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Cinque libri

Cinque libri: Letizia Sechi

una scrivania con penne e tastiera
Cinque libri (più cinque)

 di Letizia Sechi

«Scrivi anche tu il post con i tuoi cinque libri preferiti?», dice Valentina, come se fosse una cosa da niente scegliere (solo) cinque libri. Non sono mai stata capace di stabilire il mio libro preferito, non sono brava con le graduatorie, penso sempre che ogni cosa abbia il suo momento e gli assoluti mi vanno stretti. Però sono contenta che Valentina abbia pensato a me, e allora ecco cosa vi dico, se prendete la cosa di pancia così come io l’ho scritta: con in testa il cappello di lettrice, senza nessuna pretesa letteraria né tantomeno professionale. Ovviamente barerò, consideratevi avvisati.

  • La storia infinita, Michael Ende

Per la mia generazione si parla dell’edizione Mursia con la copertina rigida e il testo in due colori. La ricordate? La storia infinita è l’unico libro che io abbia mai riletto: la prima volta subito dopo averlo finito, a nove anni o giù di lì, la seconda forse qualche anno dopo. Non so se è la sua influenza o se è il libro che mi calza come un guanto, ma c’è tutto quello che mi fa amare una storia quasi a colpo sicuro: il protagonista è un ragazzino, c’è una missione da compiere che richiede coraggio e buon cuore, ci sono i problemi del mondo reale, banali o no, ma affrontati con la fantasia, inventando mondi in cui ragionare del nostro sembra meno difficile. E che fantasia, in questa storia.

  • Un giorno questo dolore ti sarà utile, Peter Cameron

Fantasia in forma diversa, se volete. Perché credo che anche per essere ragazzi sarcastici, pedanti e molto brillanti ce ne voglia parecchia. Credo di preferire le storie dei ragazzi a quelle degli adulti perché gli adulti si prendono sul serio. Da ragazzi sembra chiaro che imparare a cambiare se stessi è un’esigenza, non un’opzione: te lo dicono tutti continuamente che stai crescendo (o che crescerai, o che devi farlo). Si cambia in meglio, se si cresce con consapevolezza. L’errore degli adulti è pensare che di crescere si smetta, e che non si cambi più. Io penso che non si sia più in grado di cambiare perché si perde in fantasia, in sensibilità. E perché ci si prende troppo, tremendamente sul serio. Ecco, questo libro lo mette nero su bianco proprio così: senza prendersi troppo sul serio.

  • Ma gli androidi sognano pecore elettriche, Philip Dick

Uno dei dolori utili di James, il protagonista di Un giorno questo dolore ti sarà utile, è il senso di solitudine. Se i libri hanno un ruolo nell’affrontare ciò che ci spaventa e se – come succede a me – la solitudine e i suoi effetti maligni rientrano tra i vostri fantasmi, Philip Dick dovreste leggerlo. Con cautela, perché qui il problema vi arriva con un pugno allo stomaco, e non ammette grandi soluzioni. Una ricerca disperata di umanità. Non è quella che ci sembra costantemente mancare nel mondo, da che esistiamo? Si trova sempre qualcuno o qualcosa da incolpare, ma guardando con coraggio il problema, si potrebbe finire per capire che aggiungere umanità nel mondo, qualunque mondo sia, sta a noi. Sarà per questo che ci spaventa tanto.

  • Misery, Stephen King

Scegliere uno solo libro di Stephen King è difficilissimo. I ragazzi raccontati da lui sono riconoscibili a chilometri di distanza. E sicuramente la fantasia è un elemento chiave, tornando alle cose di cui ho bisogno. E allora perché non scelgo Cuori in Atlantide? Intanto perché ho appena barato, nominandolo. E poi perché Misery è un maledetto capolavoro. Non ditemi “ma ho già visto il film”, non avete idea, non l’avete sul serio. Leggetelo. Se volete capire come si costruisce e si amministra la tensione. Se volete capire, per quanto ci è permesso di vedere, cosa gira nella testa di uno scrittore. Se volete rimanere incollati al libro finché non è finito, e che questo non vi sembri un cliché.

  • Tentativi di botanica degli affetti, Beatrice Masini

Non leggo quasi mai autori italiani, e ancora meno contemporanei. Sicuramente in qualche caso perdo qualcosa, ma l’ombelicalità diffusa delle storie che raccontano mi allontana. Non è certo questo il caso. Perché mai avrò letto un romanzo di ambientazione storica di un’autrice italiana contemporanea, allora? Perché, caso più unico che raro, a tenermi incollata alle pagine non è stata la trama, ma la raffinatezza dello stile, in ogni aspetto. Sembra quasi fuori moda, ma che piacere ricordarsi cosa vuol dire l’incanto delle parole usate bene. Questa bellezza mi ha permesso anche di riscoprire il desiderio della lettura lenta, il gusto del procedere con calma. Un grande lusso, con il valore aggiunto di ricordarmi che quello che ha valore è il ritmo, non la velocità di per sé.

Brevemente (barando)

  • La zattera di pietra di José Saramago – adoro le storie che hanno come presupposto la domanda “e se…?”. Scelgo uno dei più fantasiosi, di Saramago. Ma se lui vi piace, date una chance a Memoriale del convento.
  • Il persecutore di Julio Cortázar – uno sguardo incredibilmente verosimile sulla sensibilità fuori dal comune e sulle ossessioni di un musicista. Non ho mai trovato niente che le raccontasse così bene, senza scadere nel luogo comune.
  • Ricordi di Mike Resnick – fantascienza vecchio stile, con astronavi e altri mondi, in senso letterale. Ma con la carica empatica di Resnick è come se fossero ambientate nel nostro salotto. Una di quelle storie per cui, di tanto in tanto, fare l’editor mi manca.
  • Presagio triste di Banana Yoshimoto – commerciale, occidentalizzato, facile: un Giappone vendibile, insomma. Eppure la malinconia e il senso di soprannaturale di questa storia mi sono rimasti in testa.
  • Un uomo di Oriana Fallaci – mi piacciono le storie che parlano della realtà a patto che non siano leziose, stucchevoli cronache di vite qualunque. Questo libro, più reale del reale, è Storia, senso di giustizia, coraggio.

(Foto: Jess Bailey – Unsplash)

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