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Cinque libri

Cinque libri: Alessia Ragno

una macchina da scrivere con un foglio infilato nel rullo è appoggiata su un tavolino accanto a una finestra insieme a dei fiori che spuntano da una bottiglia di vetro

Alessia Ragno è una fisica che scrive di libri. Ho iniziato a leggerla su un sito che non esiste più, quando scriveva di un argomento di cui non si occupa più. Ogni tanto, però, il suo nome spuntava anche su una recensione e allora io le conservavo sempre perché mi sembravano diverse dalle altre che leggevo online, erano più lucide e interessanti (parliamo di un mondo in cui esisteva ancora Google Reader).

Adesso è una firma dell’Indiependente e ogni volta che esce un articolo scritto da lei io me lo gusto e poi penso che vorrei che scrivesse anche sui giornali.

Alessia è intelligente, profonda e colta, ma senza la spocchia che troppo spesso contraddistingue chi si occupa di cultura. Le riflessioni sull’editoria che condivide nelle Storie di Instagram sono ossigeno in un mondo asfittico che sa solo celebrare Capolavori Assoluti mentre nasconde la polvere sotto i tappeti. Ogni volta che partecipa a una serata di Strategie Prenestine riesce sempre a illuminare i libri da un lato che non stavamo ancora guardando. Per adesso ci siamo viste solo su Zoom, ma la aspetto a Roma al più presto.

Mi sento molto fortunata a conoscere Alessia Ragno. Per me è una gioia vera farla conoscere anche a voi.

Cinque libri che avrei voluto scrivere

di Alessia Ragno 

Esprimo amore per i libri sempre con un egoistico «Avrei voluto scriverlo io», che mi rendo conto all’esterno suoni come se volessi caricarmi tutto il peso della letteratura mondiale sulle spalle, nell’illusione che se mi fossi impegnata e spremuta davvero, quel libro sarebbe uscito dalla mia testa. In realtà la mia è pura meraviglia per come certi romanzi si incastrano alla perfezione, come sorprendono con grazia facendotela sotto il naso, o come, ancora, le loro parole sono a proprio agio in un solco che solo chi l’ha scritto poteva individuare, scavando a fondo nei pensieri durante le attese davanti alla pagina vuota.

Pensa all’aumento esponenziale della meraviglia quando scopri che il romanzo che ti fa portare le mani al petto per l’emozione è un esordio. Come si arriva a pubblicare il primo romanzo perfetto, quello che ti identifica e che anche se fosse l’unico libro della tua vita ti diresti: «Va bene così, la fortuna mi ha già sorriso»?

Conscia che prima di ognuno di questi libri ci saranno stati romanzi e racconti chiusi in cassetti impolverati e sigillati con la ceralacca, scelgo i cinque titoli che avrei voluto scrivere tra esordi anglosassoni strabilianti. Alcuni sono stati l’inizio di una carriera, altri sono ancora fermi lì a destare meraviglia e va decisamente bene anche così.

Sara Baume, Fiore frutto foglia fango tradotto da Ada Arduini per NN editore

Ray è un uomo malandato che unisce la sua solitudine a quella di Unocchio, un cane problematico almeno quanto lui. Lo recupera in canile dopo averne visto la foto tra gli annunci in una vetrina e lo accoglie nella sua casa in rovina che abbraccia la solitudine di entrambi con l’odore di burro rancido, il suono dei passi dei topi nel tetto e lo sporco ovunque. Sara Baume, scrittrice irlandese partorita dall’International Writing Program della University of Iowa, ha esordito con questa storia oscura in cui due solitudini brutali confluiscono e insieme non creano lieto fine, ma altra sofferenza, danni e paure. Ma in tutto questo dolore la scrittura di Baume sa far crescere una scintilla di comprensione, tenue e sottile, che rende Ray e Unocchio parti di un’unica straordinaria entità.

Fiona Mozley, Elmet tradotto da Silvia Castoldi per Fazi editore

Daniel e Cathy sono due adolescenti, vivono con il padre violento e assente in una porzione di terra dimenticata da tutti simile a Elmet, antico regno celtico nel moderno Yorkshire. Quando questa terra selvaggia viene reclamata dal cattivo di turno, minacciando l’equilibrio della famiglia disfunzionale e precaria che la abita, le dinamiche tra male e bene si confondono, fino a un epilogo che, anche in questo caso, rifugge l’idea confortante del lieto fine. Mozley è stata la più giovane finalista del Man Booker Prize proprio con Elmet; il suo è un romanzo straziato da forze primitive e furenti, ma scritto con parole misurate in un linguaggio aulico d’altri tempi, necessario per raccontare l’attaccamento a famiglia e casa, anche quando sono loro stesse causa di male e sofferenza.

Stephen Markley, Ohio tradotto da Cristiana Mennella per Einaudi

Anche Markley arriva dall’Iowa Writers Workshop, una garanzia della letteratura contemporanea anglosassone, e sforna con la sua aria incerta e scanzonata un romanzo di cinquecento pagine complesso, struggente, con un finale degno del migliore Stephen King. Siamo in un Ohio alla deriva che si salva ancora per gli scorci naturali maestosi, anche se rosicchiati dallo sfruttamento industriale e dall’incuria. Ci sono sei personaggi chiave; di uno si celebra una tardiva cerimonia funebre nella prima pagina, agli altri Markley dedica i restanti cinque capitoli. Si mescolano i piani temporali, ma non si perde mai il polso della storia; ci si innamora delle descrizioni dell’autore, ma poi il brutto ripiomba impietoso a saldare i piedi per terra. In quanti anni e tentativi differenti si costruisce l’impianto di un romanzo del genere? Quanto ci vuole per mettere nero su bianco i problemi dei millennial, gli strascichi delle scellerate scelte politiche statunitensi e la disillusione generale? Aspetto ancora di trovare una risposta.

Ocean Vuong, Brevemente risplendiamo sulla terra tradotto da Claudia Durastanti per La nave di Teseo

Ocean Vuong è un poeta e si vede, perché ogni parola è ponderata, dissonante e giusta nella sua prosa leggera, mai pretenziosa. Dico sempre che lui è la stella più luminosa del panorama letterario statunitense perché in lui ho trovato l’inclusività, la “queerness”, il dolore e la libertà, tutto strettamente collegato in un un’unica storia, quella di Little Dog e di sua madre arrivata negli Stati Uniti per fuggire dalla guerra e inseguire il sogno americano. C’è tutto in questo romanzo: echi di James Baldwin e degli ultimi del Furore di Steinbeck, ma c’è anche la modernità di un autore di poco più di trent’anni che ha già trovato la sua voce, diversa da tutto quello che avevo letto prima.

Kent Haruf, Vincoli tradotto da Fabio Cremonesi per NN editore

La mia cinquina si chiude con un esordio tardivo, direbbero così di un autore che ha pubblicato il suo primo romanzo a quarantuno anni, ma essere “tardivi” cambia davvero qualcosa? C’è voluto un po’ per convincere che le storie di Holt, la città fittizia ideata da Haruf per la sua dimensione letteraria, avessero ragione di esistere; che sia benedetto il momento in cui NN editore ha scelto di recuperare la trilogia di Holt per mostrare quanto grande era la sua epopea. Vincoli dà un primo assaggio di quella terra statunitense che poi sboccerà nella Trilogia della pianura, narrando la storia di Edith e del suo passato mangiato dall’incuria e da un fratello opprimente. Non credo sia un caso che anche in questo quinto romanzo non ci sia un lieto fine, ma è una questione di prospettiva e allenarsi a trovare il riscatto anche nella storia di Edith è una gloriosa consolazione. 

(Foto: Luke LungUnsplash)

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