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Corrispondenze

Corrispondenze da Parigi Ovest a Roma Est, seconda puntata

palazzi a parigi

La prima puntata di questa rubrica è uscita il 7 febbraio 2021. Con molta calma, eccomi tornare sui vostri schermi insieme a Nico Morabito: Corrispondenze da Parigi Ovest a Roma Est diventa finalmente un appuntamento mensile. Stiamo anche lavorando a una sorpresa che speriamo di far debuttare a maggio.

Cara Valentina,

il 2022 era iniziato da pochi istanti e noi volevamo assolutamente andare al mare. Dal centro di Palermo c’è un percorso segreto per arrivarci dritti dritti attraverso una porta che non è come lo specchio magico ma quasi: un attimo sei su uno stradone in cui le persone, se le costringi a fermarsi sulle strisce, abbassano il finestrino e ti dicono La prossima volta ti taglio la testa, e un attimo dopo sei seduto sugli scogli a chiederti se quel puntino luminoso è una lampara del secolo scorso o una stella raminga che non sa dove sia la via d’uscita. Problema: avevamo sottovalutato i botti di Capodanno, i cattivissimi botti dei cattivissimi bambini affacciati ai cattivissimi balconi. Il piano del mare fece naufragio al primo acufene e noi scappammo fortissimo verso una piazzetta isolata in cui una decina di persone, ignare di tutto e forse anche di se stesse, stavano cantando e ballando ‘A città ‘e pullecenella. Con gli occhi ebbri di stupore, ci mettemmo a ballare e cantare pure noi, Comm’e’ ddoce e comm’e’ bella, e intanto io pensavo: questo è il primo ricordo di quest’anno. 

La memoria fa sempre così, è più forte di lei, di noi: dimentica, rammenda, ricostruisce. Come fanno le storie, che sono storie perché non sono esattamente la realtà. Le storie che raccontiamo e ci raccontiamo hanno un inizio e una fine, anche quelle che ci riguardano. Semplificano il caos. Non potremmo andare avanti, altrimenti. Se penso all’anno scorso la prima cosa che la memoria mi restituisce è una gioia che ha aggiustato tutto il resto: il momento in cui ho saputo che La dernière séance, il film di cui sono co-autore, aveva vinto il Queer Lion alla Mostra di Venezia, pur gareggiando contro teste di serie del calibro di Jane Campion e di Pedro Almodóvar. Un pomeriggio d’estate al Lido, l’incredulità che a poco a poco si fa pensiero razionale: ecco la giusta ricompensa per una traversata nel deserto durata tre anni. E poi altri viaggi, altri festival, e l’autunno pazzesco a portare a spasso il film su e giù per l’Italia e per l’Europa, schivando saette infauste e ritrovando le amicizie, quelle vere. Parlo di te e dell’abbraccio che ci siamo dati a Trastevere, quando mi hai detto: sono incinta. 

La vita di prima. Quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa frase? La vita di prima. Prima della pandemia e della guerra in Europa stavamo meglio, stavamo peggio, o stavamo non so? A volte mi sembra di essere come in quel gioco in cui peschi la carta “Torna alla casella di partenza” e il tuo corpo subisce uno svuotamento: di nuovo? Forse pensare al prima è come infilarsi un vicolo cieco, perché la nostra innata capacità di sintesi e di riscrittura degli eventi non è affidabile. Possiamo solo mettere a fuoco quali sono le priorità nel mare di obblighi quotidiani e di cose che non possiamo controllare. Per dire, la mia priorità, in questo momento, è ascoltare meglio l’istinto e mettere da parte discorsi e persone tossiche. Non solo, anche i prodotti culturali che dovrebbero esserci da bussola e invece spesso ci lasciano disorientati perché non erano all’altezza. E dunque conservare solo quello che un giorno la memoria mi riporterà indietro, i veri beni rifugio che aggiustano tutto il resto. Alla vigilia di questa ennesima primavera un po’ così te ne cito tre, un film, un libro e una canzone: Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, L’anno della morte di Ricardo Reis di José Saramago e Respire encore di Clara Luciani. Prova ad ascoltarla, vedrai che le tue gambe non riusciranno a stare ferme.

Un abbraccio che parte da Parigi, attraversa le Alpi e arriva fino a Roma,

Nico

una cassetta postale gialla

Caro Nico,

il mio primo ricordo dell’anno sono le infermiere che a mezzanotte fanno il trenino nel corridoio del Policlinico Casilino e si affacciano nelle stanze per farci gli auguri. In sottofondo c’è il televisore acceso sul Capodanno di Canale 5, con Federica Panicucci e gente che canta. A me viene da ridere, ma forse è l’effetto del Toradol.

Io sono stesa a letto perché qualche ora prima mi hanno fatto un cesareo. Ho visto Pietro due secondi, avvolto in una coperta termica dorata, poi l’hanno portato di corsa nell’incubatrice. Guarda mamma, ecco Pietro, mi ha detto l’ostetrica sorridendo. Io l’ho guardato, ho pensato Quindi allora è tutto vero e ho pianto. Alla radio Vasco Rossi cantava Una splendida giornata.

Adesso che te lo sto raccontando mi viene da piangere di nuovo, perché fino a qui non avevo mai pensato davvero a quello che ci è successo. Sì, è stato un parto bellissimo, continuo a ripetere a chi me lo chiede. Tutto diverso dall’altra volta, un’altra storia proprio. È così, ma allo stesso tempo è come se ci fossero delle porte che non ho ancora il coraggio di aprire. Mentre ti scrivo sto camminando al buio, con i piedi che procedono incerti perché chissà in cosa potrebbero inciampare. So di essere circondata da botole, pozzanghere, muri e serrature chiuse a tripla mandata: la memoria nasconde e protegge.

E allora riavvolgo il nastro e arrivo veloce a fine settembre, quando ci rivediamo dopo una pandemia, ti cerco con lo sguardo a Santa Maria in Trastevere e dico a Cuore Eccolo! e quasi corriamo mentre Agata dorme nel passeggino perché dobbiamo sbrigarci, c’è tanta vita da recuperare. Quando ti abbraccio penso che è passato tantissimo tempo, ma anche solo cinque minuti. E ti dico che sono incinta, te lo dico subito perché non posso aspettare e perché non lo sa quasi nessun altra delle persone che conosco. È come se diventasse vero solo in quella frazione di secondo in cui reagisci sorpreso, con un sorriso grandissimo, poi di nuovo non voglio più pensarci.

Al tavolino dell’enoteca io voglio parlare del film che hai scritto, tu mi chiedi del libro. Non c’è nessun libro, figurati se c’è un libro, rido io. Ma come fai a sapere del libro? Forse ti ho raccontato un fatto e non mi ricordo? No, tu non sai niente, mi dici. Ti confesso delle due persone che in due momenti diversi mi hanno chiesto davvero di scriverlo e io tutte e due le volte ho detto un Chissà che però era un No molto educato. Sono anni che aspettiamo un libro, mi dici. Poi mi dici anche come potrei fare, da dove potrei partire. Per te che mi conosci da quasi sempre è normale che io possa scriverlo, quindi inizia a sembrare normale anche a me. Quindi ti dico un altro Chissà, ma stavolta inizia a somigliare a un Forse.

Quella sera torno al cinema dopo tre anni. Con me c’è Claudia detta Notaio, un’amicizia regalo di Strategie Prenestine. Le ho accennato la trama, ma lei sa soprattutto che è Il Film Del Mio Amico Che Ha Vinto Il Queer Lion A Venezia E Il Premio Del Pubblico Al Sicilia Queer Festival. Detto così, tutto d’un fiato, con orgoglio e un sorriso a trentadue denti. Non è il primo film di cui sei autore a vincere un premio, ma è il primo film che vedo io. Non so che aspettarmi, mi sembra già incredibile ritrovarmi nel buio della sala dopo un secolo, con lo stomaco che fa un saltello quando partono i titoli di testa.

La dernière séance mi stende. Annego nella mascherina, mi commuovo come non mi era mai successo per un documentario. Continuo a pensarci a distanza di ore: Bernard, il protagonista, è un personaggio indimenticabile. La sua voce, gli scatoloni che riempie di ricordi e nostalgia… Se l’avessi trovato in un romanzo, mi sarei subito detta: Adesso però lo voglio anche al cinema. È un film sulla vita, la memoria, il sesso, le relazioni e le solitudini. Che bravo che sei a tirare fuori le storie dalle persone, dalle situazioni, da qualsiasi cosa. Io lo sapevo dai tempi di Splinder, ma adesso può finalmente scoprirlo anche il resto del mondo.

Alla vita di prima non penso più tanto spesso e provo lo stesso sollievo di quando scopri di non stare più male per un ex amore. Adesso deve capirlo anche il mio inconscio: prima o poi vorrei riuscire a smettere di sognare il mio vecchio ufficio e situazioni che ricordano l’angoscia per gli esami di maturità.

Intanto, ecco i miei antidoti del momento: Niente di vero perché vorrei essere amica di Veronica Raimo e uscirci a cena insieme a te, la newsletter Walk It Off di Isaac Fitzgerald perché sarebbe troppo bello rifarla noi e la playlist French Indie così Parigi sembra più vicina.

Ti abbraccio forte,

Vale

(Foto: Francisco Mamani e Brina Blum – Unsplash)

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