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Storie

Quando sono diventata adulta

l'evoluzione di un fiore dal bocciolo alla fioritura

Sara Mazzini l’ho conosciuta grazie ai blog che avevamo su Splinder nei primi Duemila. Ho sempre amato il suo punto di vista sulle cose e le sua scrittura: sono molto felice di pubblicare questo pezzo perché parlare di lavoro così è importante, bisognerebbe farlo di più.

Quando sono diventata adulta

di Sara Mazzini

Penso agli ultimi anni della mia vita come a una sceneggiatura, con un arco di trasformazione perfetto.

1. Lo status quo

Un anno fa avevo un lavoro bellissimo. Ero una consulente commerciale di un grande centro fitness, uno di quei posti in cui c’è sempre la musica e un sacco di gente a ogni ora del giorno. Per una sportiva appassionata come me era un vero parco giochi: avevo accesso libero a tutte le lezioni e alle sale riservate agli istruttori, d’estate potevo passare la pausa pranzo in piscina e d’inverno sfruttare i lettini della spa per farmi un pisolino tra un turno e l’altro. Mi avevano addestrata a pensarmi come un “biglietto da visita” del centro, dunque non dovevo solo essere altamente preparata ma anche mostrarmi entusiasta – cosa che non mi veniva troppo difficile, dal momento che amavo veramente il mio lavoro. Lo amavo al punto tale da chiudere un occhio su un sacco di cose che col tempo sarebbero diventate sempre più frustranti, prima tra tutte un orario che sulla carta si diceva part-time ma di fatto, tra turni regolari e straordinari, allenamenti e riunioni, mi vedeva entrare in palestra alle nove di mattina senza che sapessi mai quando ne sarei uscita (di norma, molto tardi la sera).

Avevo accettato un part-time nonostante gli svantaggi economici che questa formula comporta per riservarmi il tempo di coltivare l’altra mia grande passione, cioè la scrittura, per cui ho studiato e continuavo a studiare, e trasformarla gradualmente nella mia professione; e invece riuscivo a malapena a ritagliarmi il tempo per curare la rivista di cui ero direttrice, finché, con l’aumentare dei clienti da gestire, non mi è rimasto più nemmeno quello. In forza di una formula contrattuale ridicola, per cui guadagnavo soltanto in proporzione a quello che vendevo, mi sono ritrovata costretta a dedicare tutto il mio tempo al mestiere del commerciale, perché non è previsto nella nostra società che un individuo possa essere anche altro al di fuori del proprio contratto di lavoro; e benché avessi appena pubblicato il mio primo romanzo, per un sacco di tempo non sono riuscita a scrivere nient’altro.

Mi sembrava di aver sacrificato una parte di me, ma avevo visto i miei genitori passare la parte più significativa della loro vita ingessati in un ufficio e mi sentivo fortunata a potermi guadagnare da vivere in maglietta e calzoncini, in un ambiente che mi si confaceva e in cui ero sempre circondata da colleghi che avevo imparato a considerare come “una famiglia”. Ogni volta in cui ero tentata di andarmene qualcuno di loro mi faceva notare quanto il semplice pensiero fosse una follia: in quale altro posto mi sarei divertita altrettanto? 

E così sono rimasta quattro anni. 

2. L’incidente scatenante

Lunedì 9 marzo 2020 stavo ultimando il mio report giornaliero da uno dei box che dividevo con le altre consulenti, quando dal desk ho sentito la receptionist di turno rispondere a un cliente dicendo: «Guardi, ricevo in questo istante la comunicazione che da domani la palestra sarà chiusa a tempo indeterminato». È stato in questo modo che ho saputo del lockdown. Un paio di ore prima il mio capo, conoscendo la mia abilità con le parole, mi aveva chiesto di aiutarlo a scrivere un avviso per comunicare che le attività del centro sarebbero proseguite regolarmente nonostante l’epidemia di Covid-19; adesso, all’improvviso, non avevo più un lavoro. Di fatto era così: la formula contrattuale che da mesi cercavo invano di modificare non prevedeva cassa integrazione, e tutto quello che sapevo mentre spegnevo il pc e salutavo i miei colleghi come se stessi partendo per una lunga vacanza era che presto riuscire a pagare l’affitto sarebbe stato un problema. 

3. Il richiamo all’azione

Le prime settimane del lockdown le ho passate a dormire. Mi sembrava di avere anni e anni di sonno arretrato, e in effetti non avevo fatto altro che lavorare e studiare quasi ininterrottamente dall’ottobre del 2017, quando ero tornata in Italia dopo sei anni di vita in Germania. Le preoccupazioni economiche restavano, ma col passare dei giorni riuscivo a concentrarmi anche sugli evidenti vantaggi di quella situazione: oltre che per il riposo avevo tempo per curare la mia alimentazione, così che la mia pelle era rifiorita, le occhiaie stavano sparendo, e in generale mi sentivo bene nel mio corpo e sempre più serena nella mente.

Poi, un giorno, ho trovato in rete un annuncio di Croce Rossa Italiana, che per far fronte all’emergenza aveva deciso di arruolare volontari temporanei, cioè persone senza alcuna formazione in campo sanitario o assistenziale ma desiderose di dare una mano. Mi sono proposta e per il resto del lockdown ho avuto una scusa per uscire di casa, fino a tre o quattro volte a settimana, portando la spesa agli anziani e medicinali ai malati, e prestandomi all’occorrenza anche a smistare le chiamate e a lavare le ambulanze. Per la prima volta in vita mia ho sentito di svolgere un lavoro veramente utile, sebbene non retribuito.

Mentre la maggior parte della gente, chiusa nella propria casa, vedeva solo l’ostilità tra i runner e gli anti-runner nei servizi del telegiornale, io venivo a contatto con la gratitudine delle persone che visitavo e che spesso mi facevano trovare torte fatte appena sfornate o enormi mazzi di fiori colti dal loro giardino. Ho capito che la vita non era dove credevamo che fosse, e che il lavoro come lo abbiamo sempre concepito non ha senso

4. Il sistema di valori ormai obsoleto

Quando la vita è ripartita, con uno spacco centrale impossibile da colmare, ho pensato di riuscire a tenere insieme le sponde: quello che ero stata e quello che ero diventata; ciò a cui ero abituata e ciò che avevo visto. Certo, ero un bel po’ indispettita all’idea di dover chiudere con i servizi sociali e tornare a fatturare per l’azienda di qualcun altro. Come dicevo ai miei colleghi, scherzando solo in parte: «Io mi ero rifatta una vita». Ma i tre mesi di lockdown mi avevano lasciata così a terra che anche i due spicci della mia nuova retribuzione, rivista e corretta, mi erano preziosi; così mi sono rituffata nel lavoro con rinnovato vigore e appena due mesi dopo ero di nuovo esausta. Qualcosa però nella mia testa era cambiato.

Lavorare nel reparto commerciale, e perdipiù di un centro fitness, mi aveva abituata a convivere col mantra “non mollare”. Quel mantra mi aveva insegnato il potere che ha la mente di disciplinare il corpo e di spingerlo oltre il limite apparente. Mi aveva aiutato a superare il trauma di dovermi riadattare alla vita in Italia, a riprendermi dopo un divorzio che mi aveva dissestata emotivamente oltre che finanziariamente, e infine ad accettare l’apparente regressione di tornare a dividere un appartamento con degli sconosciuti, tutti di un decennio più giovani di me. Ma quando il mondo si era fermato mi aveva mostrato all’improvviso tutta la sua inefficacia. «Dobbiamo farci forza», dicevano i personal trainer, mia madre e gli striscioni appesi alle finestre, e io pensavo che forza era tutta la vita che me ne facevo, ma che adesso non ne avevo più bisogno.

Non c’era più ragione di opporre resistenza, perché il mondo ci stava dimostrando che sapeva andare avanti anche senza di noi. Non potevamo più fare progetti, o fissare obiettivi, a meno di non essere disposti a rivederli in capo a un istante. E dato che non c’era più un posto in cui scappare, tanto valeva farsi andare bene quello che abitavamo.

È stato allora che ho iniziato a concentrarmi sulle persone che riempivano la cerchia del mio quotidiano, per quanto non fossero sempre quelle che sentivo a me più affini, a scovare i loro pregi a prescindere dal fatto che non avessero interesse a sostenere i grandi discorsi che amavo fare, a capire cosa ciascuno di loro mi avrebbe potuto insegnare. Mi sono lasciata coinvolgere in attività che non mi avevano mai stimolato prima e mi sono prestata con piacere a situazioni che non trovavano alcuna rispondenza nella mia identità. Sapevo che quello che stavo vivendo sembrava un paradosso, ma l’idea di non potermi aspettare nulla di più di quanto già avessi mi stava insegnando finalmente come essere felice.

5. Il punto di svolta

In ottobre è arrivato il secondo lockdown. Stavolta non ero solo più preparata, ma non riuscivo a nascondermi che già sul finire dell’estate avevo iniziato a sperare di restare ancora a casa e di avere l’occasione per cambiare direzione alla mia vita. Ho ripreso subito il servizio per Croce Rossa, e ho alzato la posta frequentando il corso di primo soccorso e anche quello per diventare un volontario effettivo. Ho ricevuto la mia uniforme e ho cominciato a programmare di imbarcarmi sulle navi che accoglievano i migranti a Lampedusa. Di nuovo, mi sono riposata molto, ho cenato quasi sempre con i miei coinquilini e mi sono incontrata con gli amici che vivevano nel mio stesso quartiere.

Essere completamente padrona del mio tempo, senza grandi preoccupazioni o pensieri, ha fatto sì che presto accadessero due cose straordinarie. La prima è che una persona con cui avevo diretto la rivista mi ha fatto notare quanto quello potesse essere il momento ideale per mettere a frutto tanti anni di studio e di gavetta negli ambienti delle lettere e mi ha proposto di affiancarla nel suo lavoro di editor freelance. La seconda è che ho avuto modo di scoprire sui miei canali social contatti che fino a quel momento erano rimasti nascosti da un algoritmo abituato a ottimizzare le mie pause e quasi per caso ho iniziato una corrispondenza con quello che poi sarebbe diventato il mio compagno di vita.

6. Lo stato di grazia

Rispetto al primo, il secondo lockdown è durato molto più a lungo: circa sette mesi. In quel lasso di tempo ho aiutato Croce Rossa a eseguire centinaia di tamponi, ho guidato una persona nella progettazione e poi stesura di un romanzo (che, ho appena scoperto, presto verrà pubblicato) e mi sono innamorata. Quelle che all’apparenza sembravano piccole cose rappresentavano in realtà una conquista enorme. In poco più di un anno avevo capito cosa era davvero importante per me, mi ero scoperta in possesso dei requisiti necessari ad avviare la professione che avevo sempre sognato e progettavo di trasferirmi altrove. La mia vita aveva davvero imboccato una svolta. Così, quando alla fine di maggio sono rientrata al lavoro, ho detto subito ai miei capi che avrei chiuso la mia collaborazione con loro ad agosto, alla scadenza del mio ultimo contratto. È stato un bel brivido.

A differenza di molti miei conoscenti che si sono inseriti nel fenomeno delle “grandi dimissioni”, non avevo una famiglia di origine in grado di coprirmi le spalle, sapevo che non avrei avuto diritto alla liquidazione e la sola vera alternativa al lavoro che stavo lasciando era ancora tutta da costruire. Ma tornare ogni giorno in quel posto a cui avevo dato tutto senza ricevere nulla in cambio era diventato un tormento ora che avevo sperimentato come poteva essere una vita vissuta alle mie condizioni.

7. La discesa agli inferi

Chi studia sceneggiatura sa che al breve stato di grazia che accompagna la trasformazione dell’eroe segue sempre una caduta, quella che in gergo tecnico si chiama “discesa agli inferi” o “incontro con la morte”. Siamo prossimi alla fine della storia e il nostro (o la nostra) è chiamato a fronteggiare la prova più difficile di tutte, volta a testare se la trasformazione è davvero reale: il rischio è quello di perdere tutto.

Ad agosto mi sono trasferita a Pavia, dove vive il mio compagno. Abbiamo preso questa decisione insieme, perché stare lontani era troppo complicato e sebbene anche lui avesse l’intenzione di avviare una nuova professione gli serviva più tempo per svincolarsi da una situazione molto più intricata della mia. Mi sono accorta subito di quanto avessi sottovalutato le conseguenze di un nuovo trasferimento, proprio nel momento in cui mi ero insegnata ad apprezzare l’ambiente in cui vivevo e in cui avevo stretto tanti legami significativi. Il lavoro del mio compagno lo teneva fuori casa anche per giorni e io non avevo ancora avuto il tempo di farmi degli amici quando mi sono ritrovata ad affrontare da sola il durissimo inverno pavese.

Per tutto il tempo ho continuato a lavorare come editor, e più persone mi sottoponevano i loro progetti più capivo che tipo di tutor sarei diventata: per quanto amassi lavorare sui testi e condividere quello che avevo imparato, trovavo la soddisfazione più grande nel procedimento maieutico che consente di aiutare gli altri non solo a perfezionare il progetto che hanno in mente, ma anche a “scoprire quello che ancora non sanno di avere in mente” (lo scrivo tra virgolette perché è diventato una specie di slogan).

Per tamponare il costo della vita mi sono trovata un lavoro part-time in una palestra di arti marziali, stavolta solo come segretaria, e dal momento che non mi è stata riconosciuta neppure la disoccupazione ho deciso di attivare la dote lavoro della Regione Lombardia per iscrivermi a un corso di formazione in social media marketing. Ho scelto questa specializzazione solo perché mi sembrava la cosa più vicina al mio settore, ma fin dal primo giorno ho subito capito quanto il mio intuito mi avesse guidata nella direzione più sensata, e non solo perché chiunque scelga di lavorare da freelance deve necessariamente mettere in conto anche una parte di auto-promozione.

Poiché a interessarmi davvero, anche nel mio lavoro, sono le relazioni umane, ci sono lezioni ben più preziose che ho portato via con me dalle ottanta ore del corso. Ho capito, per esempio, che quando ci sentiamo sopraffatti dai social media è perché confondiamo quel tipo di interazione con quella reale. Dimenticando a quale scopo i social sono stati ideati, crediamo di addomesticarli, mentre sono invece loro ad addomesticare noi. Non è un caso se poco prima di iscrivermi al corso mi ero sentita così sopraffatta da Instagram da scegliere di chiuderlo per alcune settimane. Da un lato stavo meglio, avevo più tempo per leggere libri e scegliere con cura i miei pensieri; dall’altro mi sembrava di essere scampata a un problema in un modo vigliacco. Così ho scelto di reagire a ciò che mi spaventa come faccio sempre, con la conoscenza

8. La rivelazione finale

Ho vissuto l’ultimo anno come se stessi viaggiando sulle montagne russe. Ci sono stati momenti elettrizzanti, in cui tutto mi è parso possibile, e altri in cui mi sono sentita sul punto di andarmene di nuovo, gettando al vento quello che avevo conquistato. Raramente una storia si chiude in modo netto: l’eroe può scegliere di essere tale, rinnovando il proprio impegno, oppure sprecare la sua occasione per cambiare. Non abbiamo un’idea troppo precisa di cosa gli accadrà, ma sappiamo chi ha scelto di diventare. A luglio ho compiuto quarantadue anni e, come dici tu, Valentina, nel primo episodio del podcast di Rame, mi sento finalmente adulta per la prima volta.

Sara Mazzini è editor freelance e social media manager. È stata co-redattrice delle riviste online CrapulaClub, Malgrado Le Mosche e In Allarmata Radura. Il suo primo romanzo è Centinaia di Inverni. La vita e le morti di Emily Brontë (Jo March, 2018). Ha inoltre partecipato al primo volume della collana Trema Ritorno a Hanging Rock (Arcoiris, 2021).

(Immagine: Edward HowellUnsplash)

3 Commenti

  • Fiammetta
    17 Settembre 2022 at 09:33

    Sei una guerriera, Sara 🌷

    Reply
  • Alberto
    19 Settembre 2022 at 10:00

    Ti ho vista su fb come amica di vargas, brava hai una spada molto affilata che colpisce precisa e puntuale al posto della lingua!

    Reply
  • Cynthia
    29 Settembre 2022 at 08:07

    Grazie per le tue parole. Servono. Non a diventare guerriera, ma a imparare a scegliersi.

    Reply

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