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Su di me

Cos’è il parebruttismo e perché ho imparato a dire sì

la scritta Yes You Can e una foto di Jennifer Lawrence

La prima volta che Isabella Pedicini mi ha invitata a parlare in pubblico di un libro, le ho detto di no: ho immaginato subito le pile di altri mille titoli che avrei dovuto studiare per sentirmi anche solo un po’ in grado di parlare di certi temi e di certi autori che hanno fatto la storia della letteratura. Ma figurati, proprio io. Ma no. Grazie, ma no.

Per molto tempo il no è stato un riflesso automatico, un modo per salvarmi da tutte quelle situazioni in cui sarei stata al centro di qualcosa e non sullo sfondo. Poi sono successi dei piccoli smottamenti che hanno iniziato a far franare la scatola in cui mi stavo rinchiudendo: si è trattato di tanti momenti minuscoli, tante piccole crepe che hanno incrinato la gabbia che negli anni mi ero costruita intorno.

Ne ho parlato un po’ nella seconda puntata di Pesto:

«Mi sono presa uno spazio che prima non avevo il coraggio di occupare. Questo non perché qualcuno me l’avesse proibito o mi avesse detto Non ti permettere, non lo fare, ma perché nel tempo sono sempre stata un po’ schiava del parebruttismo, di quella cosa che la gente ti dice Eh però, non si fa così, poi pare brutto se fai così, stai al posto tuo.

Qualcosa di più sottile, non un vero divieto, ma che ti porta a confrontarti con le altre persone e a vedere che vanno tutte in un’altra direzione, verso etichette, ruoli, modelli a cui tu non sai nemmeno troppo bene perché, forse per sentirti più giusta, più normale, più inserita in certi contesti, decidi di aderire, anche quando non c’entrano nulla con te e anzi ti costringono a indossare abiti che non sono i tuoi, che ti fanno sentire a disagio».

E ho provato a raccontarlo anche qui, quando ho inaugurato la nuova veste del blog.

Nelle mie piccole rivoluzioni non ho mai messo in conto di poter parlare di libri davanti a persone al di fuori del gruppo di lettura. Anzi, anche lì per me non è facile dire ad alta voce pensieri e impressioni che magari scritti su carta sarebbero più ordinati, ma che articolati davanti a un pubblico si ingarbugliano tipo i fili degli auricolari quando li metti in tasca di fretta.

Io mi sono sempre fatta travolgere dai libri, ho sempre pensato che fossero troppo più grandi di me. Un po’ come quegli amori che ti schiacciano perché ne vuoi ancora, ma senti sempre di non essere abbastanza.

Però poi è successo che qualche mese fa ho dovuto coprire un buco e fare da spalla durante il festival Insieme, all’Auditorium: ho riletto con attenzione il romanzo che doveva essere al centro dell’incontro, ho preso appunti, preparato delle domande e, soprattutto, non sono morta.

Ho capito che per tanto, tantissimo tempo ho lasciato che molti discorsi ascoltati nell’editoria mi infestassero la testa: chi può parlare e chi no, chi sa tutto e chi no, chi è un intellettuale e chi no. Poi ho preso tutte quelle parole tossiche e le ho buttate via.

Quando Isabella mi ha invitata per la seconda volta a Stregonerie. Premio Strega tutto l’anno, le ho detto di sì.

Sono molto felice di moderare l’incontro di oggi, venerdì 22 gennaio: alle 18 parliamo dei Libri dello Strega: copertine, titoli, dediche e risvolti dei testi premiati con Valentina Notarberardino, autrice di Fuori di testo (Ponte alle Grazie), Livia Satriano di Libri Belli e Christian Soddu di West Egg. Siamo in diretta sul sito della rassegna e su Facebook e YouTube.

(Spero di non morire nemmeno stavolta.)

locandina dell'incontro della rassegna stregonerie con valentina notarberardino, livia satriano, christian soddu e valentina aversano

(Foto di copertina: Content PixieUnsplash | visual Stregonerie: Aurorise)

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