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Consigli / Letture

Colpi di fulmine: Daniele Del Giudice

un ritratto dello scrittore daniele del giudice

Alessandra D’Amico l’ho conosciuta grazie a Instagram: è grafica e architetta e fa magie con i colori e le illustrazioni. Non solo: ama la lettura tanto quanto me e mi fa sempre venire voglia di avvicinare libroni che mi spaventano un po’. Qualche mese fa mi ha scritto un messaggio privato: «Prima o poi ti scriverò una mail sul mio amore per Del Giudice».

Un venerdì di fine gennaio quella mail è finalmente arrivata e io adesso la condivido qui perché sarebbe bellissimo se si parlasse più spesso così di autori e autrici che ci hanno fatto innamorare e magari anche cambiato un po’ la vita.

Anzi, Alessandra mi ha dato un’idea: proverò a raccoglierne altre, di storie così. Intanto la ringrazio per questa lettera e per la bellissima illustrazione di Daniele Del Giudice che la accompagna.

Alessandra D’Amico racconta Daniele Del Giudice

«Cara Valentina,

un giorno ho finito un libro e avevo il batticuore. L’ho avuto per un giorno intero, insieme al fiato corto e al pensiero costante a quelle pagine.

Il libro era Atlante occidentale di Daniele Del Giudice, riletto dopo una ventina d’anni dalla prima volta.

Ecco, a ma Del Giudice ha sempre fatto questo effetto, sin da quando l’ho incontrato, a 16 anni, tra le pagine di TV Sorrisi e canzoni, nella pubblicità di quel Club degli editori che ti attirava con 4 libri a 9.900 lire per non lasciarti più. Avevo convinto mio padre a iscrivermi e a vincolarlo all’acquisto di un paio di libri al mese. Che goduria sfogliare quel catalogo pensando all’ordine da fare! Non ricordo perché comprai Staccando l’ombra da terra, se lo scelsi in base al titolo o alla copertina, entrambi riusciti. 

Quel che ricordo bene è che imparai subito a memoria l’incipit. Lo lessi la prima volta trasportata dalla scansione delle parole, lo rilessi facendo attenzione al contenuto, poi ancora per far risuonare in testa quel ritmo. Non mi ero mai trovata di fronte a nulla di simile. A 16 anni è comprensibile, ma potrei dirlo anche oggi, a 43.

Era come essere immersa in una luce accecante dalla quale affiorano le figure solo quando l’occhio comincia ad abituarsi al bagliore.

Due anni dopo, mentre studiavo per la maturità, spedii mia madre in libreria a comprare Mania, e ripiombai in quella scrittura che questa volta, invece di portarmi in alto come le storie sul volo, mi trascinava negli abissi, ma la luce era sempre la stessa. 

Pochi mesi dopo ero in una città nuova, a studiare Architettura. Corso di Urbanistica, seminario obbligatorio. Lessi gli interventi, c’era Daniele Del Giudice. Andai all’incontro con la mia copia di Mania ed era la prima volta che ascoltavo uno scrittore leggere un proprio brano. In realtà era la prima volta che “vedevo” uno scrittore!

“Corre la notte Santino e tu corri con lei”. La voce di Del Giudice che leggeva il racconto Fuga, sul misterioso Cimitero delle 366 fosse di Napoli, era assolutamente fedele a come l’avevo immaginata.

Io ero stordita da come un uomo così pacato riuscisse a trasmettere entusiasmo, nella sua compostezza. Mi sembrava tutto irreale e quando terminò pensai di andarmene, ero un po’ sopraffatta. Poi l’amica che era con me mi disse ma dai, fatti firmare il libro, quando ti ricapita? Avevo 19 anni, se avessi potuto mi ci sarei nascosta sotto quel libro e invece presi coraggio, mi avvicinai per chiedere un piccolo ricordo e ricevetti in cambio un “Grazie!” sincero.

Sono passati più di venti anni e ci sono stati tanti libri, altri scrittori, ma Del Giudice è rimasto tra le letture necessarie

Quando ho saputo della sua malattia ho cercato avidamente articoli, scritti, interviste e testimonianze per cercare di riempire quanto più possibile quel vuoto che lo stava separando dai suoi lettori.

Non so perché dovrei consigliarti di avvicinarti a Del Giudice, non credo che i suoi libri siano universalmente appetibili. Richiede uno sforzo sopportare tanta luce, soffermarsi sulle parole, leggerle e stupirsi di come messe insieme raggiungano un’armonia inedita, al di là del loro significato.

Ti sarà capitato di sentir parlare della sua scrittura legata alla precisione del linguaggio tecnico, alla mania per il volo e alla quasi ossessiva passione per la scienza, ma descrivere così i suoi libri è come guardare il classico dito che indica la luna.

È lo stesso Del Giudice a spiegarlo: “Ci sono momenti in cui si ha bisogno di macinare altri linguaggi, così come ci sono dei momenti in cui è necessario scardinare la lingua perché mostri le cose, le dica veramente.”

Mi è capitato di rileggere recentemente due libri che avevo trovato più ostici a vent’anni: Atlante occidentale e Lo stadio di Wimbledon e ci ho trovato un enorme lavoro di limatura delle parole che viene fuori con forza e non come esercizio di stile, ma come estremo rispetto per la letteratura e per il lettore. 

Queste considerazioni sono solo brandelli che poco serviranno a passarti quel senso di smarrimento misto a malinconia, quella vertigine così forte provocata da parole in equilibrio perfetto tra loro.

Mi rendo conto che non ti ho parlato di storie, ma di concetti vaghi e immateriali, che nei suoi libri sono espressi da oggetti concretissimi: eliche, atomi, atlanti. Ma forse Del Giudice sta tutto in questa strana alchimia.

Su Rai Play c’è un documentario, Atlante veneziano, che racconta Venezia attraverso i suoi occhi. Ecco, guardalo. Ti restituirà un po’ dell’atmosfera che c’è nei suoi scritti.

Il batticuore, il bagliore, lo smarrimento, la vertigine e la poesia invece, potrai trovarli solo nei suoi libri».

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