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Cinque libri

Cinque libri: Federico Novaro

Pezzi di pagine di un libro in inglese accartocciate

Mi sembra di conoscere Federico Novaro da sempre. Innanzitutto come critico editoriale e letterario, poi come faccia amica che ho sempre abbracciato alle fiere, poi come autore. Di Love Song. Storia di un matrimonio, uscito nel 2014, ho scritto qui e adesso aggiungo: quanto vorrei che potesse tornare in libreria. Con Topipittori ha pubblicato Il trasloco del giardino, con Stefano Olivari e Christel Martinod e Fritz, un elefante a Stupinigi, con Christel Martinod.

Federico è mille cose e chissà quante altre ne diventerà ancora. Qualche mese fa è tornato con Diario degli allenamenti. La ginnastica e la felicità (Nuova Editrice Berti): io dico che è un memoir, lui dice che è un manuale.

Racconta come si possa rivoluzionare tutto a cinquant’anni, ma non è libro di auto-aiuto, anzi: le sue sono pagine piena di gioia, scoperte, ricordi ed evoluzioni così come succede nei romanzi di formazione.

Fa venire voglia di fare, di prenderci del tempo per ripartire da noi e ritrovare quella potentissima gioia bambina dell’imparare, quella che ti fa dire Vedi che ce l’ho fatta? tra un saltello e l’altro. Quando leggo questo libro io mi ricordo che la felicità è anche scuotersi, voler stare meglio, rinascere: senza ansie competitive e modelli estetici da raggiungere, solo per scoprire l’effetto che fa. È come se mi riattivasse la circolazione mentale. Lo sto centellinando, non lo voglio finire.

(Sì, Federico, poi vorrei anche provare a fare ginnastica. Se fai venire voglia a me, ce la puoi fare davvero con chiunque.)

Sono contentissima di ospitarlo qui perché una lista così finora non è mai uscita. Godiamocela.

Cinque pagine che vorrei tenere

di Federico Novaro

Ci sono ottomila libri qui in casa; ho alle spalle, da che vivo da solo, una quindicina di traslochi, a un ritmo medio di un trasloco ogni tre anni. Il primo, dalla casa dei miei, non credo portassi molti libri, magari una scatoletta; l’ultimo io non lo so quante scatole fossero. Mi ricordo che tutti i Centopagine Einaudi stanno in una grossa valigia, sono piccoli e sono 77. Diciamo allora sono 60 libri in una scatola trasportabile senza essere Hulk: 8000 diviso 60 fa 134 scatole. Fate voi il calcolo allora per raggiungere un numero verosimile, contando che libri come i Centopagine non sono la maggioranza.

Tralascio il momento della messa in ordine, le pile divise per nazioni, generi, àmbiti accademici, a loro volte divise in gruppetti corrispondenti alle lettere dell’alfabeto. Per molto tempo ho comprato libri che poi leggevo e libri che di lì a poco avrei letto. C’era una doppia curva abbastanza costante di accrescimento, testi acquistati e testi letti proseguivano all’incirca paralleli nei valori numerici.

Mio padre aveva un ex libris, un quadrato di carta stampato in verde e ocra riproduceva un disegno fatto da lui di un gatto sorridente, un paio di occhiali, una candela e il suo nome. Che io sapessi mio padre non doveva aver avuto mai un gatto. Cani sì, e un asino. Quei quadrati erano per me un microscopico pertugio attraverso il quale avrei potuto vedere una vita di mio padre che non sospettavo, d’altra parte il nome col quale tutti lo chiamavano non era il nome che compariva sui documenti ed era quello segnato sull’ex libris. Ci sono Topolini con su scritto ex libris federico novaro, non era possesso ma identità, il mostro malato che tutti perseguita. Pure mi regalarono un timbro con un’orrenda luna che pure usai, per acquiescenza.

Non vedevo un senso casa dopo casa di quell’accumulo che non fossi io ma mi dicevo cazzo se muoio ci dovrà pure essere qualcosa che li serri come in rete del pescato scaricato al porto e li tenga insieme; se fossi stato scrittore quello era il senso che erano i miei. Questo l’ho già scritto qua e là, più me ne allontano e più adesso vedo la mia biografia che è la cosa di cui sempre scrivo costruirsi ora nel rapporto coi libri.

Insomma avevo la fantasia che sarei diventato il grande scrittore e allora scrivevo sulla carta di guardia delle cose tipo diario e mi dicevo così da morto i libri li mettono tutti in qualche biblioteca a fare il Fondo Novaro e ci saranno persone che fanno le tesi ricostruendo la mia biografia da quelle cose che scrivo sui libri. Che certo ho anche dei libri che valgono, ma è pur sempre solo una massa di libri che con tanti soldi e un po’ di tempo su ebay rifai da capo in mica tanto. Col tempo ho capito che non diventavo un grande scrittore e anche che quei libri istoriati da un signor nessuno toglievano anzi loro valore quindi smisi.

Passavano gli anni e presi a scrivere di libri, prima del dentro, poi del fuori. La curva dell’accrescimento saliva più veloce e anche se ai traslochi si puliva la sentina questo influiva poco, soprattutto le due curve, acquistati e letti, iniziarono a dividersi in modo marcato: non compravo più per leggere però per avere. Ho una memoria strana, mai certa. Scrivendo di editoria e di grafica i libri, divisi secondo la logica dei testi, presero a unirsi lungo linee invisibili che intrecciavano i vicendevoli paratesti, nei crediti e nelle influenze, la successione temporale delle novità che si facevano consuetudini e poi citazioni o copie smaccate. Quando sul mercato compariva un libro del quale individuavo un qualche interesse grafico quelle linee si attivavano illuminandosi permettendomi di documentare un’ascendenza, un debito ma non potevo fidarmi di quell’illuminazione se non seguendo quelle linee arrampicandomi sugli scaffali per poterne verificare che la contezza supposta fosse tale e per fare questo dovevo avere in casa ogni più elemento possibile di quell’intreccio inesauribile di rimbalzi fra una font, un’immagine, un taglio, una struttura.

Poi puf mi è sembrato che a ogni progetto grafico nuovo leggendo quello che avevo scritto prima si potesse immaginare cosa ne avrei scritto poi e smisi quindi, le linee luminose caddero come i neon, frangendosi a terra, tutto restò spento

Va bene. Di lì è poi venuta fuori la ginnastica.

Veniamo quindi allora ai cinque libri. Ora questa massa muta di carta dicevo mi interroga ogni volta che la guardo che ne farai di me al prossimo trasloco dice. Vorrei essere come una vespa vasaia e volarmene altrove lasciando il nido disfarsi in polvere oppure che la mia morte obblighi altri a decidere ma so che traslocherò ancora e anche so che sarà prima che io sia morto e anche so che basta, voglio una casa vuota di libri. Vorrei essere Thanos e fare un blip circoscritto ai miei libri, che restino solo quelli altrove. È qualche anno ormai che ci penso, da quando le costellazioni si sono sfarinate nel buio dell’assenza delle mie intuizioni, e non trovo una soluzione che non sia dolorosa per un motivo o per l’altro.

Valentina mi chiede scrivi in questa serie Cinque libri ecco mi provo nel chiedermi se sarebbe una soluzione tenerne cinque gli altri naufraghi. Ma perché tenerli? Pure quei cinque. Nel senso: o tutti o nessuno, mi dico cinque che vuol dire? Ma ok è la condizione data partiamo allora da qui: cinque da leggere o cinque letti? Che la prima opzione sarebbe sensata, se devo tenere cinque libri almeno sia che se un giorno mi ripunge vaghezza di leggere m’avvicino allo scaffale e uno magari lo leggo. No certo è vero è una scemenza totale. Immaginare di sapere adesso di quegli ottomila quali cinque un giorno di qui ai miei centovent’anni magari leggerò non mi sembra punto sensato.

C’è però quella dimensione triste del ricordo: porto con me cinque libri letti che quando li prendo in mano mi catapultano in quel momento del passato che bum sono felice che lo stavo leggendo. Ma perché? Se quei libri hanno lasciato dei ricordi così poco strutturati da aver bisogno del contatto come miracolosa pietra per tutto far rivivere, forse è bene che se ne stiano lì nell’indistinto a far concime preferisco guardare l’erbetta che vi cresce.

Poi ne converrete ma che tristezza sti cinque libri spiaggiati su sto scaffale ch’è tanto piccolo da non essere nemmeno uno strapuntino che infatti poi finiscono dietro le scatole delle palline di Natale, dietro i contenitori che un giorno usi, dietro la maglietta che poi un giorno oserò rimetterla dài. Che fra tenerli tutti e tenerne cinque c’è poi la stessa differenza di tenerne metà, o tutti meno cinque, o uno sì e uno no, o quelli verdi, o quelli bianchi, o uno per colore no io però lo so voglio giusto delle pagine, allora per Valentina proviamo così teniamo qualche pagina.

Anche io come credo voi ho momenti che si sono cristallizzati molati dal continuo ricordare e a cui siamo legati perché li abbiamo visti fermarsi e diventare ricordo nel momento in cui accadevano e non dopo, negli anni; uno di questi mi vede liceale all’Artistico di Torino, inizio dell’anno, seconda; una vecchia struttura ottocentesca, le aule una dentro l’altra e le mandrie di studenti che passano al cambio dell’ora da un’aula all’altra; io passo, si faceva lezione di italiano; la professoressa spiega Gita al faro di Woolf alla luce dell’ultimo capitolo di Mimesis, di Auerbach. Mi fermai in quell’aula e di nascosto ho aggiunto il mio nome al registro all’intervallo e presi a seguire le lezioni di quella sezione, così risultai sempre assente da una parte e un errore dall’altra. In primavera lasciai la scuola, d’altra parte risultava io non ci fossi mai andato.

Di Gita al faro strappo la pagina del lembo di stoffa che nel silenzio e nell’assenza cede alla gravità e al tempo “Se non che una volta un asse si sconnesse dal pianerottolo, e una volta, nel cuor della notte, con un rombo, uno scoppio come di masso che, dopo secoli di sommissione, si schianti dal monte e precipiti rovinoso a valle, una piega dello scialle si sciolse e dondolò”. Era la versione di Giulia Celenza per Garzanti.

Quanti anni avevo? Sedici probabilmente. Quello schianto, e il successivo, verso la fine del capitolo, quello centrale, intitolato “Passa il tempo”, avvenne in me come sulla pagina. Dove abitavo? Non ricordo? Ricordo forse i vestiti o meglio i capelli, ricci, ma da allora so come il tempo accada e non voglio dimenticarlo. Allora mi dico queste pagine se userò un cappotto verso la fine della mia vita e me ne andrò in giro a nutrire gli occhi tipo dei fiori e della luce magari andrà bene che io le abbia in tasca da tirare fuori se mi siedo e mi dico ma come diavolo sono io come mi sono sempre chiesto ma se tiro fuori ste pagine lo so.

Un’altra pagina allora sarà di Cimino e Cavazzano e potrebbe essere Zio Paperone e l’invasione dei Ki-Kongi magari la prima, con la loro marcia rosa e gigante perché l’italiano che scrivo l’ho imparato soprattutto lì, in tutte le storie di Cimino e nel suo italiano che come sempre nei suoi apici della letteratura che usa una lingua che riluce si tende fra tradizione e invenzione, chissà poi perché i Ki-Kongi ma è quella che voglio.

Più recente invece sono credo due o tre pagine fatemi fare un’eccezione, il capitolo 14 de Gli occhi di Mr Fury, il libro di Philip Ridley. Era uscito ne “I miti” Mondadori, collana che ho letto tutta, con furia e piacere selvaggio, ben ultra ventenne come ne avessi ancora quindici di meno, ricostruivo un lungo pezzo di vita che non avevo percorso sdraiato sul letto a leggere leggere leggere come facevo da anni ma finalmente come sono, un cuor contento, ridendo e piangendo a quel che leggevo, innamorandomi di un personaggio e detestandone un altro.

Mondadori creava un mercato e lo differenziava, quello adolescente, per genere e stile e io compravo intere collane, il “Club delle ragazzine”, gli “Animorph”, gli “Short”; tutto mi si è frullato in mente e ricordo due-tre nomi non di più di chi aveva scritto quei libri ma Gli occhi di Mr Fury, oh, lì c’era l’amore che non avevo avuto, lì c’era il dolore che avevo patito e lì c’era la letteratura che avrei voluto scrivere e c’era detto quello che io non osavo dire per la vergogna d’aver subito e la difficoltà a non essere sempre forte più di chiunque avessi intorno e cioè diceva che quando nasciamo siamo magici ma che le tenebre e l’ignoranza ci circondano e che alle volte soccombiamo, è una delle pagine meno belle di un libro bellissimo, una pagina melensa, ripetitiva ma la voglio con me.

Poi voglio una pagina che strappo da Figure I, di Genette e una da Avviamento all’analisi di un testo letterario di Segre. Sono passati quarant’anni da quando li lessi ma ancora so che se cerco di decifrare il mondo, di descriverlo e di insegnarlo, uso ciò che ho imparato lì.

Poi certo Barthes, Caretti, Jakobsen, blablabla, ma loro mi bastano perché mi dicono che tutto è spiegabile se proviamo a toglierci noi dai piedi se lasciamo cadere l’idiozia che della nostra opinione possa importare qualcosa in sé senza dare un motivo per la quale l’abbiamo elaborata, senza descrivere gli strumenti che abbiamo usato e che chi ci legge può usare per dire ah ok hai ragione o no.

Me le porto dietro perché presto avrò un cervello più lento, dicevo, bisognerà come dicevo su dargli qualche colpetto ogni tanto e tirerò fuori dalla tasca anche queste due pagine ciancicate, quell’intelligenza chiara che brilla manifestandosi e insieme alle altre tre provo a spianarle un po’, le pieghe stanno cedendo in tagli ma io le leggo e il mio cervello riprende a girare, ho tutto di nuovo, gli ottomila libri che saranno dispersi chissà dove, tutte le cose che ho visto, tutte quelle che ho abbandonato.

(Immagine: Michael DziedzicUnsplash)

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