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Cinque libri

Cinque libri: Livia Apitto

un gruppo di ragazze vestite di bianco su un prato: una scena del film picninc a hanging rock di peter weir

Livia Apitto è una di quelle persone che leggerei tutti i giorni perché sa parlare di libri e di editoria, italiana e internazionale, in modo intelligente e diretto.

Su Twitter o sul suo blog Le connessioni trovo sempre un punto di vista critico che mi fa venire voglia di farmi domande e mettere in discussione i miei automatismi: mi spinge a essere curiosa di mondi che non fanno parte delle mie solite scelte e mi fa vedere i discorsi su come vendere e raccontare i libri da un altro lato, senza romanticismi e compiacimenti. Per me è un po’ la voce della verità, perché smonta i fenomeni di marketing e ridimensiona i cori che acclamano ogni giorno Il Libro Che Devi Leggere Assolutamente. C’è tanto bisogno di voci come la sua.

Cinque libri di rapimento

di Livia Apitto

Negli ultimi anni mi sono avvicinata, un po’ per fortuito caso e un po’ intenzionalmente, al mondo dei giochi, e nel tempo analizzandoli mi sono resa conto (di nuovo?) di tutta una serie di caratteristiche che condividono con la più tradizionale narrativa, costruendo così anche un ponte con la mia altra metà di testa, quella informatica*; in particolare, di come i mondi narrativi siano tutto sommato dei sistemi fatti di regole; non sempre si hanno gli strumenti per impattarli, e men che meno quelli per padroneggiarli; tuttavia, la relazione che si intreccia tra personaggio e sistema rimane sempre centrale e la sua natura fa la storia.

Ho pensato che mi piacerebbe raccontare di alcuni libri a me cari per varie ragioni, ma che sono accomunati di fondo dal tema del rapimento (non necessariamente letterale). È naturale che una storia parli di rapimento in ogni caso, se non altro di quello del lettore (che pure deve essere trattenuto, e dunque intrattenuto, in qualche modo), e ogni storia che si rispetti deve presentare dei vincoli, o non ci sarebbe una storia, solo scelte non fatte; dunque pure i personaggi, se la storia ha dei personaggi, a loro modo devono essere rapiti, trattenuti. Tuttavia, la categoria di rapimento che mi interessa è un po’ più stretta: in ciascuno dei seguenti libri, i personaggi si trovano loro malgrado in una gabbia, ma la dimensione di questa gabbia, i suoi limiti, non sono conosciuti, e pure nel momento in cui diventano infine conosciuti, rimangono incomprensibili.

Mi gira la testa, direte, perché tutto questo?

Vi dico perché: nonostante la costrizione all’inerzia e alla stasi, oppure alla fuga, al viaggio, lo scontro con la gabbia per i Nostri è inevitabile, e lo scontro produce, sorpresa, una impalpabile trascendenza del reale — che in questo caso è il sistema del mondo di finzione, non necessariamente il nostro reale, ma avete capito — e quindi ecco il rapimento, che esalta e stordisce, che fa vedere i fuochi d’artificio nel fondo della mente, quale sia la loro forma (se pure distinguibile). Di fondo quello che mi fa tornare alle storie, ogni volta: la meraviglia e — tra tutte le meraviglie — la confusione.

Come vendo bene le cose, eh?

Di seguito: una serie di storie molto diverse tra loro, scelte con sofferenza tra tutte quelle che mi venivano in mente non per forza perché le migliori ma perché, a mio avviso, più meritevoli di visibilità e di nota; storie molto divertenti o molto violente, con un fato inevitabile o addirittura già narrato più e più volte; difficilmente lineari, certo, ma alcune più lineari di altre senza dubbio.

Che devo dirvi? Buona fortuna in questo viaggio.

(*) chi mi è vicino sa che sono per metà robot

Picnic a Hanging Rock di Joan Lindsay

Nel giorno di San Valentino del 1900, tre ragazze e una insegnante di un collegio australiano scompaiono durante la gita a una delle attrattive locali, il complesso roccioso di Hanging Rock.

Il libro viene presentato come una storia vera e la soluzione non è mai data, poiché l’ultimo capitolo, quello che spiega il mistero, viene escluso dalla pubblicazione. Lo si può leggere come giallo, ma c’è davvero qualcosa di sinistro nell’aria; il racconto è intriso di esoterismo, dalla natura ipnotica della roccia alla meccanica degli orologi. E, dalla scomparsa delle ragazze, come per le tessere di un domino, ogni situazione conflittuale inizia a precipitare rovinosamente. Veramente una storia di fati mal diretti e di una (sfortunata?) stortura nell’universo.

L’adattamento cinematografico del 1975 di Peter Weir è giustamente noto per suo merito, ma è il libro che mi trasporta, e che mi ha messo attivamente paura per almeno un anno e mezzo dopo la prima lettura. (Di quello, e del capitolo mai pubblicato, ovviamente.)

La chiocciola sul pendio di Arkadij e Boris Strugackij

Non il libro più famoso degli Strugackij, e forse neanche il più riuscito, ma la commistione tra narrazione che trascende ed esplosione immaginifica qui trova un equilibrio molto piacevole per il mio palato, e quindi.

La nuova edizione ha una prefazione interessante che racconta un poco del processo di creazione di questo romanzo, cosa che ne rivela i temi e allo stesso tempo li nasconde dietro ai trope della narrativa fantascientifica. Il prodotto finito, per come possiamo leggerlo, è molto più vicino alla satira e allo stesso tempo racconta di una realtà rarificata, di un mondo perfettamente instabile, in cui si scontra il Direttorato per gli Affari della Foresta, una istituzione governativa con obiettivi vaghi e pure contraddittori, con la foresta stessa, un luogo inaccessibile (inaccessibile davvero?) in cui esistono esseri fantastici come gli alberi salterini e comunità che vivono in loop dalla memoria frammentata, o vincolate da regole incomprensibili. I protagonisti, da una parte e dall’altra, vorrebbero pure scappare, ma naturalmente questo non è il caso (il libro è in questa lista). Questo mi ha fatto battere le mani entusiasta tutto il tempo perché vivo per le situazioni illogiche (e diciamolo, essendo il libro più assurdo tra i selezionati è anche quello più vicino alla nostra realtà).

Fuoco e cicuta di Diana Wynne Jones

Un romanzo della mia autrice preferita per ragazzi, quello che ho letto più volte; ancora è centrale la memoria e la memoria perduta, o meglio trattenuta, dalla diciannovenne Polly, che un giorno, guardando un quadro intitolato Fuoco e cicuta, rammenta improvvisamente di quando a dieci anni, mentre era dalla nonna, unico porto sicuro dopo la separazione dei genitori, si intrufola a un funerale di una ricca famiglia del vicinato: lì fa conoscenza di Thomas Lynn, un giovanotto parte della famiglia per matrimonio, musicista in un quartetto d’archi. E questa amicizia perdura negli anni, e forma Polly sia a livello intellettuale che sentimentale grazie ai libri che Thomas le regala, e alle storie che scrivono (vivono?) insieme. Perché Polly ha dimenticato tutto di Thomas Lynn? Cosa o chi glielo ha fatto dimenticare, e perché la memoria si riscopre proprio ora?

La storia si dispiega non solo nello spazio della memoria, quanto soprattutto delle storie che tesse insieme, senza contare le suggestioni musicali e i diversi piani narrativi (che rispondono, naturalmente, a regole diverse) che fanno pure l’architettura del romanzo.

Di tutti i libri di Diana Wynne Jones, possibilmente il secondo dal finale più difficile da comprendere. (Sì, ce ne è uno più difficile. Questo almeno tirato fuori TS Eliot si capisce. Più o meno.)

Ghiaccio di Anna Kavan

Non l’unico libro apocalittico di questa lista, ma sicuramente il più violento e traumatico, e non di certo per l’apocalisse in sé. Mentre il mondo si ricopre progressivamente di ghiaccio, il protagonista della storia va a trovare un’amica d’infanzia (una vecchia fidanzata? una parente?), che si è sposata con un uomo non tanto convincente, forse violento. Da lì però la donna inizia a comparire ovunque, o forse è il protagonista che la insegue (che la perseguita? che la caccia?), mentre muoiono i governi, i regni e i continenti, e dove non c’è il freddo c’è ancora, viva, la guerra.

Possibilmente lo descrivo meglio in questa bozza che nella mia presentazione educata:

Sarebbe la storia di un’apocalisse e di una fuga per continenti via via che questi vengono invasi dal ghiaccio; è la storia della frammentazione della psiche più spaventosa di sempre, possibilmente, dopo Il taccuino d’oro di Doris Lessing lol

Il cornetto acustico di Leonora Carrington

Questo è l’altro libro apocalittico, quello coi gatti.

Ci sono molti modi per introdurre Leonora Carrington, e possibilmente sono tutti giusti (impossibile accoglierla se non nel suo pacchetto completo, dalla sua arte alla sua scrittura alla sua vita); di tutto quello che è stata lei, come succede con tanti autori che apprezzo, personalmente mi colpisce la l’audacia e la baldanza, la capacità di comunicare le sue storie e il suo immaginario senza alcun riguardo per le convenzioni. Ne Il cornetto acustico, suo unico romanzo, abbiamo l’esperienza di un ospizio femminile che funziona un po’ come una setta, non fosse che nessuna delle seguaci segue il credo; d’altra parte, le sette-ottua-nonagenarie presenti a Santa Brigida hanno tutte avuto vite molto lunghe e quindi di certo non si stupiscono per la rivelazioni di turno sulla purificazione dell’anima propinate dal dottor Gambit. E di certo non hanno tempo da perdere!

Tra cucina e sedute spiritiche, bisticci e tentati omicidi, è la storia della badessa ammiccante nel quadro appeso al centro della mensa che attira l’attenzione dell’ultima arrivata, Marian Leatherby. E nella storia della badessa, una storia nella storia, abbiamo il trionfo del rapimento, in cui nel giro di poche pagine si sovverte la narrativa picaresca, il romanzo gotico e il racconto agiografico, e si procede a reimmaginare e re-mitizzare tutto l’immaginario giudeo-cristiano; impenitente e sfrontata, da cappottarsi dal ridere (l’audiolibro narrato da Siân Phillips è meraviglioso), questa è una storia in cui ogni elemento si accumula fino alle disastrose e radiose conclusioni. Quale miglior banchetto per la mente, con un libro così breve?

(Foto: una scena del film Picnic a Hanging Rock di Peter Weir)

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