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Cinque libri

Cinque libri: Ludovica Lugli

ricordi in bianco e nero

Ludovica Lugli lavora al Post, scrive (anche su Twitter), legge e si racconta. La ammiro molto per la sua intelligenza: è acuta, scientifica e non smette mai di farsi domande.

Ho comprato l’ultimo numero di Nuovi Argomenti per leggere il suo pezzo che si intitola Giro per Modena da un divano a Milano: parla di quando non potevamo più andare da nessuna parte e a un certo punto fa così:

Veniamo a Milano e ci confondiamo, parliamo delle nostre città come di qualsiasi città di provincia, poco interessanti e tutte uguali, tutte diverse dalla grande città. Non lo sapremo mai però se sono davvero tutte uguali, le città da cui veniamo, perché il fatto di essere noi diversi – ultimi arrivati in un posto che esisteva ben prima di noi, dove stiamo soprattutto tra altri ultimi arrivati – ci confonde.

Sono contentissima di pubblicare i suoi Cinque libri: buona lettura.

Cinque libri che raccontano storie vere sui nazisti

di Ludovica Lugli

Immaginate Chimamanda Ngozi Adichie, l’autrice di Americanah e di Dovremmo essere tutti femministi, a 10 anni. È nella casa della sua famiglia a Nsukka, nel sud della Nigeria, siamo nel 1987. Come a molte bambine alla sua età, ad Adichie piace leggere, ma in questo momento non sta leggendo un romanzo per ragazzi come Harry Potter e la pietra filosofale o La bussola d’oro, che io leggevo quando avevo quell’età, bensì Memorie del Terzo Reich di Albert Speer, architetto personale di Adolf Hitler, ministro per gli armamenti della Germania nazista, imputato al processo di Norimberga e condannato a 20 anni di carcere per aver utilizzato manodopera in condizioni di schiavitù nell’industria bellica tedesca.

Adichie lo ha raccontato sul New Yorker qualche anno fa, dopo aver letto Memorie del Terzo Reich una seconda volta. Nell’articolo dice brevemente molte cose interessanti, ma a me è rimasta impressa soprattutto questa immagine di lei bambina, lontana nel tempo e nello spazio dai nazisti, che legge l’autobiografia autoassolutoria di uno di loro, un libro di circa 700 pagine. È una scena che forse da sola non avrei mai immaginato, ma che ora che ce l’ho in testa mi sembra del tutto coerente e comprensibile: quando si tratta di libri che raccontano storie vere, quelle dei nazisti e delle loro vittime sono imbattibili.

Ne faccio un discorso puramente narrativo: l’orrore di quello che fecero i nazisti, che sia raccontato dal punto di vista di chi lo subì o da quello di chi lo perpetrò, è così grande e privo di precedenti e repliche, che non smetteremo mai di volerne sapere di più, pur senza capacitarci mai davvero di ciò che accadde. Ovviamente spero che questo varrà anche nel 2145, a duecento anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, quando chiunque abbia conosciuto di persona un nazista di quei tempi o una delle sue vittime sarà morto, tutto ciò continui a essere vero.

Per questa forza narrativa, oltre che per importantissime ragioni di conservazione della memoria, ogni anno escono libri e libri su nazisti, nazismo e Olocausto. Quando ero bambina non avevo una copia di Memorie del Terzo Reich per casa, ma lessi parecchi libri per ragazzi che parlavano delle terribili sventure subite da persone di origine ebraica, che fossero sopravvissute o meno ai campi di concentramento. Già allora, nonostante ci fossero molte cose che non sapevo e che non potevo capire sul nazismo, ero così affascinata da quelle storie incredibili che – lo ammetto anche se è un po’ imbarazzante – speravo di scoprire di avere qualche lontano parente di origine ebraica scampato dai campi, o che vi fosse morto. Per pure ragioni narrative.

Di recente, un po’ per caso, sono finita a leggere libri sui nazisti più che sulle loro vittime. Tutti quanti, in un modo o nell’altro, cercano di avvicinarsi a spiegare come si diventa nazisti. Non solo nel senso dei nazisti famosi, quelli condannati a Norimberga, ma soprattutto nel senso dei nazisti anonimi, più o meno colpevoli, che poi divennero semplici tedeschi e contribuirono a fare la Germania del dopoguerra. Se le storie delle vittime dell’Olocausto commuovono, fanno soffrire e, quando riguardano un sopravvissuto fanno tirare dei sospiri di sollievo, quelle dei nazisti rendono perplessi, sconvolgono e fanno dubitare di come saremmo stati noi se fossimo stati tedeschi del 1938.

I libri sul nazismo che ho letto nell’ultimo anno sono nove e Memorie del Terzo Reich è lì che aspetta, per quando me la sentirò. Li consiglierei tutti ma dovendone scegliere cinque, scelgo questi.

  •  Sindrome 1933 di Siegmund Ginzberg, Feltrinelli

Il giornalista Siegmund Ginzberg, nato nel 1948 in una famiglia di origine ebraica arrivata a Milano negli anni Cinquanta, ha notato varie corrispondenze tra il processo che portò Hitler a diventare il dittatore della Germania e il successo di alcuni capi politici di oggi, in Italia. Questo saggio è uscito nella primavera del 2019 e da allora il panorama politico è cambiato, ma le analogie trovate da Ginzberg ed esposte non per spaventare, ma per provare a capire meglio certe cose (come quel concetto informe che chiamiamo “populismo”) funzionano ancora. 

Se poi ci si è dimenticati alcune cose studiate a scuola (un esempio: non ricordavo che a un certo punto per legge tutti gli ebrei tedeschi che non avevano nomi di origine ebraica dovevano farsi chiamare Israel, tutte le donne Sara), permette di fare un ripasso molto comodo, grazie a una scrittura elegante e piacevolissima da leggere. È per questo che lo metto in questa lista anche se a ripensarci parla più di noi che dei nazisti: perché riaccende l’interesse per quello che successe negli anni Trenta e, almeno nel mio caso è stato così, ti spinge a farti da te quelle domande che anni fa ti faceva un professore di storia e filosofia durante un’interrogazione.

  • I senza memoria di Géraldine Schwarz (traduzione di Margherita Botto), Einaudi

Questo libro fa parte della mia collana di libri preferita, le Frontiere di Einaudi, che tiene insieme saggi narrativi sugli argomenti più diversi, spesso autobiografici. Schwarz come Ginzberg è una giornalista, nata nel 1974 in una famiglia franco-tedesca. Il suo nonno paterno fu uno di quei tedeschi che non commisero crimini di guerra ma approfittarono economicamente delle leggi razziali: nel 1938 rilevò l’azienda di un uomo d’affari ebreo pagandola molto meno del suo valore. Era un Mitläufer, cioè un simpatizzante, un gregario dei “veri” nazisti: questa parola fu usata nel Dopoguerra dagli Alleati nel processo di denazificazione della società tedesca. In I senza memoria Schwarz spiega, mettendo insieme la storia della sua famiglia a quella della Germania intera, come questo processo sia stato imperfetto, in parte per il grande numero di Mitläufer, in parte per una serie di compromessi ed errori commessi dalla politica nel corso del tempo. 

È lungo poco più di 300 pagine, ma sono densissime e permettono di imparare moltissime cose. Credo che leggerlo oggi possa essere molto utile anche per fare delle riflessioni sul mito degli “italiani brava gente” che periodicamente – ad esempio nelle ultime settimane – torna di attualità perché si porta dietro degli irrisolti. Il penultimo capitolo si intitola “Austria/Italia. Piccoli compromessi con il passato”, ed è una buona introduzione al tema, per quanto breve. 

  •  Lasciami andare, madre di Helga Schneider, Adelphi

Se il nonno di Schwarz era un nazista per opportunismo, la madre di Schneider, scrittrice tedesco-italiana nata nel 1937, era una nazista vera. Una fanatica. Questo librino di poco più di 100 pagine racconta del (forse) ultimo incontro tra lei e l’autrice, avvenuto nel 1998. All’epoca Schneider e la madre non si vedevano da 27 anni e anche in precedenza non si erano frequentate molto. Nel 1941 infatti la madre di Schneider, membro delle SS, aveva abbandonato la famiglia per diventare guardiana di campi di concentramento, a Ravensbrück e a Birkenau.

Nel 1998 era anziana, probabilmente affetta da una forma di demenza, ma nell’andare a trovarla Schneider non riesce a non chiederle conto delle sue azioni e delle sue convinzioni. È difficile mettersi nei panni di qualcuno che si porta dietro quest’eredità e leggendo Lasciami andare, madre ci si trova in forte conflitto con il proprio senso di pietà. Il libro finisce con una domanda e non dà vere risposte, ma probabilmente ottenerne in certi casi è semplicemente impossibile.

  • Le Benevole di Jonathan Littell (traduzione di Margherita Botto), Einaudi

Caso letterario degli anni Duemila, è un librone di quasi mille pagine che ha per protagonista un nazista inventato, un colto membro del Sicherheitsdienst, il servizio di intelligence delle SS. È comunque accuratissimo e molto dettagliato. Non ho ancora letto le memorie di Speer, ma mi domando se possano darti quella sensazione di osservare la Seconda guerra mondiale in live streaming, dalla parte dei cattivi, come fa questo romanzo. Bisogna aver tempo per leggerlo e anche una certa dose di forza d’animo per affrontare alcune delle nefandezze che racconta e che, a tratti, danno l’idea di star leggendo un romanzo di fantascienza.

  •  Sarei stato carnefice o ribelle? di Pierre Bayard (traduzione di Andrea Inzerillo), Sellerio

Questo non è un vero libro sui nazisti, ma volendo mettere insieme una micro-biblioteca che avesse un inizio e una fine, mi è parso una buona conclusione. Uscito nel 2013 è una riflessione che cerca di rispondere alla domanda che inevitabilmente una si fa leggendo tanti libri sulla Seconda guerra mondiale: se fossi stata adulta a quei tempi, come mi sarei comportata? Sarei stata fascista o nazista? Connivente non convinta o ignava? Oppure sarei stata una dissidente, una staffetta partigiana, un’eroica salvatrice di perseguitati? 

Pierre Bayard, scrittore e psicoanalista francese, ha creato una specie di esperimento mentale per provare a rispondere a queste domande per quel che lo riguarda. Ha immaginato di essere nato nella sua famiglia, ma nel 1922, anno di nascita di suo padre, come sarebbe stata la sua vita nei primi anni Quaranta e a quali possibili scelte lo avrebbe portato. Per portare avanti il discorso racconta le storie di noti ribelli al regime nazista e non solo. Anche con questo saggio dunque si possono imparare molte storie su quegli anni e provare ad avvicinarsi alla comprensione di ciò che fece chi era lì.

(Foto: Brigitta SchneiterUnsplash)

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