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Cinque libri

Cinque libri: Gaetano Moraca

quattro libri disposti dal lato delle pagine, una polaroid e delle foto di cui non si distinguono bene i soggetti

Minutaglie è una delle newsletter che aspetto di più perché ogni volta che la leggo mi regala un pezzetto della vita di una persona che non conosco ancora: è un progetto di Gaetano Moraca che ha da poco festeggiato il primo compleanno e io sono molto fiera di averlo sostenuto fin dalla prima uscita, perché è fatto con tanta cura e con un amore sconfinato per le parole e per le storie. Arriva l’ultimo sabato del mese, ci si iscrive qui.

Questa puntata di Cinque libri, poi, è diventata già una delle mie liste preferite, perché tocca dove fa più male.

Cinque libri per un mondo malato

di Gaetano Moraca

A leggere ho imparato intorno ai vent’anni. In casa mia non c’erano scaffali traboccanti di Gettoni o di Silerchie, ma nemmeno di Gialli Mondadori o di Harmony. Non avevo avi colti o zii poeti, nemmeno per diletto. In compenso c’erano parecchi numeri di Postalmarket, un paio di Enciclopedie e svariate malattie. Della mente, dei corpi, dello spirito, per cui c’era un gran da fare, e leggere non ci stava proprio nella tabella di marcia. Le malattie sono venute e andate, poi sono ritornate e se ne sono andate ancora una volta. Più o meno in quel momento devo aver cominciato a capire che nei libri c’era gente che si faceva le stesse domande che giravano in testa a me e, cosa ancora più sconcertante, spesso aveva già trovato delle risposte. Ho imparato a leggere davvero quando ho capito che i libri mi facevano sentire meno solo, quanto meno in senso cosmico.

Tutto questo non ha a che fare con la trita retorica del potere salvifico dei libri, perché i libri fanno pure più male della vita se si mettono d’impegno. Con questo maldestro prologo dickensiano voglio solo provare a giustificare perché i cinque libri che ho scelto raccontano la malattia e il vuoto, parlano di storie di famiglie scarnificate, di vite dimidiate, di relazioni spezzate (e forse per questo, a volte, anche più forti). O magari questa breve introduzione ha lo scopo di farmi capacitare di quanto sia umoristica, in senso pirandelliano, la mia disordinata, autoinflitta e per questo fiera, zona di confort.

Virginia Woolf, Sulla malattia (Bollati Boringhieri)

Nelle prime settimane di lockdown, il primo, sentivo intorno a me un rumore di fondo asfissiante. Tutti se la prendevano con tutti, si parlava di guerra, di trincea, sentivo quasi le bombe. Poi ho letto questo folgorante saggio vecchio di cento anni attraverso cui Virginia Woolf è riuscita a farmi passare il fiatone. La malattia è innanzitutto un problema linguistico, nota Woolf: parlarne significa trovare la parole giuste che siano in grado di descrivere la sofferenza. E in questa pandemia, messi di fronte a qualcosa di talmente nuovo e incomprensibile, sofferenti lo siamo tutti e infatti ci sentiamo privi della grammatica essenziale per esprimerci. Soffriamo d’incomprensione, di paura, di rabbia, di solitudine, di egoismo. E quando le parole giuste vengono a mancare, anche i pensieri giusti non trovano alcun sostegno su cui imperniarsi. La scrittrice però rovescia la medaglia, ricordandoci che durante la malattia, quando siamo sofferenti, riusciamo a cogliere delle cose, delle parole, un significato che va oltre la superficie:

“L’incomprensibilità esercita un grosso potere su di noi quando siamo malati, più legittimamente forse di quanto gli eretti vogliano consentire. Quando si è sani il significato vìola il territorio del suono. La nostra intelligenza domina i sensi. Ma quando si è malati […] le parole liberano il loro profumo e distillano il loro aroma e poi, se infine ne afferriamo il significato, è tanto più ricco per il fatto di esserci arrivato dapprima per via dei sensi, attraverso il palato e le narici”.

Quasi come fossimo poeti.

Marco Peano, L’invenzione della madre (minimum fax)

Ho sempre avuto la percezione, soprattutto coi romanzi contemporanei, che la malattia dei corpi fosse meno appetibile alla letteratura rispetto a quella, chiamiamola così, della mente. Come se il disfacimento del fisico avesse meno da raccontare di quello dell’anima. Marco Peano invece, in questo dilaniante romanzo, non ha paura di narrare nei minimi dettagli il decadimento del corpo della donna che ha messo al mondo il protagonista, fino alla dissoluzione finale. Un atto coraggioso e commovente che ha confermato un’altra mia amara sensazione: le malattie – specie quelle lunghe, sfiancanti, in attesa di una fine che sembra non arrivare mai – disgregano le relazioni, sparigliano i rapporti sociali e lasciano il vuoto attorno. 

Miriam Toews, Swing Low (marcos y marcos)

Miriam Toews è una di quelle scrittrici in grado di portarti dentro l’abisso con un sorriso. Che sa parlare di dolore senza cadere nel pietismo, che racconta i fatti della sua famiglia per provare a fare luce sull’assurdità della vita. La sua biografia è intrecciata nelle storie che racconta, di cosa vuol dire crescere in una comunità mennonita in Canada, di quello che si prova quando l’unica sorella ti chiede una mano per morire, di che sapore ha la malattia mentale, di cosa è lastricata la via per la fuga.

In Swing Low Toews racconta la vita di suo padre Mel, scritta dal suo punto di vista: lo sguardo di uomo che a 17 anni si sentiva fragile come un uovo. A quella fragilità i medici assegnano il nome di disturbo bipolare, a cui segue il consiglio di evitare di fare troppi progetti per il futuro. Ma Mel Toews fa di testa sua: sposa una donna piena di vitalità, cresce due figlie dai caratteri forti, diventa un amato insegnante e un appassionato floricoltore. Legge, scrive, cammina, si rende utile in chiesa. Fino a quando quel guscio d’uovo diventa troppo sottile per farlo sentire protetto dal resto del mondo.

Camille Bordas, Come muoversi tra la folla (SEM)

Una delle conseguenze della malattia è la perdita, a cui chi resta deve far fronte con le armi di cui dispone. E Isidore, il ragazzino protagonista di questo romanzo strepitoso, ci prova come meglio può. Ultimo di sei fratelli intelligentissimi e oltremodo studiosi, è in bilico tra ripetuti tentativi di fuga e fare le cose che fanno i ragazzini della sua età: andare a scuola, uscire a fare la spesa con la madre, prendersi qualche goffa cottarella, cercare di superare la morte del padre. L’amicizia con Denise, una compagna anoressica che ha a noia la vita, è la molla per approdare nel mondo dei grandi, nel quale – al contrario – i suoi fratelli faticano a prendere la residenza, nonostante i master e le lauree.

La scrittura ironica e pungente di Bordas e l’affetto che suscita Isidore rendono vano ogni tentativo di rimanere oggettivi difronte a questo romanzo. Certo è che quando è un bambino a doverti spiegare come va la vita (ammesso e non concesso che ci sia qualcuno capace di farlo), si ha di sicuro tra le mani della buona letteratura.

Raymond Carver, Una cosa piccola ma buona in Cattedrale (Einaudi)

E invece cosa succede se la malattia è breve e fulminante, se la perdita è improvvisa e per questo ancor più dilaniante? Una madre va ad ordinare una torta per il compleanno del suo bambino, il quale proprio in quello stesso momento viene investito da un’auto e finisce in coma. Lei e suo marito passano diversi giorni accanto al corpo del bambino in una stanza d’ospedale, alternando fiducia a sconforto, leggerezza a smarrimento. La torta giace dal pasticciere che, ignaro, continua a telefonare alla donna per reclamare quanto dovuto.

Anche a distanza di anni ho ancora vividi i colori e la luce del retrobottega del fornaio dove la coppia va a vomitare tutta la rabbia dopo la morte del bambino, e poi quell’odore di dolci nel momento in cui lo sconosciuto offre loro una sedia, una ciambella e una spalla su cui appoggiarsi. Perché, è vero, la malattia spesso crea il vuoto attorno, ma a volte fa uscire il meglio delle persone.

(Foto: David LezcanoUnsplash)

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