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Cinque libri

Cinque libri: Silvia Pelizzari

foto d'epoca di due donne in biblioteca

Quando ho chiesto a Silvia Pelizzari di partecipare a Cinque libri sapevo che non mi avrebbe mandato una lista e basta, ma un pezzo capace di stare in piedi da solo. Non mi sbagliavo.

Conosco Silvia da non so quanto tempo e da sempre faccio un gran tifo per tutti i suoi progetti: da poco sono stata ospite della sua bellissima newsletter Autostrada del Sud (qui la puntata qui il link per iscriversi) e non mi perdo mai i racconti e gli articoli che scrive (ne ha raccolti un po’ qui).

Mi piace quando legge ad alta voce autrici e autori sul suo canale Telegram e quando ci mandiamo vocali per scambiarci dei pensieri su quello che vorremmo fare con la scrittura e non solo. I libri sono parte delle nostre vite in tanti modi, è come se non potessimo farne a meno: lei ne sta scrivendo uno, io spero di leggerlo presto.

Intanto ecco qua un pezzo che sono davvero orgogliosa di ospitare.

Cinque libri da salvare se la libreria va a fuoco

di Silvia Pelizzari

Una persona a cui voglio bene un giorno mi ha detto che l’acqua le faceva più paura del fuoco. Il fuoco lo fermi, l’acqua no. Io non ero d’accordo sul fatto che facesse meno paura, ma ho fatto finta di niente.

Ci ho pensato anni dopo, quando il quartiere di Parma in cui vivevo è stato invaso dal fiume esondato. L’acqua arrivava alle cosce in certe strade, in altre arrivava alle caviglie e si trasformava in fango quando riusciva ad abbassarsi un po’. Ricordo che la strada davanti casa mia era tra quelle fortunate, ma la corrente elettrica andava e veniva e io avevo paura. Vivevo sola in quartiere periferico, in un palazzone dove non conoscevo nessuno. È stato il momento in cui mi sono sentita forse più sola da quando avevo memoria. 

Mentre l’acqua del fiume usciva dagli argini e si spargeva tra il cemento, io tornai a casa dal lavoro facendo la tangenziale esterna e in fretta e furia feci uno zaino d’emergenza. Slip e magliette, un pigiama e un asciugamano, il mac e il carica batterie per il telefono (inutile, le centraline erano state sommerse dall’acqua, il cellulare sarebbe stato privo di campo per giorni). E i libri. Avevo pochi minuti per fare lo zaino, presa dalla concitazione e dalla paura che l’acqua arrivasse anche nella mia via e io non riuscissi a uscirne.

Un’ora dopo ero a casa della mia amica Federica, di suo marito e dei loro tre figli. Mi avevano aperto una brandina dove avrei dormito per qualche giorno e aprendo lo zaino mi resi conto di una cosa. Il libro che avevo portato con me, che avevo scelto nella fretta in un gesto totalmente istintivo, diceva qualcosa di me, o meglio: di chi ero io in quel momento, qualcosa di complesso, dato dalla somma delle cose che avevo vissuto nel passato fino ad allora.

Da allora ogni tanto faccio un gioco. Chiedo alle persone che incontro di dirmi i libri che salverebbero se la loro casa stesse crollando, se la loro libreria stesse andando a fuoco (il fuoco continuava a spaventarmi nello stesso modo) , se l’acqua stesse salendo dalle scale e si infilasse sotto le porte. È un gioco che faccio anche con me stessa, più o meno una volta all’anno. I libri a volte rimangono gli stessi, altre cambiano, perché nel frattempo sono cambiata io, ho fatto nuove letture, ho conosciuto persone nuove, sono andata da altre parti.

Quindi:
Cinque libri da salvare se la libreria va a fuoco.

5. L’isola di Arturo, Elsa Morante. Sono stata una bambina scostante nel mio rapporto con la lettura. A 10/12 anni leggevo moltissimo (ma quello che volevo io), durante il liceo mi sono persa (in molti sensi) e mi sono ritrovata solo alla fine.

Ho letto L’isola di Arturo l’estate dei miei diciannove anni, a Procida. Durante quella vacanza mi svegliavo presto per il dondolio della barca dove dormivamo, per l’umidità, per l’odore della salsedine e per le voci in lontananza dei pescatori. Ero fragile e infelice, non sapevo cosa avrei fatto della mia vita da lì a poco, ma ricordo albe magnifiche guardando dal mare le case colorate di Procida, la luce gialla dell’alba. Leggevo di Arturo e di suo padre, di Nunzia, del desiderio. Ero divorata da quella storia, masticata da quel linguaggio, abbagliata dall’isola di cui leggevo e che potevo guardare dal vivo se alzavo gli occhi dal libro. 

L’isola di Arturo è stata la storia che mi ha ridata alla lettura, e da quella volta non me ne sono mai più andata. Più di ogni altra cosa ho un ricordo. Quando chiusi il libro pensai: come ha fatto a scriverlo? Voglio farlo anche io.

4. Il transito di venere, Shirley Hazzard. Spero sempre che lo rimettano in produzione, lo ristampino, facciano qualcosa, perché Il transito di Venere è un libro incredibile, purtroppo poco conosciuto e poco apprezzato. È una storia d’amore e di destino, di attese e di pazienza, di silenzi e di perseveranza. L’ho letto sei anni fa e la cosa che ricordo di più è la sensazione di avere tra le mani qualcosa di potentissimo. L’ho sentito mentre lo leggevo e anche quando l’ho finito. Non l’ho mai più riletto per paura di rovinare il ricordo di quell’esperienza, né il ricordo di quella storia.

Con gli anni i dettagli sono scomparsi e quello che è rimasto è una visione d’insieme, generale, a volte fumosa, al cui interno vagano, sospesi nell’aria, certi dettagli. Le due sorelle sedute al tavolo, un dialogo tra due donne in una stanza, un cielo stellato, uno struggimento, un aereo che parte, il cuore che si ferma.

3. Camere separate, Pier Vittorio Tondelli. Quanti modi ci sono per raccontare una storia d’amore? Quanti modi esistono di amare? E quanti di allontanarsi e ritrovarsi? Quanti di soffrire? Quanto essere noi stessi ferisce gli altri? Quanto siamo disposti ad essere egoisti pur di avere quello che vogliamo? Pier Vittorio Tondelli è un autore che amo moltissimo e Camere Separate, il suo ultimo romanzo, non è solo un libro che mi catapulta sempre in una giornata meravigliosa e freddissima di dicembre, con un tramonto che sembrava dipinto, un viaggio in auto nella bassa reggiana cantando Calcutta. Mi sembra sia un libro che più di altri mi ha invitata a pensare all’amore per me stessa, a chiedermi cosa desiderassi davvero, cosa non era abbastanza.

L’amore di Leo e Thomas è stato per me uno specchio, non nel senso che quello che c’era scritto era quello che vivevo io, ma nel senso che leggere quella storia mi ha permesso di guardare meglio la mia. Sono tanti i libri che ho amato nella mia carriera da lettrice, ma sono pochissimi quelli che avrei voluto scrivere io. Camere separate è un libro che avrei voluto scrivere io. 

2. Diglielo da parte mia, Joan Didion. Lo leggo una volta all’anno e per me è come la coperta per Linus. Quando sono triste vado da lui, quando ho bisogno di calore vado da lui. Ogni volta mi stupisco del modo in cui Didion ha deciso di raccontare questa storia, di come i tasselli che credo superflui ad un certo punto si inizino ad attrarre, come polvere magnetica, per trovarsi poi incastrati alla perfezione in un disegno che prima era solo nella testa dell’autrice e poi diventa chiaro anche al lettore.

Joan Didion è la mia scrittrice preferita e Diglielo da parte mia e il suo libro che preferisco. Per la lingua, lo stile, l’ambientazione esotica, i personaggi così definiti, il caldo che esce dalla pagine. È un libro che non smette di stupirmi, nonostante le molte letture, e che sempre, di nuovo, mi fa chiedere: come ha fatto girare la storia in questo modo? Come ha fatto a definire in questo modo i personaggi, i rapporti tra loro, a raccontare la maternità, la famiglia, la solitudine? Continuerò a leggerlo una volta l’anno finché non troverò le risposte. Spero di non trovarle.

1. Rayuela, Julio Cortázar. Questo è il libro che ho salvato dalla libreria quel giorno di ottobre, mentre il fiume esondava. All’inizio ne avevo messi tre nello zaino (gli altri due non sono più in questa lista) ma lo spazio era troppo poco, tre libri non ci stavano, alla fine capii che ne avrei potuto portare uno solo. Rayuela, Il gioco del mondo è un romanzo mondo, e l’ho scelto, lo continuerò a scegliere sempre, non solo perché è un libro che non è riassumibile in alcun modo, non solo perché è un libro che ne contiene altri cento, altri mille, ma perché ha cambiato radicalmente il mio modo di leggere le storie, di guardarle, decifrarle.

Nella mia vita c’è un pre-Rayuela e un post-Rayuela. Questo libro mi ha insegnato che non è importante capire tutto, avere il controllo su tutto, ma che ci si può abbandonare alla corrente, e nel mentre guardarsi attorno, sbirciare nelle case degli altri, godersi il panorama e osservare le cose da un punto di vista diverso. Credo sia il mio “libro della vita”, dubito che questa cosa possa cambiare, non importa quanti incendi arriveranno nei pressi della mia libreria, o quanta acqua passerà sotto la porta.

(Foto: The New York Public LibraryUnsplash)

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