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Cinque libri

Cinque libri: Francesco Longo

una macchina da scrivere Lettera 22 Olivetti

Ho provato e riprovato a immaginare un attacco che suonasse meno da fan, ma non ci sono riuscita: tutto quello che scrive Francesco Longo mi piace tantissimo. Ecco, l’ho detto.

Molto mossi gli altri mari è stato uno dei miei libri preferiti del 2019: dentro c’è la fine dell’estate e tutto quello che succede quando stai per lasciarti alle spalle la tua vita di prima. È un romanzo senza tempo, con una lingua bellissima e il sapore delle onde che ti resta in bocca mentre tifi per Michele e per le sue corse in bicicletta da un settembre all’altro.

E poi ci sono i suoi pezzi sui giornali: su minima&moralia ce ne sono un bel po’ (il mio preferito: John Cheever e Roma, apparso su Nuovi Argomenti). E poi c’è Twitter, dove commenta i fatti del mondo editoriale e condivide le sue letture.

Sono molto molto felice di ospitare i suoi Cinque libri.

Cinque aspetti del mestiere di scrivere

di Francesco Longo

Desiderio irrefrenabile di scrivere, certezza che diventare scrittore sia l’apice della realizzazione. Ma all’estasi della pubblicazione – quando si viene finalmente pubblicati – seguono le crisi più diverse: mancanza di ispirazione, scarsità di soldi, minacce dei fan, la vita che reclama attenzione e chiede agli scrittori di smettere di dedicarsi solo alla fantasia. Per professione infatti, gli scrittori inventano storie, si consacrano a ideare personaggi, sguardi, voci, trame, situazioni, ma è inevitabile che a volte finiscano per mettere in scena ciò che più li impegna nella loro vita quotidiana: la scrittura. Gli scrittori diventati protagonisti di romanzi sono tantissimi. Jack Torrance che batte a macchina sotto la tormenta di neve, nell’Overlook Hotel di Shining, è più celebre della maggioranza degli scrittori veri e viventi. In molti libri in cui compaiono scrittori si affaccia una verità sulla vita e sulla finzione. Questi cinque libri disegnano un ideale percorso che racconta cinque aspetti del mestiere di scrivere. 

Chiedi alla polvere di John Fante

“Non si preoccupi signora Hargraves, stia tranquilla, tra un paio di giorni mi arriveranno i soldi”, dice Arturo Bandini, aspirante scrittore. Chiedi alla polvere di John Fante esce nel 1939. Da allora è difficile che un libro abbia raccontato meglio il desiderio struggente di diventare scrittore, quel misto di speranza cieca e vocazione reale, il sogno che la pubblicazione di un libro possa rappresentare la svolta della vita. L’aspirante scrittore vive mentendo a se stesso, confidando in un talento di cui non ha prove. Ogni barlume di speranza di pubblicare si trasforma in un bagno di luce: “Cara mamma – scrive Bandini – le cose si stanno mettendo decisamente meglio. Ho firmato un contratto per alcuni racconti”. Chiede alla madre che gli mandi dieci dollari, o almeno cinque, perché “l’editore è ben deciso a organizzarmi un lancio in grande stile”. Ma diventare scrittore è una meta irraggiungibile. Bandini si mette seduto davanti alla sua macchina da scrivere per due giorni consecutivi: “Fu l’attacco di testardaggine più lungo e violento di tutta la sua vita, ma non ne uscì neanche un rigo, solo due parole ripetute per tutta la pagina, su e giù, sempre le stesse: la palma, la palma”. Chiedi alla polvere è un romanzo amaro e allagato dalla luce. Non solo il bagliore di una prospettiva di una vita migliore, ma dal sole eterno che addolcisce le giornate a Los Angeles. 

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

La Ricerca del tempo perduto è la descrizione di tutto ciò che serve al narratore per capire la sua missione: fare lo scrittore. Migliaia e migliaia di pagine di ricordi, incontri, voci, conversazioni infinite, speculazioni sull’arte, innamoramenti, descrizioni di case e di viali alberati, alberghi sul mare, sofferenze e rimuginamenti continui avranno un unico fine: la rivelazione che si fa strada lungo tutta l’opera. “Dal momento che volevo un giorno diventare uno scrittore, era tempo di sapere quel che meditassi di scrivere. Ma appena me lo chiedevo, tentando di rintracciare un argomento nel quale poter racchiudere un immenso significato filosofico, la mia intelligenza smetteva di funzionare, non vedevo più che il vuoto di fronte alla mia attenzione, sentivo di non avere talento o che, forse, una malattia cerebrale gli impediva di nascere”. Stiamo parlando di Proust, il più grande scrittore dopo Dante. Il narratore attraversa il buio: “Mi sembrava, in quei momenti, di esistere nello stesso modo degli altri uomini, che sarei invecchiato, che sarei morto come loro, e che in mezzo al mucchio sarei stato semplicemente uno dei tanti che non hanno attitudine allo scrivere”. Ecco lo scrittore: megalomania e incertezza sulle proprie capacità, incertezza che fa crollare il mondo. La Recherche è un’opera che si può leggere per tutta la vita. Comprende tutte le dimensioni dell’esistenza, in teoria si potrebbe non leggere nessun altro libro ed essere un lettore completo. 

Misery di Stephen King

Diventare scrittore sarà pure un travaglio. Ma dopo? I pericoli non finiscono mai. Lo sa bene lo scrittore Paul Sheldon, protagonista di Misery di Stephen King. Ecco l’altro aspetto del successo, il tragico destino di uno scrittore venerato, adorato dai suoi lettori speciali. Una geniale e spaventosa lettrice, Annie Wilkes, ha letto almeno due volte tutti i libri di Paul Sheldon, in particolare i suoi preferiti sono quelli della serie Misery: li ha letti quattro, cinque, sei volte. È lei, ex-infermiera, a recuperare lo scrittore dopo un incidente in macchina per una tempesta. Se lo porta a casa per curarlo. Ma Paul Sheldon ha appena fatto morire Misery: “Era morta a cinque pagine dalla fine de Il figlio di Misery. Non un solo paio d’occhi era rimasto asciutto davanti a un simile accadimento”. Quando Annie scopre che la sua eroina è stata uccisa dall’autore si scatena contro di lui: “Io la voglio! Tu l’hai uccisa!”. Sheldon la dovrà far vivere ancora in un libro, intanto le sevizie, più che le cure, hanno inizio. Ecco il pericolo di ogni scrittore di successo, andare incontro al suo pubblico, lasciarsi sedurre dai complimenti, farsi guidare dalle vendite, dal gusto dei lettori fino a finire prigionieri della loro volontà. “Mi devi la vita, Paul. Spero che non te lo scorderai”, dice Annie, pazza e assassina, forse consapevole che la vita degli scrittori dipende dai lettori. È l’immagine del ricatto di chi ha una carriera brillante, con compromessi sempre all’orizzonte: vendite, mercato, contratti, ecc. Paul darà fuoco al suo nuovo manoscritto. Se King non fosse un mastro l’ultimo libro di Paul Sheldon sarebbe bruttissimo perché schiacciato sulla volontà di Annie, invece King è un genio e infatti con la pistola alla tempia Sheldon scrive il suo libro più bello.

L’ultima intervista di Eshkol Nevo

Il narratore della Recherche diventa scrittore, bene. Qui abbiamo il percorso inverso. Il narratore del libro di Eshkol Nevo, L’ultima intervista, è uno scrittore che comincia a mettere in dubbio questa vocazione. L’ultima intervista ha la forma classica dell’intervista: il libro è composto da domande e risposte. Le domande sono quelle classiche che riceve ogni scrittore – “Conosce la fine delle sue storie prima di cominciare a scriverle? Le capita di sognare i suoi personaggi?” – le risposte invece sono spesso divagazioni, risposte che si nutrono di aneddoti, di personaggi, di storie. Ed ecco che lentamente il libro si trasforma sotto gli occhi del lettore in una vera e propria trama: “Avrei dovuto dare a quelle domande delle risposte preconfezionate, invece ho deciso di dire la verità. Sarebbe dovuta restare un’intervista e niente di più, ma piano piano – evidentemente non ne sono capace – si sta trasformando in una storia”. 

Rispondendo alle domande, lo scrittore ripercorre la sua vita e mette a fuoco la sua crisi presente. Una crisi inevitabilmente legata al mestiere di scrivere. Presto, anzi, pare che scrivere e vivere siano inconciliabili: “Urge decidere se, nel breve tempo che mi resta su questa terra, voglio scrivere. Se un altro libro è la cosa più importante da concludere prima che comincino i dolori al petto. E se invece volessi trascorrere più tempo possibile con Dikla e i bambini?”. Questa frase è la svolta non solo del libro ma forse di tutta la letteratura di Nevo. Da questa frase non si torna indietro. Scrivere o passare più tempo con i bambini? Scrivere o passare più tempo con la propria moglie? Sarebbe bello sentire serpeggiare questi interrogativi in ogni romanzo e percepire il dubbio ogni volta che uno scrittore parla del proprio lavoro.

Yoga di Emmanuel Carrère

“Diventare uno scrittore originale è stata l’ossessione della mia giovinezza e non mi ha mai lasciato”. Carrère non è solo uno scrittore, incarna il mito dello scrittore. È lo scrittore di successo che tutti gli scrittori vorrebbero diventare. Ci intrattiene con storie eccezionali, con la sua voce avvolgente che ci guida nelle pagine. L’avversario o Limonov sono libri letterari, libri che vendono, citati, letti, presi come modello. Più va avanti la sua ricerca letteraria più la presenza di Carrère nei suoi libri dilaga. In Yoga (uscirà a maggio in Italia) non si tratta più solo di uno scrittore presente nelle storie che racconta. Il reportage è dalla sua mente. L’autore è Carrère, il protagonista è Carrère. Il pretesto – raccontare la pratica dello Yoga e in particolare un ritiro Vipassana – viene spazzato via da altri temi che irrompono nel libro. Ma già a metà libro Carrère è il centro di tutto – il suo malessere, il suo narcisismo, la sua depressione – tanto che ogni cosa viene inghiottita dalla sua ombra. Carrère si lamenta perché nella sua vita non riesce a vivere nessuna esperienza diretta perché tutto immediatamente nella sua mente si trasforma in parole da scrivere. Purtroppo, i caratteri istrionici, chi – come ammette Carrère – inizia sempre le frasi con “io”, spesso non ha il senso del limite e del ridicolo. Carrère è uno dei più importanti scrittori viventi, forse per la prima volta al lettore può sembrare che la sua presenza si sia fatta troppo ingombrante. 

(Foto: Martino PietropoliUnsplash)

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