentivo che era sbagliato, ma anche che il pomeriggio era troppo difficile da passare. Mentre lo aspettavo inventariai le bottiglie, dal Martini al Gin, che non rinnovavo da nove mesi. Feci i conti con la cicatrice del cesareo e con il capoparto, che mi era venuto dopo quaranta giorni esatti, ma nemmeno ci avevo fatto caso. E con le panciere, con le mutande sagomate e i collant a compressione graduata. Scavai dal fondo del cassetto e mi accorsi che il fondo era lontano.» (Valeria ParrellaLo spazio biancoEinaudi)

Ciò che si sente deve andare di pari passo con ciò che si tocca o si vede o si annusa e possiamo registrare persino le pareti del fondo del cassetto.

(Foto: Bernard Hermant – Unsplash)

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