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Letture

Libri SBAM: Lo spazio bianco di Valeria Parrella

un'ambulanza giocattolo

«Cominciarono a piovermi intorno storie di bambini nati prematuri vent’anni fa, quando la medicina non esisteva. Che venivano messi in scatole di cartone, avvolti nell’ovatta con le bottiglie di acqua calda attorno, in case di tufo senza riscaldamento, e che adesso erano giocatori di rugby alti due metri. Sì, ma la mia stava in un’incubatrice bianca come la nebbia, con una sonda che la alimentava dal naso, un tubo che le scendeva fino in fondo alla trachea per pompare dentro l’ossigeno che non riusciva a procurarsi da sola, con il petto tatuato di elettrodi che le monitoravano le funzioni vitali. Senza che io potessi stringerle nulla, oltre l’oblò, se non la mano. E la sua mano, tutta, non arrivava a coprire la più piccola delle mie falangi».

Lo spazio bianco, Valeria Parrella

Maria passa ore e ore a guardare l’incubatrice: dentro c’è sua figlia Irene, nata troppo presto. Aspettare senza sapere quanto durerà questo tempo sospeso e cosa succederà è atroce, ma è l’unica possibilità. Tra un’attesa e l’altra ci sono tante domande, tantissime sigarette e gli esami da far preparare alla classe di un corso serale. E c’è Napoli, bellissima e vivida.

Nei bip dei macchinari della Terapia Intensiva, nel gel disinfettante e nei camici di carta c’è Maria, ma ci sono anche io.

Lo spazio bianco l’ho trovato su una bancarella di libri usati un venticinque aprile di tre anni fa, mentre ero in vacanza. Aveva la copertina un po’ rovinata, ma non me ne fregava niente. L’ho preso come un segno, un invito a confrontarmi con una storia che conosco perché l’ho vissuta e non la dimentico. Mi fa paura, ma lo leggo lo stesso, mi sono detta.

Valeria Parrella racconta quello che succede quando tutto si ferma perché qualcosa incrina la vita e ne fa tanti piccolissimi pezzi. Tira fuori tutte le crepe, i pensieri che girano intorno sempre alle stesse cose, il vuoto, l’impotenza e la vicinanza tra persone che non si conoscono, ma che condividono la stessa attesa. Usa parole che mi sono detta anche io e che lette su carta mi hanno fatto sentire capita e anche un po’ abbracciata.

Leggere questo romanzo è stato un modo per dare una forma a un trauma e capire che sì, il senso della letteratura è anche poter raccontare cosa voglia dire passare giornate immerse in un acquario fatto di vita e di morte, mentre tutto intorno il mondo continua a correre senza guardarsi indietro.

Ne scrivo oggi perché è la Giornata Mondiale della Prematurità e perché di questi tempi un anno fa non lo sapevo ancora, ma stavo per rivivere per la seconda volta un parto a sette mesi.

Ho voluto tornare tra le pagine dello Spazio bianco perché mi serve, ogni tanto mi serve prendermi del tempo per stare in un’esperienza più grande di me e ricordare, piangere e alleggerirmi.

Magari può servire anche ad altre persone, a chi sa che vuol dire perché l’ha vissuto e a chi vorrebbe capire meglio certe storie che andrebbero raccontate più spesso, perché la genitorialità è anche questo, aspettare e aspettare e poi sperare di tornare a casa tutti insieme.

«Andavano per prove ed errori. La dottoressa chiamava una madre e le annunciava che, dopo aver ridotto con gradualità la percentuale di ossigeno, avrebbero tentato di staccare il bambino dalla macchina, dargli autonomia di respiro. Era il momento che tutte aspettavamo, la seconda possibilità, il nuovo parto. Era rischioso come il primo, vago come la possibilità. La dottoressa mi disse: «Lunedì». E io dissi a tutti quelli che me lo chiedevano: «Lunedì» e li lasciai in attesa, amici, colleghi e parenti, dissi loro di concentrarsi secondo le forze e le credenze di ciascuno, e dissi di farlo per non restare sola. Poi li lasciai ancorati a quel fine settimana, e mi stordii con quello che avevo».

(Immagine: Zhen HuUnsplash)

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