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Cinque libri

Cinque libri: Cecilia Manfredi

festa di natale in una puntata della serie mad men

Quando mi piace una persona o un progetto, trovo ogni scusa possibile per parlarne e fare una capa tanta a chi mi ascolta: è più forte di me, ma con i miei innamoramenti sono così, un po’ un accollo.

Della newsletter di Cecilia Manfredi ho già scritto qui: sono sempre curiosa di leggere L’altra biblioteca perché ogni volta che compare nella mia casella di posta so già che mi regalerà un tesoro. Libri che non mi aspetto, fuori dal chiacchiericcio rumoroso che consiglia compatto l’ultima novità editoriale: con Cecilia riscopro il piacere di lasciarmi stupire e mi viene sempre voglia di appuntare i titoli che suggerisce, anche quelli non ancora usciti qui da noi.

Per i suoi Cinque libri ha scelto un tema perfetto: anche stavolta i suoi consigli li leggerei immediatamente.

Cinque libri per chi ha nostalgia delle feste

di Cecilia Manfredi

All’interno della (talvolta discutibile) dicotomia che contrappone il serio al frivolo, l’incarnazione iniziale di questo pezzo pendeva fin troppo verso il primo. I segnali, però, erano chiari: mettere insieme cinque libri non era semplice e scrivevo solo considerazioni banali. La serietà degenerava in una pesantezza sterile.

Quando mi è venuta l’idea definitiva, la scritta  🍸 💫 🎊 P A R T I E S 🎉 🍻 🍾  si è delineata nella mia mente, completa di emoji, e tutto ha iniziato a scorrere molto più in fretta. 

In questo periodo di confinamento forzato mi sto pentendo di ogni invito rifiutato negli anni scorsi; per fortuna, posso ancora leggere libri in cui si va alle feste. Ho escluso qualche titolo ovvio, ma spero nel perdono di Fitzgerald.

  • La preda — Émile Zola (Clichy, a cura di Federica Fioroni)

Senza dubbio uno dei romanzi minori del ciclo dei Rougon-Macquart, in parte perché, uscito nel 1872, è il secondo volume su venti (i capolavori riconosciuti si trovano più avanti: L’ammazzatoio, il settimo in ordine, appare nel 1877; Nanà, il nono, nel 1880; Germinale, il tredicesimo, nel 1885). Come molti libri meno riusciti dei grandi, rimane un’opera notevole e può essere un ottimo punto di accesso per l’immenso affresco familiare concepito da Zola. 

A cosa allude il titolo di questo romanzo che, secondo l’autore, doveva rappresentare “la nota dell’oro e della carne”? Un’alternativa potrebbe essere la città di Parigi, ritratta nel vortice della rivoluzione haussmaniana intorno al 1855: vie sventrate, sfratti e nuove costruzioni significano moltissimo denaro da spartire tra chi saprà come muoversi; Aristide Saccard è stato messo nella posizione perfetta per il saccheggio da suo fratello Eugène Rougon, un politico influente che gli ha consigliato di cambiare il suo cognome originale per poterlo favorire senza destare sospetti. 

L’altra è la splendida Renée, la giovane seconda moglie di Saccard, ormai estenuata dall’esperienza di ogni lusso e di ogni piacere, alla ricerca di qualcosa che risvegli i suoi sensi intorpiditi: magari una relazione con Maxime, figlio di primo letto del marito? 

La preda è costellato di feste: che siano pretesti per ostentare la propria ricchezza oppure eventi in cui si fanno conoscenze che possono portare a nuovi affari e adulteri, in ogni caso finiscono sempre per eccitare l’avidità di corpi e denaro che divorerà il neonato impero di Napoleone III.

  • La bella di Lodi — Alberto Arbasino (Adelphi)

Tra i lavori meno sperimentali di Arbasino, che qui è quasi gentile con i suoi personaggi, La bella di Lodi si consuma in fretta come un mojito freddo durante una serata estiva. La protagonista è Roberta, figlia della ricca borghesia che imperversa nella bassa padana — un segmento sociale di cui Arbasino può vantare una conoscenza di prima mano. Le feste sono tra le più sobrie di quest’elenco.

I divani della veranda sono pieni di ragazze fin sui braccioli, ma non si vedono le loro facce; la luce bassa del salone arriva appena all’orlo bianco o rosa dei loro vestiti, o a illuminare qualche avanzo di salmone e di gin-and-tonic sui tavolini davanti. Roberta beve scotch in poltrona con questo suo amico Giorgio; escono anche molte volte insieme; e lui le sta piuttosto dietro. Ma anche Sandro è quasi sempre lì con loro. Fratello e sorella ballano anzi spesso insieme. Quando vanno al bar a bere, ci vanno insieme Roberta e Sandro e Giorgio; e lei si volta continuamente dall’uno all’altro (alti uguali, vestiti uguali, con gli stessi righini, lo stesso sorriso…). Si vedono anzi parecchie volte Giorgio e Sandro stare insieme volentieri, parlarsi all’orecchio e ridere, anche senza di lei, nel vano d’una finestra o sopra un tavolino da gioco, fumando e tenendosi per un braccio.

La festa si sta proprio afflosciando; e si vede che tra poco frana nel tedio. Balla poca gente. L’orchestra fa una pausa lunghissima per andare a mangiare, e ci sono ancora degli spiritosi che ne approfittano per mettersi alla batteria; gli altri siedono tutti sui divani, quasi senza parlare e impazienti. Basta che qualcuno proponga di andare a finir la sera da un’altra parte, e parecchi escono subito.

Il gruppo può riempire un tre o quattro macchine. Roberta con Sandro e Giorgio salgono sulla stessa, portando come tutti roba da mangiare e bottiglie.

  • Meet Me in the Bathroom: Rebirth and Rock and Roll in New York City 2001-2011 — Lizzy Goodman (Faber & Faber, non ancora tradotto)

Una storia orale dell’ultimo revival del rock: gli LCD Soundsystem, gli Strokes, gli Yeah Yeah Yeahs, i Libertines, i TV on the Radio, gli Interpol e tutti gli altri, tra feste e primi concerti. 

Negli anni centrali della decade Zero il mondo era più o meno incasinato quanto oggi (solo in modo diverso: Bush e Blair si inventavano le armi di distruzione di massa per iniziare un nuovo conflitto in Medio Oriente, Hedi Slimane disegnava Dior Homme, il Berlusconi II e III lasciavano spazio al Prodi II, la crisi del 2008 devastava economie senza scalfire granché i ricchi) e io frequentavo le superiori. Nei paraggi delle vacanze di Natale del 2003, il ragazzo più cool della mia classe, subito preso di mira tanto dall’istrionico professore di matematica quanto dalla scialba professoressa di greco e latino, saltò due giorni di scuola per andare al concerto degli Strokes a Roma. Sono abbastanza certa che quella fu la prima occasione in cui sentii menzionare il nome del gruppo.

Quel tipo di musica rimane legata ai ricordi delle mie prime feste: non è un periodo della mia vita per il quale ho rimpianti, per fortuna, e “all the memories of the pubs and the clubs and the drugs and the tubs we shared together will stay with me forever”.

  • Slow days, fast company. Il mondo, la carne, L.A. — Eve Babitz (Bompiani, traduzione di Tiziana Lo Porto)

Per descrivere la vita di Eve Babitz, almeno quella che emerge dai suoi libri, vorrei usare la definizione che Hemingway inventa per la Parigi degli Venti: festa mobile.

Tequila, burritos e champagne, dei Bloody Mary ai quali viene aggiunta altra vodka, un cocktail chiamato Tuxedo: generi di consumo che appaiono ne Le bozze, una delle dieci parti che compongono Slow days, fast company, e che mi hanno fatto sospirare di malinconia. “Non amo le feste favolose” scrive Eve Babitz più avanti in Pioggia: difficile crederci, considerato quanto spesso sembra frequentarle (beata lei!). 

  • Simposio — Platone (Barbera, introduzione di Simonetta Giannini, traduzione e note di Angelo Giavatto)

Il poeta tragico Agatone ha già celebrato in grande stile il premio che ha vinto alle feste Lenee, così il giorno dopo offre un banchetto più morigerato a una scelta compagnia. Niente musiciste, perché questa non è un’orgia, bensì una riunione tra amici e sodali in cui si discuterà di un argomento che entusiasma tutti i partecipanti: Eros. 

Ciascuno dei commensali dice la sua — celebre, per esempio, il mito degli esseri umani primordiali raccontato da Aristofane (creature che rientravano in tre generi, maschile, femminile e androgino, poi separate in due metà dagli dei a causa della loro arroganza) — ma tutti aspettano il discorso di Socrate. Grazie alle sue parole veniamo a conoscenza di una figura di grande fascino, aumentato dal suo essere doppiamente estranea al convito in quanto straniera e donna: Diotima di Mantinea, la sacerdotessa che allontanò da Atene la peste per dieci anni e della quale il grande filosofo dice “insegnò anche a me le cose d’amore”. Le parole di Diotima sono il nucleo del testo e coprono argomenti complessi come eredità, immortalità, arte:

Coloro dunque che sono fecondi nel corpo si rivolgono piuttosto alle donne e in questo modo declinano il loro amore, al fine di conseguire, a loro parere, attraverso la generazione dei figli immortalità ricordo e felicità, per tutto il tempo a venire. Coloro che sono invece fecondi nell’animo, perché ci sono per davvero quelli che concepiscono più nell’animo che nel corpo, fecondi di ciò che si addice all’animo concepire e partorire – cosa si addice loro, dunque? La saggezza e tutte le altre virtù, di cui sono genitori tutti i poeti e quanti tra gli artigiani sono detti inventivi. La suprema e più bella forma di saggezza è l’ordinamento della città e delle case, che ha nome di temperanza e giustizia.

Subito dopo la fine del discorso riportato da Socrate arriva un imbucato, bellissimo e incoronato di viole ed edera: Alcibiade si presenta in preda all’ebbrezza, sorretto da una suonatrice di aulo e seguito da altri compagni. Il grande condottiero ateniese, come a volte fanno gli ubriachi, recrimina: Socrate, che è così brutto, lo ha rifiutato più volte. Poi sopraggiungono altri festaioli, c’è troppo chiasso, tutti bevono. Come finirà?

… Socrate, dopo averli fatti addormentare, si alzò e se ne andò, e Aristodemo lo seguì come era sua abitudine. Recatosi al Liceo, dopo essersi lavato, Socrate trascorse il resto della giornata come in ogni altra occasione e […] verso sera se ne andò a casa a riposare.

(Foto in apertura: una scena una scena dell’episodio Christmas Comes But Once a Year di Mad Men)

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