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Storie

Cartoline dal Canada

edifici storici in Quebec

Agnese Bregnocchi l’ho conosciuta su Instagram: le nostre chiacchierate via messaggio privato sono diventate sempre più preziose perché è una di quelle persone capaci di mettermi a fuoco in modo spesso più preciso di chi mi conosce da tempo. Vive in Canada, ma per fortuna sono riuscita già ad abbracciarla due volte dal vivo, a Roma.

Qualche settimana fa si è raccontata così nel canale Telegram: «La mia passione sono le lingue, i libri, le storie, le piante e le porcellane Ginori. Nel tempo (non) libero sono un’ingegnera tatuata appassionata dei progetti che gli altri ingegneri danno per inutili o disperati e una finta sportiva pigra dentro».

L’idea di questa rubrica nasce nella primavera 2022, ma diventa realtà solo adesso: quello di Agnese è un diario dal Canada che ci porta a scoprire posti, discorsi e persone che non conosciamo ancora. Uscirà una volta al mese, buona lettura!

Cartoline dal Canada #1

di Agnese Bregnocchi

Gennaio 2022

Un giorno mi sono alzata, lavata, vestita, e non ho dovuto spalare la macchina. Ho provato un senso di mancanza, come se avessi dimenticato qualcosa. Ho pensato che forse è questo essere canadese, o meglio, sentirsi integrata. In inverno ci si sveglia prima perché nel tragitto da casa a lavoro bisogna mettere in conto i minuti a togliere neve dalla macchina, e anche al ritorno dal lavoro a casa. A volte anche se parcheggi 10 minuti per prendere il latte, prima di rimettere in moto ti tocca spalare. Gennaio è di un bianco che passa dal magico, al rilassante allo spaventoso.

Mia madre mi manda foto di mimose in fiore, Sara video di una Lisbona indaffarata. Tutto è cosi colorato a chilometri da me che ho paura di uscire da questa palla di neve. Mi basta un giorno in cui non devo spalare, rompere, prendermela con il ghiaccio per poter uscire di casa a gettarmi nel panico. A volte penso davvero di aver fatto una scelta bizzarra trasferendomi qui.

Non ho usato i guanti per tutto l’inverno finora, e neanche i vestiti invernali. Si sta bene, ma una mattina mi sono fatta venire il frost bite. La solita storia delle cose approssimative che faccio. Ma non fa male, mi ricorda solo che a volte sono davvero fuori posto, o fuori di testa. Io cerco in tutto un significato, Sébastien dice di usare i guanti la prossima volta che siamo a -25. Così semplice, così non me, così giusto qui.

Ecco com’è tornare a casa con la neve

Ho finito il mio primo libro in francese, non mi è piaciuto, ma il punto è un altro, l’ho finito e l’ho capito. Negli ultimi mesi sono diventata fluente in francese. La cosa più difficile del francese è fare domande di grammatica ai québécois, ogni volta piovono supercazzole.

Il mio capo/amico è testato positivo al Covid e ha rosicato perché non è potuto andare a pescare nel ghiaccio. Pescare nel ghiaccio è la cosa che più mi fa sentire non integrata. Li guardo farlo e non li capisco. Tutto ciò frullava nella mia testa al telefono con lui mentre cercavamo di capire se ci fossimo incontrati senza mascherina. Io penso di avergli anche detto che vorrei pescare nel ghiaccio, un nonsense considerando che lui e tutta la sua famiglia iniziava ad avere sintomi del Covid. Eppure io pensavo (e dicevo) solo: pescare nel ghiaccio, che cosa bizzarra. Mi ci porti un giorno? Vorrei vedere da vicino uno di quei gesti che per me rimarrà inafferrabile. Talmente primitivo che lo vivo come vietato ad un immigrato come me.

È come la caccia, le tradizioni antiche di queste terre, il sangue che si mescola alla neve e alle stagioni. Per questo Benoit mi incuriosisce, è la somma di tutto ciò che di ancestrale un europeo può immaginare. E sono abbastanza convinta che per lui sia l’opposto, io sono la cosa più borghese illuminista e barocca (o come direbbero qui, esotica) che lui abbia mai incontrato. Su questo si basa la nostra amicizia.

Rimango comunque convinta che se andassi a pescare nel ghiaccio con la sua famiglia passerei il tempo a descrivere le azioni nella mia testa con la voce di uno degli Angela, forse un giorno gli spiegherò chi è Piero Angela davanti ad un buco scavato nel ghiaccio mentre fisso l’acqua che scorre sotto i nostri sgabelli.

Oggi mi sono resa conto che più diventiamo adulti e più la vita è drammatica, ognuno di noi vive una piccola tragedia personale, spesso legata alla salute, molto spesso dei genitori, a volte purtroppo ai figli. Lo inizio ad osservare e mi chiedo quando tutto questo crollerà addosso a me o ai miei amici. È tutto in un equilibrio precario che abbiamo il terrore di guardare in faccia. E secondo me noi migranti lo guardiamo in faccia più seriamente, ma alla fine coinvolge tutti.

Comunque è l’argomento più in voga tra i migranti che conosco, e quando succede qualcosa di grave a qualcuno, vedi tutti guardarsi intorno con lo sguardo di chi vede la sua paura più grande realizzarsi, ma nella vita di qualcun altro. C’è una comunità intorno al terrore della sofferenza e della lontananza, spesso è la cosa più vicina ad una famiglia che ho trovato fuori dalla mia famiglia, perché c’è attenzione e condivisione, ma anche un sospiro di sollievo che ciò che stai vedendo accadere non tocchi a te.

Febbraio 2022

In un discorso con 3 uomini quebecchesi si parla di matrimonio. Nello stesso modo in cui ne parlerebbero 3 uomini italiani, forse meno rispettoso perché qui non c’è molto interesse nel lato religioso della cosa. Finiscono a prendere di punta l’unico sposato. Si parla del perché del percome ma soprattutto del costo. Esce fuori che ha speso tra una cosa e l’altra 40mila dollari. Il commento: il prezzo di due motoslitte!

Quando avvengono cose del genere la sensazione è che qualcuno mi abbia preso e catapultato in una realtà parallela. In mezzo a conversazioni così realizzo tutto l’assurdo del mio esistere in questo paese. È molto stimolante e alienante allo stesso tempo. Comunque anche un segnale che sono ormai circondata da ciò che di più québécois il Québec ha da offrire.

L’inverno a fine febbraio inizia a pesarmi, da sempre è il periodo più difficile per me.

Ho una specie di amica immaginaria che immaginaria non è. Si chiama Sara, siamo anime affini, e ci conosciamo solo online. Anche lei una migrante, le è capitato quello che ho descritto come la mia paura più grande. Le è morta la mamma. A parte che il mio rapporto con la morte è orribile e mi sento sempre fuori luogo, il discorso è che mentre lei soffriva, la vita le si contraeva in diversi paesi, l’universo e tutto il resto le sembravano minuscoli e insignificanti, noi qui abbiamo avuto una tempesta di neve.

Uno di quei giorni in cui tutto si ferma e quando ti muovi ti sembra di disturbare madre natura in un momento intimo tutto suo. Penso sia il modo più dignitoso che la natura ha di comportarsi davanti alla morte, creare una tempesta di neve. Non so se ha senso, ma è ciò che mi piace dell’inverno qui. Ferma tutto, protegge, isola.

Mi ricorda la canzone Inverno di De André. Mi capita spesso di cantarmela nella testa quando la neve crea talmente silenzio da far rumore. Era un giorno così il giorno in cui ho ricevuto la notizia e la sensazione è stata che tutto nella vita è ancora più intangibile di quanto pensassi quando sei a migliaia di km di distanza in una palla di neve che qualcuno ha appena rovesciato.

Tolti i momenti più poetici o tristi, l’inverno continua a pesarmi, allora ho proposto a Sébastien di stilare un calendario e prenotare gran parte dei weekend estivi, almeno i ponti. Lo abbiamo fatto e mi sono sentita meglio.

Ancora una volta con i miei 3 colleghi si è parlato di motoslitte e di quads. Devo dire che a volte vorrei parlare di arte, storia, letteratura ma sono evidentemente nell’ambiente sbagliato. Mi chiedo come possa sentirsi uno studente di storia e letteratura in una famiglia del nord del Québec. Ma poi mi rendo conto che nella maggior parte delle famiglie del nord del Québec non nascono storici o letterati.

La cosa più difficile di questi discorsi è seguirli. Usano parole che nessuno si sognerebbe mai di studiare in un’altra lingua: tipo cingolato, o quad, o altre che tanto non ho capito quindi non mi pongo neanche il problema di tradurre in italiano per scriverle qua. E poi soprattutto si pongono problemi che non avrei mai pensato fossero problemi.

Comunque tra le cose che mi è capitato di ascoltare c’è stata la storia di come un mio collega che viene in motoslitta a lavoro, si è ritrovato con la motoslitta in verticale per aver preso un ponte non adatto, e come i colleghi siano dovuti andare a tirarlo fuori. È tutto assolutamente surreale.

È talmente surreale che inizio a sentirmi straniera, ho un bel rapporto con l’inverno rispetto a tutti gli immigrati che conosco a Montréal. Ma se lo confronto al rapporto che hanno i quebecchesi qui, ho un rapporto di merda. Questo mi ha tolto un po’ di equilibrio e non so più chi sono. Mi sento una persona schiacciata tra due gruppi identitari. Forse devo smetterla di definire gli altri in gruppi.

(Immagine: in apertura Julie BoulangerUnsplash; la seconda foto è di Agnese Bregnocchi)

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