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Cinque libri

Cinque libri: Giacomo Buratti

una poltrona tra i libri
I cinque libri del due di picche, ovvero Va’ dove ti porta il cuore, basta che non l’hai letto da qualche parte

di Giacomo Buratti

Or I could make a career of being blue,
I could dress in black and read Camus,
smoke clove cigarettes and drink vermouth
like I was 17.
That would be a scream.

The Magnetic FieldsI Don’t Want To Get Over You

Ma perché sempre Dorothea?

Mi sono accorto che sempre più spesso ho bisogno – per finire di leggere un libro in meno tempo di quanto è servito per portarlo, come si dice, dalla mente dello scrittore a quella del lettore, attraverso il lungo lavoro di quella che chiamiamo “editoria” – ho bisogno di una domanda cui sono sicuro di voler dare una riposta. Barthes lo definirebbe “codice ermeneutico”, ma grazie a dio non è qui, quindi possiamo parlare liberamente.

Il fatto che di Barthes conosca altro oltre ai Frammenti e al fatto che fosse, sapete, francese, significa che il desiderio di rispondere a domande quali “Alla fine si sposano?” o “Lui poi muore?” o “È stata la domestica dei Castelli?” non mi basta più. Il fatto che sia tutt’altro che brillante, del resto, significa che non posso permettermi il lusso di separare completamente la pratica intellettuale della lettura da qualsivoglia coinvolgimento emotivo.

In sostanza, mi sono accorto che sempre più spesso ho bisogno di fare ricorso alla parte più meschina di me per finire di leggere un libro.

Se il romanzo è bello, è facile: mi basta morire d’invidia. Se è brutto, mi chiedo “Quanti cliché possono entrare nella stessa pagina?” o “Nessuno si è accorto che questo aggettivo non significa quello che pensa l’autore?” o “È normale desiderare che il protagonista venga travolto da un’auto in corsa prima di pagina 21?”

Sul mio comodino c’è Middlemarch di George Eliot (traduzione di Mario Manzari, BUR Rizzoli), che già è bello e quindi mi fa rosicare, in più mi permette di condividere con l’autrice una profonda e, pagina dopo pagina, sempre più malcelata antipatia per la protagonista Dorothea (già il nome, dio santo); antipatia che, dài e dài, infilza il romanzo con un trattino passato alla storia oltre che nel mio cuore:

Un mattino, alcune settimane dopo il suo arrivo a Lowick, Dorothea – ma perché sempre Dorothea? Il suo punto di vista era l’unico possibile riguardo a questo matrimonio? Io protesto affinché tutto il nostro interesse, tutti i nostri sforzi di comprensione non vengano accordati alle giovani carnagioni che hanno un aspetto fiorente, a dispetto dei tormenti; perché anch’esse avvizziranno, e conosceranno i dolori più antichi e corrosivi che noi stiamo contribuendo a trascurare.

Amori ridicoli, usignoli che ruttano

E non trascuriamoli, questi dolori antichi e corrosivi. Non lasciamo che un’infanzia felice e priva di eventi traumatici trascorsa in una provincia priva di eventi tout court ci trasformi in persone normali. Leggiamo Nietzsche e Voltaire prima di imparare a raderci senza aver bisogno di una trasfusione più che del dopobarba. Impariamo a diventare stronzi invece che a trattare l’acne.

Avrò avuto quindici, sedici anni quando ho scoperto i Sillogismi dell’amarezzadi Emil Cioran (traduzione di Cristina RognoniAdelphi). Cosa ne potevo capire? Potevo forse illudermi di riuscire a seguire le logiche di un apolide misantropo della Parigi degli anni ’50 meglio di quelle di Dawson di Dawson’s Creek? Avevo così tanta paura che il mio pene fosse troppo piccolo?

Eppure ancora ricordo a memoria l’aforisma sugli usignoli che si metterebbero a ruttare in un mondo senza malinconia, e quello sull’amore, di cui è ingiusto parlar male perché è sopravvissuto al romanticismo e al bidet.

“Amori ridicoli”, pensavo ascoltando C. e G. che sedevano accanto a me sul treno verso il liceo e discutevano animatamente dei pregi e dei difetti di Pacey.

Aspettare di amare non è un modo di vivere, ma nemmeno fare i pendolari

Dio è l’essenza stessa, mentre Eduard […] non ha mai trovato nulla di essenziale né nei suoi amori, né nella sua professione di insegnante, né nei suoi pensieri. È troppo acuto per ammettere di vedere l’essenziale nell’inessenziale, ma è troppo debole per non desiderare segretamente l’essenziale.

Ah, signore e signori, triste è la vita dell’uomo che non riesce a prendere sul serio nulla e nessuno!

Eduard e Dio, la storia che chiude la raccolta di Milan Kundera Amori ridicoli(traduzione di Giuseppe DiernaAdelphi), è il bivio al quale siamo arrivati scavalcando miracolosamente la fase esistenzialista francese.

Avrei anch’io scelto dio, “l’essenziale controparte di questo mondo inessenziale” aka la mia vita sentimentale? Se Kundera non avesse detto “triste”, probabilmente oggi sarei ancora vergine.

L’errore, poi, è stato continuare a dar retta ai libri.

Eccomi qui, in quella discarica emotiva che sono i mesi che precedono e seguono gli esami di maturità, che copio una frase da un libro sulla Moleskine, e da lì in una mail indirizzata a L. Il libro è Erano solo ragazzi in cammino di Dave Eggers (traduzione di Giuseppe StrazzeriMondadori) e la frase è la seguente:

Se mai amerò ancora, non aspetterò più di amare al mio meglio. Pensavamo di essere giovani e che questo significasse avere tempo per amare meglio in futuro. È un modo terribilmente sbagliato di pensare. Aspettare di amare non è un modo di vivere.

Evito di soffermarmi sul dettaglio che è un ragazzino di diciannove anni a citare “pensavamo di essere giovani”, per concentrarmi sul fatto che il ricordo di tale citazione unito a quello di L. nuda hanno trasformato nella mia memoria questo libro (che parla di una guerra terribile e sanguinosa e usa il racconto di un sequestro come cornice narrativa) in una specie di Harmony.

Il paragone ingeneroso deve però risentire dell’influenza anche di un altro ricordo: quello molto più bruciante della fine della storia con L., per la quale, oggi come ieri, do la colpa a Laurence Sterne.

Avete presente La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo(traduzione di Giuliana AldiBUR Rizzoli). Avete presente che inizia con Tristram che descrive il suo stesso concepimento? [Avete presente che è del 1760?] Vi ricorderete di sicuro del momento in cui sua madre interrompe l’amplesso per chiedere al padre se ha ricaricato l’orologio. Chi se lo scorderebbe?

Bene.

Adesso immaginate un altro amplesso. Un pomeriggio caldo dei primi di settembre a Roma. Il letto a una piazza di una camera doppia in un appartamento di universitari deserto. Due appena ventenni, sudatissimi veramente più per la goffaggine che per altro.

Immaginate che il più goffo si chiami come me e che L. a un certo punto si fermi e dica:

“Che ora è?”

“Non lo so. Come? Perché?”

“Alle dieci meno cinque c’è il treno”.

Non vi verrebbe in mente Laurence Sterne? E non maledireste Laurence Sterne e voi stessi per aver pensato in un simile frangente a non altri che a Laurence Sterne? E credete che sareste capaci poi di ritornare a un’erezione completa? E avreste il coraggio di confessare che vi è venuto in mente un romanzo di trecento anni fa, mentre vi dice che non è grave? E allora, quando inizia a rivestirsi, direste o no che non vi è mai successo prima? Inventereste una scusa? Chiedereste cosa sta leggendo? Cosa potreste fare, davanti a una porta che vi si chiude in faccia?

Niente, naturalmente.

(Foto: Nick Hillier – Unsplash)

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