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Corrispondenze

Corrispondenze dalla Sicilia a Roma est

la mano di una donna tiene un biglietto bianco; sullo sfondo c'è una libreria con gli scaffali pieni di titoli

Io e Nico Morabito ci scriviamo delle lettere ogni volta che sentiamo l’urgenza di dirci delle cose: qui c’è la prima, qui la seconda.

18 settembre

Cara Valentina, 

ti scrivo da una casa non mia, da un angolo di Sicilia non mio. Qui non conosco nessuno e nessuno mi conosce. Sono venuto a scrivere, a scavare la terra, a smuovere le acque. Attenzione, momento citazione. Disse una volta Marguerite Duras: “Se sapessimo qualcosa di quello che stiamo per scrivere, prima di scrivere, non scriveremmo mai. Non ne varrebbe la pena”. Ecco, una cosa del genere. Anche se, va detto, una direzione ce l’ho, vediamo se è quella giusta, finalmente. A volte la bussola sembra funzionare, e vado. Altre volte si impalla e inizio a scuoterla. Vorrei spegnerla e riaccenderla, come si fa con gli oggetti elettronici, ma non trovo l’interruttore. 

Come riassumere questi mesi? Inizio così: sera di luglio, cena su una terrazza da cui si vedono i tetti di Palermo. Siamo in quattro, il venticello intermittente illude e delude, la conversazione saltella tra meditazione, cucina, anni ’90, religione. Partono dei fuochi d’artificio a caso. Dopo un po’, una donna francese, caschetto corto color grigio naturale, approfitta della coda finale dei fuochi (quel momento in cui dici, scocciato: Ok, sono finiti? Possiamo tornare per piacere a bere champagne?) e mi chiede: E tu, qual è la tua spiritualità?, aggiungendo come post scriptum il mezzo sorriso di chi in realtà ti sta dicendo Oh, guarda che io ti ho capito a te, eh.

Prendo tempo, domanda seria risposta seria, dico: La disciplina. Lei fa un movimento verso di me, dice: Spiegami. Dico: la disciplina che mi fa alzare dal letto la mattina con un salto e subito giù a fare flessioni e addominali; la disciplina dell’alimentazione; la disciplina della ripetizione meccanica dei gesti; la disciplina che mi obbliga a scrivere un tot di pagine al giorno, a fare 35 vasche da 50 metri un giorno sì e un giorno no. Lei sorride, dice: Anche io nuoto, io dico: Quel momento in cui non senti più la fatica, lei dice: E potresti nuotare, e io dico: Per sempre, e lei dice: Per sempre sì, e qui la padrona di casa annuncia che la pasta è pronta. Io e la donna francese sappiamo già che non ci vedremo più e ci lanciamo da lontano un brindisi: ci hanno interrotti al momento giusto, non c’era altro da dire. 

E poi cosa ho fatto questa estate? Ho vissuto in nove case, ho preso una nave per Pantelleria andata e ritorno, ho vinto delle amicizie, ne ho perse delle altre, sono tornato al Festival di Venezia, che è sempre bello. Ma tornarci per il secondo anno consecutivo con un film che hai contribuito a scrivere, per cui hai sofferto e gioito, lo è ancor di più. Dopo il Queer Lion con La Dernière Séance nel 2021, questa volta ho accompagnato Le Favolose di Roberta Torre. Il film racconta la storia di sette donne trans che si ritrovano nella casa in cui, tanti anni prima, si riunivano per essere sé stesse al riparo dal mondo. È un film che parla della lotta per l’emancipazione, dell’importanza della memoria. Il momento più emozionante per me, come autore: vedere le sette protagoniste, alla fine della prima proiezione ufficiale, commosse e smarrite, per essere finalmente al centro della scena. Prima persona singolare, e prima persona plurale. 

A Venezia sono andato per librerie (le mie preferite: la Marco Polo e la quasi dirimpettaia Usata), mi sono lasciato guidare da due libri essenziali se hai una certa idea di viaggio: Fondamenta degli incurabili di Iosif Brodskij e Venezia. Il leone, la città e l’acqua di Cees Nooteboom, ho bevuto spritz e mangiato cicchetti a San Trovaso, ho fatto il pieno di arte e bellezza almeno fino all’anno prossimo, ho camminato camminato e camminato, ho visto Catherine Deneuve che solcava le acque della laguna come una sovrana. Infine, ho preso l’aereo per Palermo. 

Ti saluto con un libro e un disco. Il libro è Museo Animale di Carlos Fonseca. Se non lo hai letto te lo consiglio, farai un viaggio che non sapevi di poter fare, a patto di lasciarti andare: al timone c’è uno bravo. Il disco è We’ve been going about this all wrong di Sharon Van Etten. Uscito a maggio, non ha niente di estivo, di contingente, di momentaneo, ma ha tutto dei dischi importanti.

Un abbraccio che stavolta parte dalla Sicilia, si fa a nuoto il Mar Tirreno e arriva lì dove sei adesso,

Nico

una cassetta postale gialla

9 novembre

Caro Nico,

dove sono andati settembre e ottobre? Non lo so più.

Ho scritto molte volte questa lettera nella mia testa, ma poi la vita va sempre più veloce del resto e ogni fatto che volevo raccontarti è diventato vecchio, si è bruciato come un foglio di carta e mi sono rimasti in mano solo dei frammenti.

Eccone uno.

Sono nella sala d’aspetto del pronto soccorso della città dove sono nata. È notte. Dentro c’è mia madre, qualche ora prima ha avuto un problema all’improvviso e io sono saltata su un treno perché mio padre non c’è, è in un altro ospedale per un intervento programmato da mesi. Loro non hanno voluto in nessun modo che io e mio fratello fossimo qui durante il ricovero, non volevano dare fastidio e complicarci la vita. Poi però le cose succedono lo stesso e tutte insieme e allora mi accorgo che è arrivato quel momento in cui dobbiamo iniziare a fare da genitori ai nostri genitori.

Per non pensarci troppo mi guardo intorno: c’è una famiglia numerosa, zie e zii e cugine e cugini che stanno accanto a una ragazza che ha la madre portata di corsa in ospedale per qualcosa che intuisco abbia peggiorato una situazione già critica. Si passano biscotti al cioccolato per tenersi su, prendono il caffè al distributore, fanno passare le ore riuscendo anche a ridere un po’, nonostante tutto.

Capisco che li invidio, perché io una famiglia così non ce l’ho.

Chiamiamola sfortuna, chiamiamola come ti pare: i miei genitori avrebbero anche vari fratelli e sorelle, ma nelle loro famiglie di origine o ci si parla tramite raccomandate e avvocati o non ci si parla proprio, anche per anni e anni.

Per tutta la mia vita ho provato a ricreare intorno a me quelle feste passate insieme tra una sciarriata e l’altra: in ogni casa in cui ho vissuto ho sempre voluto le tavolate, la compagnia, le risate, i ricordi.

Ogni tanto devo ricordarmi che quella nostalgia che sento è fatta di momenti anche finti, di parentele di sangue che però si sono riservate quasi sempre solo colpi bassi, a volte anche davvero crudeli, da telenovela sudamericana.

Però mentre guardo le persone sedute sulle sedie di plastica qui accanto io penso ancora a quello che non ho e non al fosso che ho scansato, come si dice da me. Penso che non è giusto essere da sola in un pronto soccorso, ma poi, mentre mi arrabbio e mi spavento, mi ricordo che se qui c’è quasi solo cenere, almeno a Roma è diverso. A Roma saprei chi chiamare.

E poi: c’è il lavoro che è una scoperta continua perché sto capendo che le cose che amo fare di più sono quelle lontanissime dal mondo di prima; c’è il sonno che è sempre troppo poco e per dormire ogni tanto almeno c’è una trasferta.

E poi c’è stato il Covid che ho vissuto come un’esperienza psichedelica di riflessioni che non avevo mai tempo di fare e di recupero forsennato di tante letture arretrate: secondo me ti potrebbero piacere Le cugine di Aurora Venturini e Balena di Giulia Muscatelli. E poi vabbè, c’è l’immensità di Joan Didion e di Mariateresa Di Lascia.

E poi ci sono i Nu Genea che ascolto sempre, anche adesso che ti sto scrivendo.

Ti abbraccio forte e ti dico: sentiamoci presto, è arrivato il momento di scongelare i progetti.

Valentina

(Immagine di copertina: Kelly SikkemaUnsplash; e poi Brina Blum – Unsplash)

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